✕

Netanyahu blocca Rafah, l’Egitto verso la guida della missione internazionale

Vance e Witkoff in arrivo, consegnati a Israele altri due corpi di ostaggi. Ipotesi congelamento di dieci anni per le armi di Hamas
2 minuti di lettura

Il Cairo – Tocca ancora al Cairo. Dopo il vertice di Sharm el Sheikh, che il presidente al Sisi considera un successo, gli egiziani sono impegnati in un tour de force diplomatico per stabilizzare l’accordo su Gaza e passare alla cosiddetta fase due del piano, la più complessa, perché prevede il disarmo di Hamas, colloqui seri sul ruolo dell’Anp di Abu Mazen, mal sopportata sia dai miliziani che dagli israeliani, e la creazione di una missione internazionale per gestire la sicurezza a Gaza. A guidarla, scrive il Guardian, potrebbe essere proprio l’Egitto, ma gli americani chiedono che abbia un mandato Onu: non una missione di peacekeeping ma comunque una operazione che abbia il sigillo del consiglio di sicurezza. Le discussioni con il Cairo sono in corso. L’Indonesia ha già dato disponibilità a inviare truppe, così pure l’Azerbaijan e la Turchia, ma in Israele l’idea di avere i soldati di Erdogan al confine non piace.

Giovedì scorso al Cairo una delegazione di Hamas ha discusso con i m…

Il Cairo – Tocca ancora al Cairo. Dopo il vertice di Sharm el Sheikh, che il presidente al Sisi considera un successo, gli egiziani sono impegnati in un tour de force diplomatico per stabilizzare l’accordo su Gaza e passare alla cosiddetta fase due del piano, la più complessa, perché prevede il disarmo di Hamas, colloqui seri sul ruolo dell’Anp di Abu Mazen, mal sopportata sia dai miliziani che dagli israeliani, e la creazione di una missione internazionale per gestire la sicurezza a Gaza. A guidarla, scrive il Guardian, potrebbe essere proprio l’Egitto, ma gli americani chiedono che abbia un mandato Onu: non una missione di peacekeeping ma comunque una operazione che abbia il sigillo del consiglio di sicurezza. Le discussioni con il Cairo sono in corso. L’Indonesia ha già dato disponibilità a inviare truppe, così pure l’Azerbaijan e la Turchia, ma in Israele l’idea di avere i soldati di Erdogan al confine non piace.

Giovedì scorso al Cairo una delegazione di Hamas ha discusso con i mediatori della possibilità di far entrare nella Striscia personale di sicurezza dell’Autorità palestinese, che agirebbe sotto il coordinamento della forza internazionale: si parla di circa 1.000 poliziotti che già da tempo sono stati addestrati tra il Cairo e Amman. L’avvio di un nuovo meccanismo di sicurezza a Gaza dovrebbe consentire il ritiro ulteriore dei soldati israeliani, questo almeno è l’obiettivo egiziano, che si scontra però con molte resistenze. La prima riguarda l’apertura del valico di Rafah, cruciale per far uscire i palestinesi feriti e malati e chi vuole lasciare la Striscia, ma dal punto di vista del Cairo fondamentale anche per permettere ai palestinesi rifugiati in Egitto di tornare a Gaza. Le autorità egiziane stanno già compilando le liste di chi è deciso a rientrare. Ieri l’ambasciata palestinese al Cairo aveva annunciato che il valico sarebbe stato riaperto lunedì. È stata immediatamente smentita da Israele: Rafah resterà chiusa fino a data da destinarsi, ha fatto sapere l’ufficio del premier Netanyahu, sicuramente non verrà riaperta al transito delle persone (gli aiuti passeranno solo da Israele per le ispezioni) prima che Hamas abbia restituito tutti i corpi degli ostaggi morti, 17 salme perché altre due sono state riconsegnate ieri notte allo Stato ebraico. Il premier israeliano ieri ha parlato e ha annunciato due cose: che intende ricandidarsi, e che «la guerra finirà» soltanto quando sarà completata la seconda fase che «comprende anche il disarmo di Hamas, o più precisamente la smilitarizzazione della striscia di Gaza».

Il gruppo islamista dovrà cedere le armi, e questo significa perdere potere a Gaza. I miliziani considerano un diritto della “resistenza” avere armi quantomeno difensive e sarebbero disposti a consegnarle solo a una forza araba e dentro un accordo che porti davvero a uno Stato palestinese. Ipotesi inaccettabile per Israele. Un compromesso, dicono fonti egiziane, potrebbe essere congelare le armi di Hamas per una tregua di 10 anni, che consentirebbe di avviare la ricostruzione e negoziati seri sul futuro della Palestina.

Ma anche per la destra al potere in Israele la fase due comporta impegni politicamente pesanti: il ritiro dalla Striscia e l’avvio di un passaggio di poteri a Gaza che inevitabilmente coinvolgerà l’Autorità nazionale palestinese, prospettiva che Netanyahu ha sempre voluto evitare.

Solo la pressione americana può aiutare a sciogliere i nodi ed è il motivo per cui la Casa Bianca sta pensando di inviare nella regione il vicepresidente JD Vance, l’inviato Steve Witkoff e il genero di Trump Jared Kushner, che hanno mediato l’accordo di tregua. Vance potrebbe arrivare in Israele domani o dopo, seguito da Witkoff e Kushner, che valutano anche una tappa in Egitto. Intervistati dalla Cbc, i due hanno confermato che il punto di svolta su Gaza è stato l’attacco israeliano al Qatar. Ci siamo resi conto, ha raccontato Kushner, «che gli israeliani avevano perso un po’ il controllo su ciò che stavano facendo, e che era giunto il momento di essere molto forti e impedire loro di fare cose che non sono nei loro interessi a lungo termine».

Leggi i commenti