Tute grigie e cicatrici, la libertà amara degli ex prigionieri palestinesi dopo lo scambio
dal nostro inviato Fabio TonacciRAMALLAH – Nell’altra piazza, sul lato opposto di questa interminabile storia, le cose filano via un po’ meno lisce. E la gioia è attenuata per decreto di Israele. Il bus con 88 detenuti palestinesi liberati dalla prigione di Ofer arriva al Centro culturale di Ramallah, davanti al museo dedicato al poeta nazionale Mahmoud Darwish, alle 12.45, con qualche ora di ritardo rispetto al rilascio degli ostaggi: è stato così anche le altre volte, prima gli israeliani, poi i palestinesi, la parità qui è in differita. Ma non è per questo che la signora Ibtisam Omran, sorella di Muhammad Khalil Omran, 14 condanne a vita, sta piangendo in un angolo della sala. La lista dell’accordo diceva che suo figlio sarebbe stato rilasciato in Cisgiordania, i funzionari dell’intelligence l’avevano anche avvertita al telefono. Invece Muhammad è su un altro bus, nella Striscia di Gaza, insieme ad altri 157 ergastolani, sulla via dell’esilio permanente, in Egitto, in Tunisia o chissà dove.
La lista è anch’e…
RAMALLAH – Nell’altra piazza, sul lato opposto di questa interminabile storia, le cose filano via un po’ meno lisce. E la gioia è attenuata per decreto di Israele. Il bus con 88 detenuti palestinesi liberati dalla prigione di Ofer arriva al Centro culturale di Ramallah, davanti al museo dedicato al poeta nazionale Mahmoud Darwish, alle 12.45, con qualche ora di ritardo rispetto al rilascio degli ostaggi: è stato così anche le altre volte, prima gli israeliani, poi i palestinesi, la parità qui è in differita. Ma non è per questo che la signora Ibtisam Omran, sorella di Muhammad Khalil Omran, 14 condanne a vita, sta piangendo in un angolo della sala. La lista dell’accordo diceva che suo figlio sarebbe stato rilasciato in Cisgiordania, i funzionari dell’intelligence l’avevano anche avvertita al telefono. Invece Muhammad è su un altro bus, nella Striscia di Gaza, insieme ad altri 157 ergastolani, sulla via dell’esilio permanente, in Egitto, in Tunisia o chissà dove.
La lista è anch’essa un concetto assai relativo. È cambiata di nuovo durante la notte, nei numeri e nei nomi. Ci sono almeno una quindicina di famiglie nelle condizioni degli Emran: sono inutilmente qui, al Centro culturale di Ramallah che si è riempito di padri, di madri, di figli, di parenti, tutti arrivati presto la mattina. Qualcuno ha scoperto di aver fatto il viaggio a vuoto solo ora che il bus bianco si avvicina all’ingresso, protetto dai poliziotti in divisa dell’Autorità palestinese.
Dei 1.968 detenuti palestinesi rilasciati dalle carceri di Israele in cambio degli ultimi venti ostaggi vivi nelle mani di Hamas, 1.718 sono gazawi arrestati dalle Idf durante il conflitto perché «combattenti illegali»: la definizione non è spiegata né motivata, si sa solo che non avevano niente a che fare con il pogrom 7 ottobre. Li riportano nella Striscia con 38 pullman e li scaricano nel campus dell’ospedale di Khan Younis, scortati dai miliziani.
Gli altri rimessi in libertà sono condannati dalle corti israeliane per terrorismo, lotta armata, omicidi e attentati contro cittadini dello Stato ebraico. I sette leader di cui Hamas chiedeva il rilascio, tra cui Marwan Barghouti (Fatah) e Ahmad Sadat (Fronte popolare per la liberazione della Palestina), non sono nell’elenco. Rimangono dentro, anche stavolta.
A Ramallah i liberi in nome dello scambio escono dal bus sulle spalle dei parenti. Sfilano, uno dopo l’altro, accompagnati da mani che li accarezzano e molti «allah u akbar». Alcuni sono scalzi, hanno perso le ciabatte nel marasma. Tutti indossano una tuta grigia, quasi tutti una giacca marrone. Sono magri, alcuni proprio emaciati, in diversi portano sul volto e sui polsi i segni del trattamento delle guardie carcerarie: fino a poche ore fa erano convinti che avrebbero passato il resto della vita in una cella. Nella sala fumo di sigaretta, caffè e bottiglie d’acqua. Ibtisam Omran, seduta in disparte, sta ancora piangendo.
«Mi sembra incredibile che sto vedendo il cielo non più attraverso una rete». Lufti Rashdan ha 50 anni, 4 figli, almeno un ergastolo. «Venti anni in galera, la libertà è l’unica cosa che vale nella vita, soprattutto nella vita dei palestinesi». Nessuno dei presenti crede alle imputazioni dei giudici di Israele, per parenti e amici questi uomini appena scarcerati sono, indistintamente, «combattenti per la libertà». Molti, a leggere la data di arresto, hanno partecipato alla Seconda Intifada. Rashdan dice che come prima cosa vuole dormire sotto il cielo stellato, anche se fa freddo. Accanto a lui c’è Faisal Khalifi, di Tulkarem, due fratelli uccisi, 20 anni di detenzione. «Ci trattavano in modo disumano, eravamo disconnessi dal mondo, né libri né tv. Le guardie ci picchiavano coi dei bastoni con le spine. Le loro unità Metzada e Yamas sono specializzate in torture».
Poche le bandiere della Palestina, non si sentono caroselli né colpi di clacson, una festa di bentornato che è almeno due toni sotto al normale. L’ordine diffuso delle autorità israeliane, del resto, parla chiaro: niente clacson, niente vessilli, niente post sui social, niente interviste con i giornalisti, «vietato celebrare la resistenza». Tra le rovine della Striscia di Gaza, però, il ritorno è molto più caotico, pericoloso, accompagnato dagli spari in aria dei miliziani di Hamas. Alle 3 del pomeriggio i pullman circondati dalla folla scaricano gli ex prigionieri all’ospedale Nasser, circondato da macerie. Le famiglie aspettano, abbracciano, si commuovono.
«Diciannove mesi di torture e non so nemmeno di cosa l’esercito israeliano mi accusava», racconta Jaber Abu Oda, di Beit Hanoun, arrestato quasi due anni fa a un check-point. «Mi urlavano in faccia che ero di Hamas, cosa non vera». Due ragazzi portano a braccio Salha al-How, 24 anni e una gamba sola. «I soldati israeliani mi hanno rapito quando ero ricoverato all’ospedale Al-Shifa, mi avevano appena amputato l’arto». Al tramonto, a Gaza si sentivano ancora gli spari. Per una volta, erano rivolti al cielo.