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Majed Al-Ansari (Qatar): “Pace a rischio se vincono gli interessi personali”

Qatar's Ministry of Foreign Affairs spokesperson, Majed Al Ansari, speaking to Reuters after Qatar helped mediate a ceasefire agreement in Gaza, in Doha, Qatar, January 20, 2025. REUTERS/Imad Creidi (reuters)

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L’intervista al consigliere più stretto del premier del Qatar Mohammed Al Thani e portavoce del ministero degli Affari esteri: “Il rischio più grande? Che chi fa la guerra per tornaconto personale ora sia parte dei negoziati”
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GERUSALEMME – «Siamo alle discussioni preliminari sulla fase due dell’accordo, ma il negoziato tra Israele e Hamas non ancora è partito perché non tutte le salme degli ostaggi sono state riconsegnate, ci vorrà del tempo». Uno dei maggior conoscitori dei meandri della trattativa per Gaza, non foss’altro perché li frequenta da due anni, è il 42 enne Majed Al-Ansari, il consigliere più stretto del premier del Qatar Mohammed Al Thani e portavoce del ministero degli Affari esteri. È appena arrivato a Napoli alla Conferenza Med Dialoghi Mediterranei, accetta l’intervista con Repubblica.

Le notizie che arrivano da Gaza non rassicurano, la tregua è già a rischio?

«Abbiamo avuto molte sfide negli ultimi giorni, da entrambe le parti, stiamo lavorando con gli americani per assicurarci che il cessate il fuoco regga. Siamo cautamente ottimisti».

Lei le chiama diplomaticamente «sfide», ma Israele e Hamas si accusano a vicenda di plateali violazioni.

«Non posso commentare i reclami presentati ai med…

GERUSALEMME – «Siamo alle discussioni preliminari sulla fase due dell’accordo, ma il negoziato tra Israele e Hamas non ancora è partito perché non tutte le salme degli ostaggi sono state riconsegnate, ci vorrà del tempo». Uno dei maggior conoscitori dei meandri della trattativa per Gaza, non foss’altro perché li frequenta da due anni, è il 42 enne Majed Al-Ansari, il consigliere più stretto del premier del Qatar Mohammed Al Thani e portavoce del ministero degli Affari esteri. È appena arrivato a Napoli alla Conferenza Med Dialoghi Mediterranei, accetta l’intervista con Repubblica.

Le notizie che arrivano da Gaza non rassicurano, la tregua è già a rischio?

«Abbiamo avuto molte sfide negli ultimi giorni, da entrambe le parti, stiamo lavorando con gli americani per assicurarci che il cessate il fuoco regga. Siamo cautamente ottimisti».

Lei le chiama diplomaticamente «sfide», ma Israele e Hamas si accusano a vicenda di plateali violazioni.

«Non posso commentare i reclami presentati ai mediatori. Riguardano il numero di palestinesi uccisi dagli israeliani dall’inizio della tregua, compreso un bombardamento, e il ritardo nella consegna dei cadaveri».

La fase due su cosa verterà?

«Il dispiegamento della Forza di stabilizzazione internazionale (Isf), l’amministrazione provvisoria di Gaza e il disarmo di Hamas»

Che a quanto pare non intende accettare.

«Il problema è che il linguaggio dell’accordo è chiaro, ma offre molto spazio all’interpretazione».

Chi parteciperà all’Isf?

«Si capirà quando sarà chiaro il mandato, le regole di ingaggio e la guida. Noi Paesi arabi ci saremo».

I 200 soldati americani coordineranno fuori dalla Striscia. Quali sono le posizioni sul mandato dell’Isf?

«Il piano è chiaro, ci devono essere forze sul terreno per subentrare all’esercito israeliano quando si ritirerà sulla seconda linea. Nei prossimi giorni definiremo la questione con i nostri partner e gli Usa».

Qual è stato il fattore decisivo che convinto Israele ed Hamas?

«Il rischio dell’escalation in Medio Oriente. In una settimana sette Paesi arabi erano stati colpiti da bombardamenti israeliani, incluso il Qatar, che in quel momento ospitava la delegazione di Hamas che stava discutendo la proposta Trump. Uno shock per l’intera regione e per gli americani. All’Assemblea dell’Onu abbiamo quindi co-ospitato con gli Stati Uniti una riunione che ha portato al piano Trump in 20 punti. Tutto ciò ha spinto gli Usa a fare pressioni su Israele»

È vero che avete minacciato di cacciare da Doha i leader di Hamas?

«Dire a un gruppo che combatte una guerra da 2 anni che non può stare nel nostro Paese non avrebbe cambiato niente. E comunque il loro ufficio operativo, quando ad aprile il Qatar ha sospeso il ruolo di mediatore, si è spostato da Doha».

Chi decide veramente dentro Hamas?

«Le decisioni non vengono prese solo dalla squadra negoziale che è a Doha, ogni nostra proposta viene discussa dal resto della leadership che è sparsa in giro per il mondo, in Libano e altrove».

È vero che a Sharm el-Sheikh negoziatori israeliani e di Hamas sono stati nella stessa stanza?

«No. Dal 2006 i loro colloqui sono indiretti».

Cosa rappresenta Israele per il Qatar?

«Dal 9 settembre (giorno del raid su Doha, ndr) è una seria minaccia alla nostra sicurezza nazionale. Un Paese che ha attaccato il Qatar senza alcun precedente, colpendo un quartiere residenziale che ospita 5.000 persone, 13 ambasciate, sei scuole, costringendo perfino la scuola americana a usare il rifugio. L’attacco è avvenuto in un quartiere a meno di dieci minuti dal Ritz-Carlton, l’hotel preferito della delegazione israeliana a Doha dove sono stati due anni. Per questo abbiamo chiesto garanzie di sicurezza agli Usa, senza avremmo abbandonato il negoziato».

Qual è il maggior ostacolo per la tenuta dell’accordo?

«Che individui investiti nella guerra per tornaconto personale siano i decisori sulla pace. Se i decisori che dovrebbero prendere decisioni difficili manovrano per il proprio vantaggio politico, allora troveranno un modo per sabotare la pace. Per questo abbiamo bisogno della leva della comunità internazionale».

Intende Netanyahu?

«Metta lei i nomi».

Questo accordo poteva essere fatto prima?

«Poteva essere fatto già l’8 ottobre 2023, quando c’era un’iniziale offerta per riconsegnare tutti gli ostaggi. Tutte le offerte hanno sbattuto contro il muro del sabotaggio politico. C’è stato un momento in cui avevamo un accordo sul piano Biden, e Israele ha assassinato il principale negoziatore di Hamas. Poi c’era l’accordo con il piano Witkoff e, ancora, dopo che Hamas aveva accettato, Israele si è tirato indietro».

Ma quei «sì» di Hamas erano in realtà dei «sì, ma».

«È sempre stata la volontà politica di questo o quell’individuo — non solo dal lato israeliano — a provocare ritardi».

Tony Blair sarà nel board dei supervisori del governo transitorio a Gaza?

«Il piano non indica i nomi, vanno discussi. Noi in Qatar abbiamo sempre creduto che i palestinesi debbano essere guidati dai palestinesi».

Chi ricostruirà Gaza, dottor Majed?

«Qualsiasi Paese che possa partecipare dovrebbe farlo. La gente di Gaza deve vedere che il mondo che ritenevano li avesse abbandonati è il mondo che si unirà per ricostruire le loro vite e ascoltarli».

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