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Boulos (Usa): “Ora i miliziani devono consegnare le armi, per loro non c’è futuro”

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L’intervista al suocero della figlia di Trump, Tiffany: “I piani del presidente Usa sono molto seri, ciò che è riuscito a realizzare è assolutamente storico”
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Di Massad Boulos si raccontano molte cose. Che sia stato l’uomo chiave per la vittoria di Trump in Michigan, Stato in bilico, aiutando il presidente a conquistare i voti della comunità arabo-americana. Che abbia avuto un ruolo anche nelle discussioni in corso in Libano, il Paese da cui proviene parte della sua famiglia. Certo all’avvocato e uomo d’affari americano-libanese, suocero della figlia di Trump, Tiffany, non mancano contatti e influenza, dall’Africa al Medio Oriente. Da aprile è inviato Usa per l’Africa e i Paesi arabi. Ha negoziato per la tregua tra la Repubblica democratica del Congo e il Rwanda, ha incontrato il generale sudanese al Burhan, ha viaggiato diverse volte in Libia, senza perdere di vista gli sviluppi in Medio Oriente.

Qualche giorno fa, ha definito il piano per Gaza “definitivo e assoluto”, ma nella Striscia si continua a sparare, Hamas non ha restituito tutti i corpi degli ostaggi morti. C’è il rischio che la guerra riprenda?

«I piani del presidente Trump sono…

Di Massad Boulos si raccontano molte cose. Che sia stato l’uomo chiave per la vittoria di Trump in Michigan, Stato in bilico, aiutando il presidente a conquistare i voti della comunità arabo-americana. Che abbia avuto un ruolo anche nelle discussioni in corso in Libano, il Paese da cui proviene parte della sua famiglia. Certo all’avvocato e uomo d’affari americano-libanese, suocero della figlia di Trump, Tiffany, non mancano contatti e influenza, dall’Africa al Medio Oriente. Da aprile è inviato Usa per l’Africa e i Paesi arabi. Ha negoziato per la tregua tra la Repubblica democratica del Congo e il Rwanda, ha incontrato il generale sudanese al Burhan, ha viaggiato diverse volte in Libia, senza perdere di vista gli sviluppi in Medio Oriente.

Qualche giorno fa, ha definito il piano per Gaza “definitivo e assoluto”, ma nella Striscia si continua a sparare, Hamas non ha restituito tutti i corpi degli ostaggi morti. C’è il rischio che la guerra riprenda?

«I piani del presidente Trump sono molto seri, ciò che è riuscito a realizzare è assolutamente storico. A Sharm el-Sheikh abbiamo visto l’enorme sostegno internazionale, arabo e anche di Paesi come la Turchia, al suo piano che riguarda l’intero Medio Oriente. La prima fase ha avuto un grande successo: la guerra è finita, c’è stato lo scambio tra ostaggi e prigionieri. La riconsegna dei corpi è leggermente più lenta del previsto, ma riteniamo che si tornerà alla tempistica stabilita. Altri aspetti richiederanno tempo per essere negoziati».

Le immagini di esecuzioni pubbliche a Gaza hanno scioccato l’opinione pubblica: due anni di guerra per avere Hamas ancora al potere?

«Il presidente Trump lo ha detto molto chiaramente: Hamas deve disarmarsi. Non c’è futuro per loro nel governo di Gaza».

Ci sono negoziati in corso per esiliare la leadership militare del gruppo in alcuni Paesi africani?

«Non ho mai avuto discussioni del genere né ne ho mai sentito parlare. Molti di loro sono già in Qatar o in Turchia».

L’amministrazione Usa pensa di dare sostegno finanziario ai palestinesi che vorranno andarsene da Gaza?

«Non ho visto piani in tal senso. Ma Trump ha lavorato molto duramente negli ultimi mesi per fornire aiuti umanitari».

Il presidente parla di nuovo Medio Oriente, ma senza una soluzione alla questione palestinese appare improbabile. Come intendete affrontare il rifiuto categorico di Israele di una soluzione a due Stati?

«Il piano parla chiaramente delle aspirazioni palestinesi, ma non può esserci nulla del genere senza un accordo tra le due parti. È un processo lungo, che verrà determinato in futuro».

Ma è un obiettivo dell’amministrazione statunitense arrivarci?

«Il presidente non ha ancora preso una decisione sulla soluzione specifica. Questo deve essere negoziato dalle due parti».

Un anno dopo il cessate il fuoco in Libano Hezbollah rifiuta di disarmarsi e Israele continua a bombardare. È una tregua a rischio?

«L’attuale amministrazione libanese, il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam, stanno facendo un buon lavoro, l’esercito libanese ha compiuto passi significativi verso il disarmo di Hezbollah, che deve completamente deporre le armi in tutto il Libano, non solo nella zona a sud del fiume Litani: è un processo che sta procedendo per fasi, speriamo si concluda entro la fine dell’anno ma potrebbero volerci ancora alcune settimane».

È possibile un negoziato per un accordo di pace tra Libano e Israele?

«Sì. Il presidente libanese parla ormai da qualche giorno di avviare un dialogo e negoziati diretti con Israele riguardo ai confini. È un ottimo segno».

Lei è stato più volte in Libia negli ultimi tempi. A 14 anni dalla caduta di Gheddafi, il Paese resta spaccato. Il processo di pace per arrivare a una Libia unita è fallito?

«La crisi è in una situazione di stallo, c’è uno status quo che le parti hanno stabilito nel corso degli anni, il che non è utile per procedere verso l’unificazione. Il nostro obiettivo è una Libia unificata. La missione Onu in Libia, guidata dalla Rappresentante speciale Hannah Tetteh, ha elaborato una roadmap che giudichiamo ottima. Non facile da attuare, ma possibile».

C’è una crisi drammatica dimenticata, quella sudanese, nella quale sono coinvolti anche molti attori arabi del Golfo con cui questa Casa Bianca ha rapporti ravvicinati. Qual è la strategia americana?

«Quella in Sudan è di gran lunga la più grande crisi umanitaria nel mondo. Solo la città di El Fasher è sotto assedio da un anno e mezzo. Ci sono circa 300.000 esseri umani intrappolati alla fame perché gli aiuti non arrivano. Stiamo lavorando con le due parti in conflitto per garantire che gli aiuti umanitari possano entrare senza intoppi, e insieme ai nostri partner all’interno del Quad, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto lavoriamo per arrivare a un cessate il fuoco di tre mesi, una tregua umanitaria, da prolungare».

Gli stessi Paesi del Golfo coinvolti nel conflitto.

«Non c’è dubbio che diversi Paesi stiano sostenendo gruppi diversi per varie ragioni. Ma siamo tutti uniti contro l’influenza iraniana e i Fratelli musulmani e altri gruppi estremisti».

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