Al Mawasi (Gaza) – La mia casa non era solo un mucchio di pietre. Era un’abitazione sicura e stabile che avevamo costruito con grandi sforzi. Ma è stata distrutta. Sto scrivendo con le lacrime agli occhi dopo aver visto il video della mia casa trasformata in un mucchio di pietre. È una scena scioccante che avevo già vissuto durante la mia infanzia, per un’altra casa per cui soffro ancora.
Prima della guerra non mi piaceva uscire di casa. Finivo il lavoro fuori e tornavo subito. Amavo la sicurezza che mi dava, la sua tranquillità. Mia sorella si arrabbiava spesso perché stavo sempre a casa, non uscivo mai con gli amici e non andavo mai a trovare la mia famiglia. Dicevo loro di andarsene e di lasciarmi in pace. Il mio cuore era profondamente legato alla casa. Ho lavorato sodo per costruirla. Ho promesso a mio padre che sarebbe stata bella e confortevole per lui quando sarebbe invecchiato, e ho mantenuto la promessa. Era una casa completa di tutto ciò di cui una famiglia ha bisogno. Ma l…
Al Mawasi (Gaza) – La mia casa non era solo un mucchio di pietre. Era un’abitazione sicura e stabile che avevamo costruito con grandi sforzi. Ma è stata distrutta. Sto scrivendo con le lacrime agli occhi dopo aver visto il video della mia casa trasformata in un mucchio di pietre. È una scena scioccante che avevo già vissuto durante la mia infanzia, per un’altra casa per cui soffro ancora.
Prima della guerra non mi piaceva uscire di casa. Finivo il lavoro fuori e tornavo subito. Amavo la sicurezza che mi dava, la sua tranquillità. Mia sorella si arrabbiava spesso perché stavo sempre a casa, non uscivo mai con gli amici e non andavo mai a trovare la mia famiglia. Dicevo loro di andarsene e di lasciarmi in pace. Il mio cuore era profondamente legato alla casa. Ho lavorato sodo per costruirla. Ho promesso a mio padre che sarebbe stata bella e confortevole per lui quando sarebbe invecchiato, e ho mantenuto la promessa. Era una casa completa di tutto ciò di cui una famiglia ha bisogno. Ma l’esercito israeliano l’ha distrutta. A maggio ci ha chiesto di evacuare la zona di Al-Fakhari, adiacente all’Ospedale europeo. Ce ne siamo andati senza portare via nulla, a causa dei proiettili di un quadricottero che minacciavano la nostra vita.
Non ho chiesto alla mia casa di aspettare il nostro ritorno, non ho detto addio alla mia stanza. Mi dicevo sempre: «Posso sopportare qualsiasi cosa in questa guerra. Non importa se muoio, ma la mia casa deve rimanere. Non voglio perderla». Avrei voluto essere una supereroina in grado di portarmela con me ovunque andassi. Ci ho vissuto per 24 anni, dopo che l’esercito israeliano nel 2000 aveva distrutto quella della mia infanzia, e da due anni avevamo dovuto abbandonarla. Abbiamo protestato con il Comune affinché ce ne fornisse un’altra e alla fine ci è stata assegnata la casa del vasaio, un’abitazione molto semplice, che non era sufficiente per una famiglia di sette persone, ma eravamo comunque felici di avere un tetto.
Da quando mi sono laureata nel 2013 ho lavorato duramente, nel campo dell’istruzione e del giornalismo, e ogni anno con i miei risparmi ho aggiunto qualcosa alla casa. Una stanza per le ragazze e una per i ragazzi. Un soggiorno. Un altro piano. Alla fine era vicina a essere ciò che sognavo. Da maggio ho pregato affinché rimanesse al sicuro. Parlavo a lungo di lei, raccontando di quanto fossi felice di averne completato la costruzione. Ogni volta che mi sentivo stanca e spaventata mi sedevo e immaginavo la mia stanza, il mio letto, ogni angolo. Parlavo con le mie sorelle dei nostri ricordi comuni al suo interno, dei nostri risparmi anche più elementari perché diventasse bellissima.
Per mesi ho seguito le notizie. La mia casa stava bene? Era stata danneggiata dai bombardamenti? Era stata distrutta? Finché la guerra è finita e i vicini sono riusciti a raggiungere la zona. E abbiamo avuto una sorpresa crudele e ingiusta: quest’esercito disumano ha trasformato le nostre case in mucchi di pietre.
Avevo paura dello shock di mio padre, ma è stato forte. Mentre io sono crollata. È tornato il dolore dell’esperienza del 2000. Ma non so se stavolta avrò l’energia per ricostruire, perché la mia mente, il mio cuore e il mio corpo si sono arresi a questa stanchezza.
Non riesco a pensare a nulla, mi hanno distrutto l’anima e la mia passione è stata sepolta sotto le macerie della casa, ogni volta che ricordo i dettagli della casa mi stanco di più, ho scattato molte foto di me stessa lì dentro, molti ricordi, i giorni più felici della mia vita li ho vissuti in quella casa.
Ma ora per me la vita si è fermata nel momento in cui la casa è andata in macerie. Mi sono arresa alla stanchezza e alla tristezza e non sarò più forte. La mia anima è stanca, il mio corpo è stanco e la mia casa non c’è più. Vorrei averti baciata e abbracciata prima di partire. Non sei riuscita a resistere, la macchina da guerra ti ha distrutto. E io non perdonerò mai il mondo.
(L’autrice è una giornalista palestinese che vive nel campo di Al Mawasi, a Gaza)