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Padre Romanelli: “Qui serve tutto, come dopo uno tsunami. Ripartiamo dalla scuola”

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L’intervista al parroco della chiesa della Sacra Famiglia nella Striscia di Gaza: “Il Patriarcato latino di Gerusalemme è riuscito a farci recapitare qualche aiuto già due giorni fa: frutta e verdura fresche qui non si vedevano da tanto. Iniziamo ora a distribuirle alle famiglie intorno a noi”
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TEL AVIV – Qualcuno è uscito per andare a vedere la casa. La maggior parte è rimasta nel compound, in attesa che la liberazione degli ostaggi israeliani renda la situazione a Gaza City più semplice. Chi si è avventurato fino al mercato, ha fatto un avvisamento che ha destato meraviglia: «Sono tornati correndo, per dirmi che c’era un pollo… un pollo! Qui non ne vediamo da due anni! Comunque non lo abbiamo comprato, costava troppo e di sicuro non bastava per tutti». Dal telefono arriva una risata: in questi due anni, padre Gabriel Romanelli non ha mai perso la speranza e l’ottimismo. Ingredienti necessari, insieme alla fede, per restare alla testa della comunità della parrocchia della Sacra famiglia di Gaza, 450 anime accalcate nel compound della chiesa per due anni in mezzo alla guerra. Ieri però la sua voce era diversa: si sentiva che era sollevato, oltre che esausto.

Padre, come state?

«Bene. Stiamo bene. Ci siamo svegliati stamattina chiedendoci perché non bombardavano, pareva …

TEL AVIV – Qualcuno è uscito per andare a vedere la casa. La maggior parte è rimasta nel compound, in attesa che la liberazione degli ostaggi israeliani renda la situazione a Gaza City più semplice. Chi si è avventurato fino al mercato, ha fatto un avvisamento che ha destato meraviglia: «Sono tornati correndo, per dirmi che c’era un pollo… un pollo! Qui non ne vediamo da due anni! Comunque non lo abbiamo comprato, costava troppo e di sicuro non bastava per tutti». Dal telefono arriva una risata: in questi due anni, padre Gabriel Romanelli non ha mai perso la speranza e l’ottimismo. Ingredienti necessari, insieme alla fede, per restare alla testa della comunità della parrocchia della Sacra famiglia di Gaza, 450 anime accalcate nel compound della chiesa per due anni in mezzo alla guerra. Ieri però la sua voce era diversa: si sentiva che era sollevato, oltre che esausto.

Padre, come state?

«Bene. Stiamo bene. Ci siamo svegliati stamattina chiedendoci perché non bombardavano, pareva strano. Ci è voluto un attimo per mettere a fuoco che è finita, almeno per ora. Quasi ci eravamo abituati».

I parrocchiani che cosa dicono?

«Da un lato c’è una grande gioia, felicità, serenità. Ma poi ci sono altri due sentimenti: il primo è la tristezza, la consapevolezza che arriva adesso di aver perso tutto, ma proprio tutto. La casa, i ricordi, i beni, le cose più semplici della vita: i documenti, la scuola, i posti dove uno andava a rilassarsi. Gaza era piena di vita, ora è in macerie. Infine c’è l’angoscia per il futuro: cosa succederà? È vero che è finita? È già successo altre volte che le parti non rispettassero quanto era stato concordato. Abbiamo fiducia che sia finita ma anche consapevolezza dell’enormità di ciò che ci aspetta. E solo ora iniziamo a capire quanto siamo stanchi, esausti direi».

Che cosa vi serve?

«Direi tutto. Ma le prime cose stanno arrivando. Il Patriarcato latino di Gerusalemme è riuscito a farci recapitare qualche aiuto già due giorni fa: frutta e verdura fresche qui non si vedevano da tanto. Iniziamo ora a distribuirle alle famiglie intorno a noi. Poi bisognerà guardare alle case, perché queste ultime settimane hanno fatto danni enormi qui a Gaza City. Quelli che sono usciti hanno trovato le case distrutte, o parzialmente distrutte se sono fortunati. Chi ha due stanze ancora in piedi, magari un bagno, pensa che tornerà, ricomincerà da lì. Ci dicono che presto tornerà il gas, sono due anni che non c’è e abbiamo bruciato tutto: le sedie, le porte, la plastica. E per l’energia elettrica ci siamo arrangiati con i pannelli solari e i generatori, ma la maggior parte sono stati distrutti. Poi, verranno le altre necessità, che non sono meno urgenti».

Ne scelga una…

«È difficile. Ci sentiamo come dopo che è passata un’onda di tsunami. Ci sono i detriti alle nostre spalle e noi guardiamo avanti, cercando di capire se ne arriverà un’altra. Ma se me lo chiede le dico la scuola: i bambini hanno perso tre anni scolastici. I primi due siamo riusciti a portarli avanti, ma solo per quelli che erano qui dentro la parrocchia. I ragazzi che venivano nelle nostre scuole da fuori sono rimasti senza istruzione: dovranno recuperare, ma non ci sono più scuole e non ci sono più tutti gli allievi, perché sono morti. La scuola è il futuro».

Crede che i suoi parrocchiani resteranno a Gaza dopo questa guerra?

«Alcuni stanno pensando di ricongiungersi alle loro famiglie all’estero. Alcuni sono già fuggiti, quindi devo supporre che altri se ne andranno, perché la distruzione è così grande… Ci sono famiglie che vengono a parlare con me e mi dicono “Amiamo il nostro Paese, ma quanti anni ci vorranno perché possiamo ricominciare? In quali condizioni vivrà la gente, le famiglie?”. Bisognerà anche capire chi governerà, chi manterrà l’ordine, è davvero troppo presto…».

Fra poche ore in Egitto si parlerà del futuro della Striscia, di questa autorità chiamata a governarla. La gente lì che cosa ne pensa?

«A molte persone basta che ci sia qualcuno che mantenga l’ordine e garantisca diritti. Qui negli ultimi 20 anni la gente non ha fatto altro che vivere guerre. Ci sono bambini che sanno che la guerra è una parte normale della loro vita. Tutti vogliono che finisca definitivamente, che in questo nuovo Medio Oriente venga rispettato il diritto dei palestinesi a esistere accanto a Israele. Che è ciò che la Chiesa ha sempre sostenuto».

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