Hamas, esecuzioni in piazza a Gaza e regolamenti di conti. Trump: “Ma i miliziani saranno disarmati”
di Gabriella Colarusso , Fabio TonacciUn’esecuzione di gruppo, per strada, in pieno giorno, in mezzo alla folla, filmata e diffusa sui social, perché sia chiaro a tutti chi è tornato a comandare a Gaza. Il video dura una manciata di secondi ma racconta bene la fase di mezzo, tra la prima appena conclusa e la seconda non ancora cominciata, che l’accordo di Sharm el-Sheikh non aveva previsto.
Nel quartiere di Sabra, a Gaza City, i miliziani di Hamas hanno bendato otto individui, gli hanno legato le mani dietro la schiena, li hanno fatti inginocchiare, e gli hanno sparato alla testa e al petto. C’erano almeno 100 persone ad assistere alla scena, raggruppate da Hamas. Le immagini sono state diffuse lunedì scorso dalla tv del gruppo islamista, al Aqsa, insieme all’arbitraria sentenza, che nessun tribunale ha emesso e nessun avvocato ha potuto contestare: «La resistenza esegue condanne a morte contro numerosi collaborazionisti e fuorilegge della città di Gaza».
Non è la prima volta che succede. Da almeno due mesi circolano…
Un’esecuzione di gruppo, per strada, in pieno giorno, in mezzo alla folla, filmata e diffusa sui social, perché sia chiaro a tutti chi è tornato a comandare a Gaza. Il video dura una manciata di secondi ma racconta bene la fase di mezzo, tra la prima appena conclusa e la seconda non ancora cominciata, che l’accordo di Sharm el-Sheikh non aveva previsto.
Nel quartiere di Sabra, a Gaza City, i miliziani di Hamas hanno bendato otto individui, gli hanno legato le mani dietro la schiena, li hanno fatti inginocchiare, e gli hanno sparato alla testa e al petto. C’erano almeno 100 persone ad assistere alla scena, raggruppate da Hamas. Le immagini sono state diffuse lunedì scorso dalla tv del gruppo islamista, al Aqsa, insieme all’arbitraria sentenza, che nessun tribunale ha emesso e nessun avvocato ha potuto contestare: «La resistenza esegue condanne a morte contro numerosi collaborazionisti e fuorilegge della città di Gaza».
Non è la prima volta che succede. Da almeno due mesi circolano i filmati di sparatorie e gambizzazioni, la legge di Hamas contro i clan e i gruppi armati rivali, ma anche contro dissidenti e oppositori: avere il controllo delle aree non più occupate dall’esercito israeliano è l’unica carta da giocare sul tavolo del proprio futuro, quando il negoziato della fase due partirà, e israeliani e americani pretenderanno da Hamas il disarmo. E, forse, anche l’esilio.
Gli otto giustiziati di Gaza City — secondo fonti palestinesi consultate da Repubblica — appartengono al clan Doghmush, una delle famiglie più potenti, numerose e ben armate, che rifiuta categoricamente l’accusa di collaborazionismo. Dall’inizio del cessate il fuoco, Hamas ha arrestato 60 membri dei Doghmush, 28 ne ha uccisi dopo aver circondato la loro roccaforte. Quelli selezionati per l’esecuzione pubblica erano noti nel quartiere anche per essere dei ladruncoli, così il messaggio inviato ai gazawi è stato doppio.
Il clan Doghmush è da sempre anti Hamas ma nel 2006 alcuni dei suoi si unirono agli islamisti e furono coinvolti nel rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit. La battaglia attuale con i Doghmush va avanti da settimane e si è intensificata dopo la tregua. Sabato scorso, all’alba, 300 miliziani armati hanno assaltato un isolato nel quartiere di Tel al-Hawa, nel sud di Gaza City, dove si erano trincerati dei Doghmush. Sul terreno sono rimasti 27 cadaveri: 19 del clan, 8 di Hamas.
«Ci sono molte famiglie a Gaza che odiano il movimento islamista, rivalità storiche e nuove, nate con la guerra. Israele negli ultimi sei mesi ha armato milizie e clan», raccontano gli sfollati che tornano a casa.
Il presidente americano Donald Trump, che lunedì, in volo tra Tel Aviv e Sharm el-Sheikh, ha detto che permetterà alla polizia di Hamas di occuparsi «temporaneamente» della sicurezza a Gaza, non pare troppo interessato. A chi ieri gli ha chiesto cosa pensasse delle esecuzioni, condannate anche dal presidente dell’Anp Abu Mazen, ha risposto: «Hamas ha fatto fuori un paio di gang, ma poi disarmerà, è quello che mi hanno detto». E se non lo faranno? «Li disarmeremo noi, in modo rapido e forse violento. Sanno che con me non si scherza».
Una costellazione anarchica di gruppi armati e famiglie rivali trascina la Striscia verso il rischio della guerra civile, soprattutto se non interverranno le forze di stabilizzazione internazionale previste dal Piano Trump. Gaza City non è l’unico punto caldo. A Khan Yunis la resa dei conti è iniziata prima del cessate il fuoco. Il 3 ottobre circa 250 uomini hanno fatto irruzione nel quartiere di Majayda, roccaforte del clan che porta lo stesso nome, al Majayda, e i cui membri sono in gran parte affiliati a Fatah, che Hamas cacciò da Gaza nel 2007 con un colpo di mano sanguinoso. Lo scontro armato è durato ore, almeno 12 le vittime. Anche i Majayda sono accusati di collaborazionismo e di aver approfittato della guerra per fare affari con gli aiuti. Ieri il clan ha annunciato con un comunicato pubblico l’intenzione d consegnare le armi «all’autorità preposta alla sicurezza». Che, due anni di guerra e migliaia di morti dopo, è ancora Hamas.