La nuova sfida di Hamas: “Non lasceremo Gaza”. L’Idf continua a colpire
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – Tra le poche certezze di questa tregua fragile, sospesa tra una prima fase dell’accordo non ancora ultimata e una seconda non ancora cominciata, ce n’è una che rappresenta l’ipoteca sul futuro di Gaza. Hamas non intende né andarsene, né lasciare le armi. Lo ha fatto capire sin dall’inizio delle trattative e ora lo dichiara.
«Nel periodo di transizione ci sarà un’amministrazione civile fatta di tecnocrati, ma sul terreno, Hamas sarà presente per proteggere gli aiuti umanitari dai ladri», dice Mohammed Nazzal, che fa parte dell’ufficio politico del gruppo islamista. Aggiunge: «Siamo disposti a mantenere una tregua fino a cinque anni per ricostruire Gaza e abbiamo intenzione di restituire tutti i cadaveri degli ostaggi». Ma quando i cronisti della Reuters gli chiedono del disarmo, condizione posta sia da Israele sia dagli Stati Uniti, Nazzal replica con la solita ambiguità. «Non posso rispondere né sì né no, dipende dalla natura del piano. Il disarmo è un tema ampio, dovreb…
GERUSALEMME – Tra le poche certezze di questa tregua fragile, sospesa tra una prima fase dell’accordo non ancora ultimata e una seconda non ancora cominciata, ce n’è una che rappresenta l’ipoteca sul futuro di Gaza. Hamas non intende né andarsene, né lasciare le armi. Lo ha fatto capire sin dall’inizio delle trattative e ora lo dichiara.
«Nel periodo di transizione ci sarà un’amministrazione civile fatta di tecnocrati, ma sul terreno, Hamas sarà presente per proteggere gli aiuti umanitari dai ladri», dice Mohammed Nazzal, che fa parte dell’ufficio politico del gruppo islamista. Aggiunge: «Siamo disposti a mantenere una tregua fino a cinque anni per ricostruire Gaza e abbiamo intenzione di restituire tutti i cadaveri degli ostaggi». Ma quando i cronisti della Reuters gli chiedono del disarmo, condizione posta sia da Israele sia dagli Stati Uniti, Nazzal replica con la solita ambiguità. «Non posso rispondere né sì né no, dipende dalla natura del piano. Il disarmo è un tema ampio, dovrebbe includere altri gruppi armati palestinesi. Ma poi, a chi esattamente dovremmo consegnare le armi?».
Non sono le parole che Trump e Netanyahu vogliono sentire («devono disarmare, senza se e senza ma», ripete il primo ministro di Israele), ma il dato di fatto, con cui dovranno fare i conti quando ricomincerà il negoziato, è che Hamas, con le sue diverse unità di polizia e sicurezza, sta riprendendo il controllo della zona non più occupata dall’esercito israeliano (il 47 per cento del territorio), presidiando le strade, riattivando gli uffici, ingaggiando scontri a fuoco con i membri dei clan rivali, organizzando esecuzioni pubbliche. E anche, per la prima volta, coordinando le operazioni di scavo di un tunnel distrutto a nord di Khan Younis dove potrebbero trovarsi i corpi di 7 dei 19 ostaggi deceduti ancora a Gaza. Un altro, in serata, è stato individuato e riconsegnato.
«Hamas disarmerà», è convinto Donald Trump, che auspica l’adesione a breve dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo sulla normalizzazione diplomatica delle relazioni con Israele.
Otto giorni dopo l’annuncio della tregua, nella Striscia la quantità di aiuti umanitari in ingresso «sono ancora quelli di prima dell’accordo», denuncia Paolo Pezzati, portavoce di Oxfam, una delle ong impegnate nelle forniture. I civili continuano a morire e non solo per le ritorsioni di Hamas. Sono già 38 i palestinesi uccisi dall’esercito di Israele, ufficialmente perché si sono avvicinati o hanno tentato di oltrepassare la Linea gialla delineata dal Piano Trump. Ieri però è stato bombardato un bus su cui viaggiavano in dieci a Gaza City, nel quartiere di Zeitoun, a est della Salah al-Din road. Un ragazzino è sopravvissuto, nove risultano dispersi. Non è chiara la posizione esatta del veicolo nel momento in cui è stato colpito, l’esercito sostiene che si stesse avvicinando alle posizioni delle truppe e che prima dell’artiglieria sono stati sparati colpi di avvertimento.
Mentre all’ospedale Nasser di Khan Younis le famiglie dei palestinesi sono in fila per riconoscere le salme riportate a Gaza — «quasi tutte con segni di violenze ed esecuzioni» spiegano i medici legali che le stanno esaminando — il team turco di 81 operatori search and rescue è stato fermato da Israele all’ingresso nella Striscia. «Vogliamo che prima Hamas riconsegni i corpi degli ostaggi che può recuperare», è la spiegazione ufficiale. Quella ufficiosa, sussurrata ma non confermata, è che l’intelligence israeliana teme possibili tentativi di spionaggio degli operatori turchi.