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Bassem Khandaqji: “Ho combattuto Israele, mi sembrava l’unica soluzione. Adesso cerco altre strade”

Bassem Khandaqji: “Ho combattuto Israele, mi sembrava l’unica soluzione. Adesso cerco altre strade”

Lo scrittore, condannato per terrorismo, è stato liberato dopo 21 anni

di carcere. Ora è in esilio

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TEL AVIV – Per Israele è un terrorista condannato a tre ergastoli per aver contribuito a far passare nel Paese l’esplosivo che nel 2004 ha ucciso tre persone in un mercato di Tel Aviv. Per il Human Rights Council dell’Onu è un uomo processato “in modo improprio” da un tribunale militare. Per decine di migliaia di persone nel mondo che hanno letto il suo libro su un palestinese di Ramallah che per vivere libero si spaccia per israeliano – “Una maschera color del cielo”, vincitore dell’Arab Booker Prize 2024 – è una voce essenziale del racconto della Palestina contemporanea. Lui si definisce «un uomo libero, uno scrittore, uno che ha combattuto contro l’occupazione perché allora non c’era altra scelta» e oggi sogna un «un’altra strada, con uguali diritti per tutti». Bassem Khandaqji, 42 anni, è stato liberato tre giorni fa nell’ambito del piano per il cessate il fuoco a Gaza: lo abbiamo raggiunto al Cairo, dove è stato mandato insieme agli altri ergastolani liberati.

Signor Khandaqji, la prima domanda è scontata: come sta? Che sensazione è essere libero dopo 21 anni?

«Sto benissimo. Sono al Cairo, aspetto di riabbracciare la mia famiglia, che è in attesa del visto per venire qui. E sono ancora molto confuso. Descrivere cosa è successo nel momento in cui mi hanno detto che sarei stato libero dopo 21 anni è impossibile. Ma posso dire che provo sentimenti contrastanti, orgoglio, felicità e anche tristezza. Perché ho lasciato molti dei miei compagni e amici in prigione».

In questi giorni abbiamo sentito racconti di maltrattamenti nelle carceri israeliane: qual è stata la sua esperienza?

«Mi hanno picchiato quando ci hanno portato fuori dalla prigione. E di nuovo prima del punto di consegna, al confine. Mi fa male il petto, dove mi hanno colpito: ma non importa adesso, è il dolore della libertà. Anche prima, quando ero in cella, sono stato maltrattato: di più quando è arrivata la notizia che avevo vinto il Booker Prize, mi hanno messo in isolamento e mi hanno picchiato».

Migliaia di persone nel mondo hanno letto il suo libro: lo sapeva? Che effetto le ha fatto e le fa adesso sapere che anche se lei era in cella la sua voce è uscita?

«È una grande vittoria. Perché la mia scrittura non parla solo di diritti: è un atto di libertà, è un atto di sfida, è un atto di esistenza. E quando ho saputo che stavano traducendo il mio testo in molte lingue, mi sono sentito ancora più orgoglioso. Mi ha fatto riflettere su come si può sfidare l’occupazione anche da dentro a una cella».

Scriverà ancora? Che piani ha per il futuro?

«Non so bene dove vivrò ma ho un sacco di progetti in testa. Il primo è un testo che scriverò su un mio amico, che era in prigione. Scriverò un romanzo su di lui quando mi sentirò abbastanza riposato. Forse tra un mese, inizierò a scrivere. Ce l’ho già tutto in testa: negli ultimi due anni, gli israeliani ci hanno portato via tutte le penne, i fogli, i quaderni e i libri. Così ho provato a scrivere un romanzo nella mia mente e credo di esserci riuscito. Parlerà dei rapporti tra palestinesi e israeliani».

Quali possono essere nella sua visione questi rapporti? Lei è stato in cella per 21 anni: coesistenza, vendetta, indifferenza, rabbia….quali sono i suoi sentimenti?

«Io credo che serva una nuova visione, un nuovo quadro etico tra i due popoli. Questo quadro etico deve partire da ciò che pensano i palestinesi, ma anche tutti coloro che sono antirazzisti e anticolonialisti anche fra gli ebrei: ci sono molti ebrei nel mondo che la pensano così. Credo che possiamo fare qualcosa insieme. Quella che non vedo è la possibilità di fare qualcosa con i sionisti o con gli israeliani che non credono nell’esistenza del popolo palestinese».

La sua formula, applicata alla realtà di oggi, cosa significa?

«Non credo che la soluzione dei Due Stati sia più adatta al presente: ci sono centinaia di migliaia di coloni in Cisgiordania, hanno preso tutte le terre più importanti lì e a Gerusalemme Est. Quindi, dove dovrebbe sorgere questo Stato palestinese dentro i confini del 1967? Io penso che la soluzione sia un solo Stato. Con uguali diritti e democrazia per tutti i suoi abitanti».

E il piano Trump?

«Non lo vedo come un piano di pace. Perché un piano di pace ha bisogno della volontà popolare: questa è la visione di Trump. E noi, come popolo palestinese, non possiamo fidarci di lui. Ma sono felice che si sia fermato il genocidio a Gaza, che non si sparga più sangue».

Lei è stato condannato a tre ergastoli: Israele l’ha accusata di aver aiutato a far passare esplosivo nel Paese. Un organismo delle Nazioni Unite dice che il suo processo è stato irregolare. Lo chiediamo a lei: colpevole o innocente?

«All’inizio degli anni Duemila c’è stata una gigantesca aggressione contro il popolo palestinese. Io ero un giovane uomo e ho scelto di partecipare alla lotta contro l’occupazione e contro l’esercito israeliano. È stato contro la legge farlo, ma allora mi è sembrato l’unico modo. Oggi sono cambiato. Oggi possiamo fare altro, c’è un altro tipo di resistenza, altri modi di lottare contro questa occupazione: il mio libro lo dimostra».

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