Parla la donna del video choc: “Io presa a bastonate da sei coloni mentre raccoglievo le mie olive”
dal nostro inviato Fabio TonacciRAMALLAH (CISGIORDANIA) – È quando ripensa a quel momento, alle bastonate e ai calci inferti da violenti senza volto, quando rivede se stessa a terra tra gli olivi, lei che è una donna di 53 anni e 5 figli, che soffre di asma, problemi di cuore e diabete, pestata da giovinastri cresciuti nelle colonie e intrisi del fanatismo che le abita, che le urlavano cose in una lingua che non conosce, davanti ai soldati israeliani che non solo non li hanno fermati ma hanno lanciato i lacrimogeni contro i palestinesi, ecco, quando realizza ancora una volta quanto è stata vicina a morire, la signora Afaf Abu Alia smette di parlare. E si scioglie in un pianto quasi muto.
«Non ci protegge nessuno, nessuno ci aiuta...», le poche parole che escono dalla sua bocca. Senza bisogno di dirlo, segnalano che l’intervista è finita.
Ospedale arabo Istishari, Ramallah. Una mattina come le altre, corsie piene, camici bianchi. Afaf è in una stanza all’ottavo piano e sembra una bambina, rannicchiata sul letto in …
RAMALLAH (CISGIORDANIA) – È quando ripensa a quel momento, alle bastonate e ai calci inferti da violenti senza volto, quando rivede se stessa a terra tra gli olivi, lei che è una donna di 53 anni e 5 figli, che soffre di asma, problemi di cuore e diabete, pestata da giovinastri cresciuti nelle colonie e intrisi del fanatismo che le abita, che le urlavano cose in una lingua che non conosce, davanti ai soldati israeliani che non solo non li hanno fermati ma hanno lanciato i lacrimogeni contro i palestinesi, ecco, quando realizza ancora una volta quanto è stata vicina a morire, la signora Afaf Abu Alia smette di parlare. E si scioglie in un pianto quasi muto.
«Non ci protegge nessuno, nessuno ci aiuta...», le poche parole che escono dalla sua bocca. Senza bisogno di dirlo, segnalano che l’intervista è finita.
Ospedale arabo Istishari, Ramallah. Una mattina come le altre, corsie piene, camici bianchi. Afaf è in una stanza all’ottavo piano e sembra una bambina, rannicchiata sul letto in posizione fetale, immobile, con gli occhi segue chi entra e chi esce, le amiche attorno, uno dei figli porta il caffè a tutti. «Quel ragazzo mi ha spaccato la testa con un bastone che aveva delle spine sulla cima, su una ferita mi hanno dato 11 punti, sull’altra, qui sopra l’orecchio, 8 punti, mi voleva ammazzare».
Quel ragazzo è il colono con la faccia coperta da una sciarpa nera e con addosso lo tzitzit, l’indumento del rito ebraico, che si vede aggredire Afaf e gli altri palestinesi in un campo a Turmus Ayya, nord di Ramallah, nel video girato da un giornalista americano, diventato virale.
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«Era domenica 19 ottobre, le 9 di mattina», racconta la donna. Oltre alle ferite alla testa ha la mano fasciata, il gomito tumefatto, dolori lancinanti al costato e alle gambe. «Il campo è in una località che si chiama Wadi Ammar, è un oliveto che appartiene a una famiglia palestinese. Anch’io ne avevo uno, ampio tre ettari, con 500 olivi, ma la scorsa estate l’esercito israeliano è venuto con le ruspe e li ha eradicati tutti. Quindi ho fatto un accordo col proprietario dell’oliveto di Wadi Ammar, noi raccogliamo le sue olive e poi facciamo a metà».
Chi erano i coloni che domenica mattina li hanno aspettati nascosti tra gli alberi Afaf Abu Alia non lo sa. «Erano in venti, con la faccia coperta e armati di bastoni. Forse venivano dall’insediamento di Shilo, non lo so». Ciò di cui è sicura, però, è che all’oliveto sono arrivati prima i soldati israeliani. «Noi li avevamo avvertiti che avremmo raccolto le olive, siamo costretti a farlo, dobbiamo chiedere il permesso. I militari erano lì nel campo e quando ci hanno visto ci hanno sparato addosso i gas lacrimogeni, saranno stati loro ad avvertire il branco, oppure i coloni ci hanno visto con i droni». Non è certo la prima volta che accade.
Secondo la Commissione palestinese “Colonization and Wall Resistence” sono già 158 gli attacchi subiti dagli arabi in questa stagione del raccolto. La maggior parte provengono dai coloni, in 17 casi sono coinvolti soldati di Israele.
«I lacrimogeni che ci hanno lanciato ci hanno stordito, non ci vedevo più, non respiravo», continua Afaf. «I coloni mi hanno assalita all’improvviso. Nel video si vede solo l’ultima bastonata che mi hanno dato, ma poco prima in sei mi avevano preso a calci. Ero piena di sangue. Ho pensato davvero di morire. Questo volevano, uccidermi. Ucciderci tutti solo perché andiamo a raccogliere le nostre olive, nei nostri oliveti, sulla nostra terra».