Ondata di tank, droni e uomini: super offensiva russa nella pianura di Zaporizhzhia
di Gianluca Di FeoLa battaglia si è scatenata all’improvviso, con un’ondata di mezzi corazzati russi partiti alla carica lunedì mattina nella pianura di Zaporizhzhia. Ventisei veicoli divisi in più colonne, lanciati a tutta velocità in pieno giorno. Subito nugoli di quadricotteri telecomandati ucraini si sono gettati sugli incursori, cercando di penetrare i gusci di lamiera e griglie saldati sopra le blindature in stile “Mad Max”. In cielo è iniziato un duello tra macchine volanti: droni contro droni, per abbattere i robot ricognitori che fanno da regia all’assalto e alla difesa.
Ogni formazione d’attacco russa ha in testa un tank, pieno di antenne per disturbare le frequenze che guidano i droni mentre spinge davanti rulli d’acciaio per far esplodere le mine. Lo seguono quattro mezzi carichi di fanti. La meta di questa rapida sfilata appare chiara: punta sulle rovine del villaggio di Mala Tokmachka, molti chilometri più avanti. E’ una località strategica: l’unico riparo in una distesa piatta, dove gli …
La battaglia si è scatenata all’improvviso, con un’ondata di mezzi corazzati russi partiti alla carica lunedì mattina nella pianura di Zaporizhzhia. Ventisei veicoli divisi in più colonne, lanciati a tutta velocità in pieno giorno. Subito nugoli di quadricotteri telecomandati ucraini si sono gettati sugli incursori, cercando di penetrare i gusci di lamiera e griglie saldati sopra le blindature in stile “Mad Max”. In cielo è iniziato un duello tra macchine volanti: droni contro droni, per abbattere i robot ricognitori che fanno da regia all’assalto e alla difesa.
Ogni formazione d’attacco russa ha in testa un tank, pieno di antenne per disturbare le frequenze che guidano i droni mentre spinge davanti rulli d’acciaio per far esplodere le mine. Lo seguono quattro mezzi carichi di fanti. La meta di questa rapida sfilata appare chiara: punta sulle rovine del villaggio di Mala Tokmachka, molti chilometri più avanti. E’ una località strategica: l’unico riparo in una distesa piatta, dove gli alberi sono stati inceneriti da tre anni di cannonate. Ed è il trampolino per puntare su Orikhiv: l’ultima barriera che impedisce ai battaglioni di Mosca di dilagare verso nord.
Diverse autoblindo vengono distrutte durante il percorso. Solo la metà arriva all’obiettivo e fa scendere i soldati, che corrono tra le picchiate assassine dei quadricotteri fino a ripararsi nelle macerie delle case. Gli ucraini vanno al contrattacco e mandano due tank a sparare sui russi appostati tra le case. Dopo pochi minuti, i droni e l’artiglieria di Mosca li fanno saltare in aria.
Entrambi gli schieramenti cantano vittoria e pubblicano video tagliati su misura per esaltare i propri combattenti. Impossibile avere una verità. Di sicuro le perdite russe sono state alte, sia di mezzi che di uomini. Ma hanno occupato un avamposto che gli permette di allungare di una decina di chilometri il raggio d’azione dei loro droni – lo strumento chiave del conflitto – e soprattutto hanno localizzato i capisaldi della difesa ucraina, contro cui sono intervenuti i bombardieri.
Battaglie simili accadono ogni giorno, in zone diverse del fronte: il Cremlino ha aumentato il ritmo dell’offensiva, ignorando i messaggi di pace della Casa Bianca. Dopo averli tenuti fermi per l’intera estate, i generali di Putin stanno gettando nella mischia numeri crescenti di tank e cingolati. “In dieci giorni ne abbiamo fermati più di cinquanta”, racconta un ufficiale di Kiev: “Ma so che ne arriveranno altri”.
Queste irruzioni sono accompagnate dalle infiltrazioni di piccole pattuglie appiedate: individuano i punti deboli, si appostano e attendono i rinforzi. Da lì segnalano le postazioni nemiche all’aviazione, che le rade al suolo con gli ordigni plananti da mezza tonnellata. Le nuove squadre d’assalto ucraine tentano di eliminare questi esploratori, ingaggiando scontri ravvicinati: sono i “pompieri” creati per impedire che i focolai si trasformino in roghi. Ormai non esiste più una prima linea, ma una colossale zona grigia che si estende nelle campagne e persino nei centri urbani: una terra di nessuno dominata da sciami di droni, che danno la caccia a macchine e uomini.
E’ una pressione lenta e continua. Corrode lo schieramento ucraino e la catena di città-fortezza che custodisce l’ultima parte del Donbass controllata da Kiev appare in difficoltà. Nel Donetsk i russi sono penetrati nei quartieri centrali di Prokovsk, assediata da un anno, e stanno chiudendo una grande tenaglia intorno ai battaglioni che presidiano l’area. Torna a materializzarsi l’incubo di una sacca che potrebbe imprigionare migliaia di soldati. La stessa manovra viene ripetuta per isolare Kostantynivka. I bollettini degli analisti ucraini di DeepState – una delle fonti più affidabili - sono tutti negativi. Non solo: le forze di Mosca vogliono completare l’occupazione del Lugansk. Controllano la parte nord di Kupiansk e mirano a impadronirsi dei guadi sul fiume Oskil; stanno circondando Lyman. Più a sud, la spinta verso Zaporizhzhia riceve rinforzi di parà e carristi.
I russi si prenderanno tutto il Donbass? No, non ci sono segnali che confermino le prospettive di trionfo rapido millantate da Vladimir Putin nel colloquio con Donald Trump. La strada per la conquista del Donbass resta lunga e sanguinosa. Ma anche il prezzo che stanno pagando gli ucraini sta diventando altissimo. La speranza di un cessate il fuoco spinge i comandanti a gettare le riserve nella mischia e aumenta la carneficina. E’ sempre più una guerra di logoramento, in cui finora la macchina bellica russa non mostra rallentamenti: senza gli aiuti occidentali, la resistenza ha poche speranze.