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Hamas, sparatorie e vendette. Inizia la resa dei conti tra miliziani e clan armati

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Ieri sono stati 27 i morti nel conflitto tra il movimento e i gruppi rivali, accusati di aver collaborato con l’Idf
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RAMALLAH – Hamas non ha perso tempo. La resa dei conti con i gruppi rivali, con i clan che si sono presi pezzi di territorio durante il conflitto, con chiunque ha collaborato, o è sospettato di aver collaborato, con l’esercito israeliano, è cominciata. Nel sangue. Solo ieri 27 morti nel più violento scontro a fuoco da quando è stata dichiarata la tregua: da una parte 300 miliziani di Hamas, a volto coperto, in pugno i fucili d’assalto che fino a una settimana fa puntavano contro i soldati di Israele; dall’altra gli uomini del potente clan Doghmush, anch’essi armati fino ai denti. Teatro dello scontro: il quartiere di Tel al-Hawa, Gaza City. Nei pressi dell’ex ospedale giordano, divenuto rifugio e roccaforte dei Doghmush sfollati dalla zona bombardata di al-Sabra, i proiettili volavano ovunque, la gente scappava e si riparava tra le macerie. Di nuovo il panico. E il primo, robusto, segnale di quel che può accadere nell’anarchia del day after.

Lo scambio di accuse che ha provocato l’ass…

RAMALLAH – Hamas non ha perso tempo. La resa dei conti con i gruppi rivali, con i clan che si sono presi pezzi di territorio durante il conflitto, con chiunque ha collaborato, o è sospettato di aver collaborato, con l’esercito israeliano, è cominciata. Nel sangue. Solo ieri 27 morti nel più violento scontro a fuoco da quando è stata dichiarata la tregua: da una parte 300 miliziani di Hamas, a volto coperto, in pugno i fucili d’assalto che fino a una settimana fa puntavano contro i soldati di Israele; dall’altra gli uomini del potente clan Doghmush, anch’essi armati fino ai denti. Teatro dello scontro: il quartiere di Tel al-Hawa, Gaza City. Nei pressi dell’ex ospedale giordano, divenuto rifugio e roccaforte dei Doghmush sfollati dalla zona bombardata di al-Sabra, i proiettili volavano ovunque, la gente scappava e si riparava tra le macerie. Di nuovo il panico. E il primo, robusto, segnale di quel che può accadere nell’anarchia del day after.

Lo scambio di accuse che ha provocato l’assalto lascia il tempo che trova, più interessante leggere come il ministero dell’Interno di Gaza valuta l’accaduto. «Qualsiasi attività armata al di fuori del quadro della resistenza sarà affrontata con fermezza», dicono i funzionari dal ministero, che chiamano quelli di Hamas «le nostre forze», e la strage «ripristino dell’ordine». Tra i feriti anche il figlio di Naim Basem, l’ex ministro della Salute di Gaza, che fa parte della leadership politica di Hamas e vive tra Doha e Istanbul.

Non è la prima volta che Hamas e i Doghmush si ammazzano a vicenda. È accaduto anche subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco, a seguito dell’accordo siglato a Sharm el-Sheikh. I Doghmush sono uno dei clan più numerosi, ricchi ed equipaggiati: quando nel 2007 Hamas prese il potere a Gaza con la violenza (uccise almeno 700 membri dell’apparato di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese e del partito Fatah), alcuni componenti si unirono alle Brigate al Qassam, ma il resto della famiglia Doghmush si mise contro gli islamisti, cosa che costò loro la perdita di dieci parenti. Stesso destino per gli Hillis, che negli anni hanno visto morire decine dei loro membri. Altra famiglia di Gaza che detesta Hamas, gli Al-Majida: la scorsa settimana si sono scontrati con gli islamisti e proprio in quel momento, forse non per caso, un raid di Israele ha preso di mira le Brigate di Hamas. I clan ora vanno cercando vendetta nel momento del grande caos, e Hamas lo sa.

I miliziani sono usciti dai tunnel e hanno ripreso la strada. A volto coperto, con i giubbotti antiproiettili, sono comparsi agli incroci più trafficati, supervisionano il ritorno a nord degli sfollati, presidiano gli ingressi dei campi. Si sono piazzati a Gaza City, Jabalia, Khan Younis. «Almeno 7 mile forze di sicurezza, che includono l’intelligence militare e la polizia interna, sono stati mobilitati da Hamas appena si è capito che ci sarebbe stata la tregua», ha detto una fonte del movimento alla Bbc.

La missione non è solo farsi vedere dalla popolazione di Gaza, mostrarsi ancora capaci di governare e colpire, incutere paura a chi li vorrebbe cacciare. È una campagna ordinata per trovare e punire chi, durante la guerra, stava dalla parte dei soldati israeliani, pur senza ammetterlo: le forze popolari del beduino Yasser Abu Shabab, stanziati a est nel governatorato di Rafah, zona che è stata ed è tuttora sotto il controllo delle Israeli defense forces (Idf); la gang di Ashraf al-Mansi a Beit Lahia, acquartierata nel perimetro dell’ospedale indonesiano evacuato; la banda di Hossam al-Astal a Khan Younis.

«Condividono l’odio verso Hamas, il posizionamento in aree inaccessibili agli altri e forme di collaborazione occulta con le Idf», spiega a Repubblica una fonte qualificata di Gaza. «Collaborazionisti e ladri di cibo», li definiscono, invece, i media di Hamas.

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