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Gli ex detenuti: “Nelle celle israeliane trattati come insetti, torturati coi gas lacrimogeni”

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Le testimonianze dei condannati palestinesi tornati liberi. Raccontano di umiliazioni quotidiane, pestaggi, malattie non curate e inchieste sommarie. “A Marwan Barghouti hanno rotto le costole”
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RAMALLAH – «Nelle prigioni di Israele non sei più un essere umano, ti vogliono trasformate in un insetto». Le parole sono di Mohammad Khatib, 53 anni, di Betlemme, diverse condanne all’ergastolo emesse dalle corti israeliane, da più di 20 anni in carcere: le ha usate appena è stato rilasciato dalla prigione di Ofer e dopo aver abbracciato i suoi famigliari che lo hanno aspettato al Centro culturale di Ramallah. La stessa immagine che evoca degrado fisico e psicologico, l’abuso costante e la perdita della dignità, si materializza in molti dei racconti dei 1.968 detenuti palestinesi (250 gli ergastolani) che hanno ritrovato la libertà grazie allo scambio con i 20 ostaggi vivi che, fino a lunedì mattina, erano ancora a Gaza nelle mani di Hamas.

Ayman Sharabati, nato 58 anni fa a Gerusalemme, è già in Egitto. È nel gruppo dei 157 pluricondannati a vita che non possono più abitare in Cisgiordania, sono stati trasferiti nella Striscia e da lì espulsi. È uscito dal penitenziario di Megi…

RAMALLAH – «Nelle prigioni di Israele non sei più un essere umano, ti vogliono trasformate in un insetto». Le parole sono di Mohammad Khatib, 53 anni, di Betlemme, diverse condanne all’ergastolo emesse dalle corti israeliane, da più di 20 anni in carcere: le ha usate appena è stato rilasciato dalla prigione di Ofer e dopo aver abbracciato i suoi famigliari che lo hanno aspettato al Centro culturale di Ramallah. La stessa immagine che evoca degrado fisico e psicologico, l’abuso costante e la perdita della dignità, si materializza in molti dei racconti dei 1.968 detenuti palestinesi (250 gli ergastolani) che hanno ritrovato la libertà grazie allo scambio con i 20 ostaggi vivi che, fino a lunedì mattina, erano ancora a Gaza nelle mani di Hamas.

Ayman Sharabati, nato 58 anni fa a Gerusalemme, è già in Egitto. È nel gruppo dei 157 pluricondannati a vita che non possono più abitare in Cisgiordania, sono stati trasferiti nella Striscia e da lì espulsi. È uscito dal penitenziario di Megiddo, dove è stato rinchiuso per 27 anni. «Ogni giorno le guardie ci contavano tre volte. Entravano nelle stanze e in un secondo dovevi essere fuori, con le mani sulla testa e lo sguardo a terra, non era permesso incrociare i loro occhi», racconta a Repubblica Sharabati, raggiunto al telefono. «Ogni tanto lanciavano gas lacrimogeni nelle celle, senza motivo, oppure ci colpivano sulla testa con gli stivali, solo per farci capire che erano loro i padroni. Si mettevano in gruppo e uno di loro ci saltava addosso, fracassandoci le costole. Non c’è una vera infermeria interna, quindi quando ci ammalavamo al massimo ci davano un’aspirina. C’è un epidemia di scabbia tra i prigionieri e la direzione non fa niente. Megiddo è sudicia, rischi malattie e infezioni. Il cibo è appena sufficiente a non morire di fame».

La sentenza del tribunale israeliano che ha condannato a vita Ayman Sharabati stabilisce che è responsabile di diversi reati, tra cui l’uccisione di un colono a metà degli anni Novanta. Tutti i 250 ergastolani scarcerati sono accusati di terrorismo, attacchi a israeliani, omicidi. I 1.718 gazawi che sono ritornati nella Striscia, invece, erano stati arrestati durante la guerra pur non essendo in alcun modo legati al pogrom di Hamas del 7 Ottobre.

«Nella prigione di Megiddo ti trattano come un animale e vogliono farti sentire così», dice ancora Sharabati, che al telefono, ormai lontano e con la prospettiva di non poter più tornare a Gerusalemme, è un fiume in piena. «Con l’inizio della guerra a Gaza tutto è peggiorato, non abbiamo più avuto la televisione, la radio, niente che ci potesse far capire cosa stava succedendo fuori. Quel poco che sapevamo era grazie ai racconti dei nuovi arrivati. Il cibo è diminuito ulteriormente, avevamo diritto a mezza tazza di tè una volta alla settimana, un minuto di tempo per fare la doccia settimanale, una dose minuscola di sapone ciascuno. Ci aizzavano contro i cani che secondo me avevano la rabbia, perché qualcuno è venuto a contatto con la loro bava e si è sentito male. Mi ricordo quando Marwan Barghouti (il più popolare leader di Fatah, Hamas ha cercato invano di inserirlo nello scambio, ndr) è arrivato a Megiddo, trasferito dall’istituto di Ramon. È stato pestato dall’unità Nahshon, la più violenta tra quelle che operano nelle carceri di Israele. A forza di calci, gli hanno rotto 4 costole».

Faisal Khalifi di Tulkarem, pluricondannato, 20 anni trascorsi in diverse galere israeliane, riferisce di abusi quotidiani e di percosse con una mazza che aveva delle punte all’apice. «Gli ultimi tre giorni prima del rilascio sono stati un inferno, ci hanno fatto di tutto. Sui polsi ho ancora i segni dei lacci, ci hanno legato le mani, ci hanno tenuto per dodici ore seduti per terra sotto il sole, non potevamo andare in bagno, non potevamo bere. Le unità della polizia interna si sono date il cambio per picchiarci e trascinarci, quando finiva una iniziava l’altra. Non gliene frega niente se sei giovane o vecchio, l’unica cosa che vogliono è spezzarti».

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