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Trump e l’apologia della guerra del presidente pacificatore

(afp)

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Ieri è stato il suo momento, il suo tempo, il suo D-Day. D-onald Trump ha scritto un “nuovo inizio” con un pennarello che pareva una clava. Ha ri-scritto le regole della pace, ottenuta non preparando la guerra, ma facendola, e festeggiandola da una parte sola, con un solo popolo
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Sulla Terra che lui calpesta non tramonta mai il sole. Ha lasciato una base militare nel Maryland prima che scendesse la sera in America ed è atterrato a Tel Aviv, in Israele, al sorgere del giorno. Ha guardato l’alba e ha proclamato che fosse storica, inedita, ma soprattutto sua. Il suo momento, il suo tempo, il suo D-Day. D-onald Trump ha scritto un “nuovo inizio” con un pennarello che pareva una clava. Ha ri-scritto le regole della pace, ottenuta non preparando la guerra, ma facendola, e festeggiandola da una parte sola, con un solo popolo, ma poi con tutti i volonterosi despoti che governano gli altri, con quelli pronti a rendergli omaggio uno alla volta, assisi o in bilico nelle democrazie oppure autoritari che voti non chiedono, duri e puri oppure corrotti. Messi in fila, tutti per uno e uno per tutti. Gli hanno scritto “Grazie” sulla sabbia, si sono messi il cappello rosso al suo cospetto, gli hanno dato la medaglia presidenziale israeliana e il collare del Nilo, lo hanno parag…

Sulla Terra che lui calpesta non tramonta mai il sole. Ha lasciato una base militare nel Maryland prima che scendesse la sera in America ed è atterrato a Tel Aviv, in Israele, al sorgere del giorno. Ha guardato l’alba e ha proclamato che fosse storica, inedita, ma soprattutto sua. Il suo momento, il suo tempo, il suo D-Day. D-onald Trump ha scritto un “nuovo inizio” con un pennarello che pareva una clava. Ha ri-scritto le regole della pace, ottenuta non preparando la guerra, ma facendola, e festeggiandola da una parte sola, con un solo popolo, ma poi con tutti i volonterosi despoti che governano gli altri, con quelli pronti a rendergli omaggio uno alla volta, assisi o in bilico nelle democrazie oppure autoritari che voti non chiedono, duri e puri oppure corrotti. Messi in fila, tutti per uno e uno per tutti. Gli hanno scritto “Grazie” sulla sabbia, si sono messi il cappello rosso al suo cospetto, gli hanno dato la medaglia presidenziale israeliana e il collare del Nilo, lo hanno paragonato a Ciro il Grande e hanno avuto il timore che non bastasse o non conoscesse, allora si sono fermati e hanno lasciato che fosse lui a evocare i miracoli, il paradiso e il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Trump non avrà probabilmente mai più una giornata simile, ma nel caso se la inventerà. Fermate otto guerre, come sostiene, potrà pur bloccare la nona: quella tra Russia e Ucraina è già in agenda, anche se le prove generali non hanno funzionato.

L’uomo della provvidenza non poteva che arrivare dal cielo, scendendo a bassa quota per poter vedere una folla entusiasta e grata. Il suo mantra: «La guerra è finita, ok, capito?». Perfino nel momento della consacrazione sa essere truce, nel verbo e nel volto. A metterlo a suo agio sono i nemici; apprezza chi gli tiene testa (come “Bibi”), purché poi l’abbassi. Nei discorsi preparati aveva incluso, e più volte, oltre all’inevitabile parola del giorno, «pace», anche «amore» e «rispetto». Le ha pronunciate in fretta, una smorfia e via, poi spazio all’improvvisazione per ritrovar sé stesso. È venuto a raccogliere l’affetto, la riconoscenza, ma da un lato della barricata. Quanto a Gaza, sarà per un’altra volta. Gli «sembra già di conoscerla», ma è una frase che nessuno che non provenga da lì dovrebbe poter dire. È ai confini dell’immaginabile, proprio dove lui pone questo accordo. Negli studi televisivi di tutto il mondo i commentatori hanno cercato di spiegare come ci sia riuscito, si sono sentiti chiedere se in fondo non abbia seguito un percorso avviato da Joe Biden. La storia non ammette note a piè di pagina. I mattoni all’edificio li ha messi Trump: che sia di cemento armato o di legno compensato lo dirà il futuro, ma il presente gli apparteneva e lo sapeva. Ha cercato di godersi l’attimo, dilatandolo fino all’inconcepibile limite dell’eternità. Se poi le cose dovessero andare diversamente, noi non ci saremo, lui per primo.

Ha imposto il suo fuso orario, sconvolgendo il programma. Ha tagliato corto sul cerimoniale, ricevuto i leader che più riconosceva (Netanyahu e Al Sisi), direttamente nella sua auto nera, dietro i vetri scuri, lasciando balenare, per qualche istante appena, la cravatta rossa, il ciuffo biondocenere, un riverbero di luce che si è preso e portato via. Ha decretato che gli altri capi di Stato e primi ministri, radunati a Sharm, avrebbero dovuto attendere. Ha visto oro ovunque: alle sue spalle, in America, nel futuro di Israele, perfino tra le macerie di Gaza. Si è fatto portatore del più vecchio motto per riparare la situazione mediorientale: “Fateci piovere soldi”. La pace è un’occasione economica. E la guerra? Di più.

È affascinante la trasformazione di Trump quando si lascia andare, non muove freneticamente le spalle, rilassa la postura; quando smette di denigrare gli assenti o di inseguire chimere e mostra la sua vera natura, non sfoderandola come un’arma, ma posandola sul tavolo come un giocattolo. C’è qualcosa di infantile nel modo in cui parla, non di «pace» e «prosperità», ma di «guerra» e «miliardi». Questi sono i giochi, le passioni per cui è nato, le altre i risultati, eventuali. Se c’era un “gobbo” a suggerirgli le parole, stavolta ha distolto lo sguardo con gioia genuina ricordando quel che ha portato all’esito di una giornata indimenticabile. Ha evocato quasi sognante gli aerei incredibili che hanno bombardato l’Iran, le armi che neppure conosceva ma ha fornito all’amico Bibi, i fantastici generali, («che colpiscono da nord, da sud, da sopra e da sotto»), le generose finanziatrici, la vittoria che gli Stati Uniti hanno sempre riportato nei conflitti mondiali, il primo, il secondo e anche in questo e in quelli che dovessero venire. Per quel che è stato fatto ha usato e nobilitato il più inappropriato dei termini: lavoro. Quel lavoro che Netanyahu voleva «finire» e invece gli ha interrotto sul più brutto perché poteva bastare così, aveva «ottenuto tutto ciò che si può ottenere con la guerra e ora deve ottenere altrettanto con la pace», che assomiglia a un grande affare per tutti quelli che l’hanno voluta e a una resa condizionata per quelli che si sono, per necessità, adeguati.

Compiuta la sua missione e allontanandosi prima che il sole tramontasse, Trump ha decretato il definitivo sopravvento di un’era in cui le pulsioni ideali cedono a quelle pragmatiche, Abramo avrà fede in un dio della forza e dell’opportunità, e un mondo paradossale si troverà pericolosamente sull’orlo della pace.

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