La denuncia degli ex detenuti palestinesi: “Le guardie hanno rotto le costole a Barghouti”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – Marwan Barghouti, il leader più amato dai palestinesi e quindi il più temuto da Israele, è stato pestato dalle guardie carcerarie lo scorso 14 settembre, durante il trasferimento tra le prigioni dove sta scontando l’ergastolo. A riferirlo alla famiglia Barghouti sono stati cinque ex detenuti, rilasciati dalle carceri di Israele ed esiliati in Egitto, in base all’accordo con Hamas per la liberazione dei 20 ostaggi ancora in vita.
«Otto guardie lo hanno assalito con violenza, picchiandolo fino a farlo svenire», denuncia Arab Barghouti, il figlio dell’esponente di Fatah. «Non sappiamo ancora in quali condizioni si trovi adesso. Mio padre è una figura unificante, un leader rispettato da tutto il popolo palestinese. Il mondo si deve mobilitare per salvarlo, stanno cercando di assassinarlo in carcere e solo la comunità internazionale può opporsi». Non è la prima volta che il 66enne subisce violenze durante la sua detenzione, che va avanti dal 2003, quando venne arrestato …
GERUSALEMME – Marwan Barghouti, il leader più amato dai palestinesi e quindi il più temuto da Israele, è stato pestato dalle guardie carcerarie lo scorso 14 settembre, durante il trasferimento tra le prigioni dove sta scontando l’ergastolo. A riferirlo alla famiglia Barghouti sono stati cinque ex detenuti, rilasciati dalle carceri di Israele ed esiliati in Egitto, in base all’accordo con Hamas per la liberazione dei 20 ostaggi ancora in vita.
«Otto guardie lo hanno assalito con violenza, picchiandolo fino a farlo svenire», denuncia Arab Barghouti, il figlio dell’esponente di Fatah. «Non sappiamo ancora in quali condizioni si trovi adesso. Mio padre è una figura unificante, un leader rispettato da tutto il popolo palestinese. Il mondo si deve mobilitare per salvarlo, stanno cercando di assassinarlo in carcere e solo la comunità internazionale può opporsi». Non è la prima volta che il 66enne subisce violenze durante la sua detenzione, che va avanti dal 2003, quando venne arrestato e condannato come mandante degli attacchi suicidi contro civili israeliani della Brigata dei Martiri di al-Aqsa. Dopo il 7 ottobre, Barghouti è stato messo in isolamento e spostato più volte tra le prigioni di Ofer, Ramla, Ohalay Kedar e Megiddo.
Tra i cinque testimoni citati dalla famiglia Barghouti c’è anche Ayman Al-Sharabati, 58 anni, nato a Gerusalemme, che a Repubblica il 15 ottobre ha raccontato proprio quell’episodio. «Barghouti è stato pestato dall’unità Nahshon, la più violenta tra quelle che operano nelle galere. Era ammanettato. A forza di calci gli hanno rotto 4 costole». Un altro detenuto, Ayham Fouad Kamamji, afferma che le fratture sul costato sono di più, «tre a sinistra, cinque a destra», e sostiene che non avrebbe ricevuto trattamenti medici. «Quando è tornato in cella i suoi vestiti erano pieni di sangue. Non ha potuto dormire per due giorni per il dolore».
La moglie di Barghouti, Fadwa, ha scritto un messaggio rivolgendosi a lui. «Ti vedo, ora, in isolamento, in una cella scura senza la luce del sole, da due anni quasi senza cibo, eppure contento perché il massacro si è interrotto. E ti immagini quelli che marceranno per tornare a Gaza, chiedendoti come alleviare la loro sofferenza per le perdite, la distruzione, i pericoli».