Brexit, la “vendetta” dei polacchi: così l’economia di Varsavia sta superando quella britannica
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA – La vendetta è un piatto che va consumato freddo. In questo caso, ci sono voluti quasi dieci anni, da quel referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016. Ora, però, i tanto vituperati polacchi si stanno prendendo la rivincita su quei britannici - e sullo stesso re euroscettico Nigel Farage - che non li volevano, o che li accusavano di “scroccare” il welfare e il servizio sanitario. Del resto, i cittadini di Varsavia e dintorni erano arrivati in massa oltremanica (oltre un milione) grazie alla libera circolazione europea, dopo l’ingresso della Polonia in Ue nel 2004.
Ma dal referendum di nove anni fa, si è capovolta la tendenza: centinaia di migliaia di polacchi sono fuggiti dal Regno Unito, per la precisione oltre 300mila, con gran parte di loro che sono tornati in patria, dove gli standard di vita stanno crescendo senza sosta e i prezzi sono decisamente più bassi rispetto a Londra e al resto dell’isola. Ma il problema per la Gran Bretagna adesso non è soltanto che mancano i lor…
LONDRA – La vendetta è un piatto che va consumato freddo. In questo caso, ci sono voluti quasi dieci anni, da quel referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016. Ora, però, i tanto vituperati polacchi si stanno prendendo la rivincita su quei britannici - e sullo stesso re euroscettico Nigel Farage - che non li volevano, o che li accusavano di “scroccare” il welfare e il servizio sanitario. Del resto, i cittadini di Varsavia e dintorni erano arrivati in massa oltremanica (oltre un milione) grazie alla libera circolazione europea, dopo l’ingresso della Polonia in Ue nel 2004.
Ma dal referendum di nove anni fa, si è capovolta la tendenza: centinaia di migliaia di polacchi sono fuggiti dal Regno Unito, per la precisione oltre 300mila, con gran parte di loro che sono tornati in patria, dove gli standard di vita stanno crescendo senza sosta e i prezzi sono decisamente più bassi rispetto a Londra e al resto dell’isola. Ma il problema per la Gran Bretagna adesso non è soltanto che mancano i loro celebri idraulici, tanto che a Londra per trovarne uno a volte bisogna aspettare anche settimane. Il vero tema è che, proprio dopo la Brexit, l’economia della Polonia ha continuato a crescere vertiginosamente. Mentre quella britannica si è avviluppata sempre di più in una deprimente anemia produttiva.
Ora, le conseguenze sono clamorose. L’economia della Polonia, parte sempre più fondante della Ue pur senza adottare l’euro, sta raggiungendo quella del Regno Unito, a colpi di una crescita media pari +4% del Pil annuale da quando è entrata nell’Unione. Mentre quella britannica non supera da tempo l’1 per cento, come nota il Times. Non solo: se nel 1995, il prodotto interno lordo pro capite della Polonia si attestava a 13.600 dollari (cifra adeguata al valore del denaro di oggi), ossia il 36% del benchmark britannico (a parità di potere di acquisto), oggi siamo a 44.500 dollari, ossia all’80% del Regno, secondo i dati Ocse adeguati all’inflazione e ai prezzi dei vari Paesi.
Ma potremmo continuare con i dati. Dodici delle diciassette regioni della Polonia oggi sono più ricche del Galles occidentale, per fare un esempio. Mentre la disoccupazione in Polonia è scesa dal 20% nel 2002 al 3% attuale. Nonostante Varsavia spenda oramai il 5% all’anno del Pil in Difesa e armamenti contro la minaccia della Russia di Putin, sono numeri eccezionali e così eloquenti. Tanto che persino Kemi Badenoch, leader del partito conservatore che promulgò il referendum sull’uscita di Londra dall’Ue, ha ammesso durante l’ultima conferenza di partito a Manchester due settimane fa: “Oggi l’economia della Polonia corre il doppio della nostra”.
Del resto, se l’economia britannica non va bene è anche colpa della Brexit. Lo confermerà l’ufficio semi-governativo Office for Budget Responsibility (Obr) che prima della prossima legge di bilancio a fine novembre - la quale si annuncia lacrime e sangue - pubblicherà le sue stime sulla produttività. Secondo il Financial Times, a causa del Covid e dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea decisa da un referendum nel 2016, Londra perderà lo 0,2 nelle stime di produttività e competitività, ossia 18 miliardi di sterline all’anno (oltre 20 miliardi di euro).
Anche la ministra delle Finanze Rachel Reeves negli ultimi giorni ha definito gli effetti della Brexit “severi e a lungo termine”, mentre il primo ministro Keir Starmer aveva citato per due volte l’uscita dall’Ue durante il suo discorso alla conferenza di partito, rompendo un tabù nell’approccio del Labour che sinora non si è voluto alienare gli elettori più conservatori o brexiter. Pure il governatore della Banca d’Inghilterra Andrew Bailey l’altro giorno a Washington ha confermato che la Brexit “avrà un impatto negativo nel prossimo futuro”, anche se “l’economia britannica riuscirà ad adattarsi, prima o poi”.
Gli effetti oggi sono evidenti soprattutto sull’inflazione, accresciuta dai costi commerciali tra Regno Unito ed Unione Europea post Brexit e come ammesso dagli stessi governi britannici negli anni scorsi: oggi a Londra il tasso di inflazione è ancora al 3,8%, confermato anche per il mese di settembre, mentre in gran parte dell’Ue è tornato alla normalità intorno al 2% e in Italia addirittura sotto quella cifra. Secondo diversi esperti sentiti dal Financial Times, il riavvicinamento commerciale tra i due blocchi iniziato da Starmer nei mesi scorsi, nei limiti della Brexit, avrà un impatto risibile.
Subito dopo il referendum del 23 giugno 2016, l’Obr aveva dichiarato come il Regno Unito avrebbe perso il 4% del Pil negli anni successivi. Attualmente, lo stesso istituto stima che l’accordo commerciale entrato in vigore a gennaio 2021 (firmato da Boris Johnson) ridurrà la produttività a lungo termine del 4% rispetto a uno scenario in cui il Regno Unito fosse rimasto nell’Ue: “Ciò riflette l’impatto delle barriere non tariffarie aggiuntive che ostacolano il commercio tra Ue e Regno Unito”.
Un sondaggio YouGov di giugno ha mostrato come solo il 31% degli intervistati ritenesse che il Regno Unito avesse fatto bene a lasciare l’Ue, contro il 56% che considerava la scelta sbagliata. Nel frattempo, un altro sondaggio YouGov ha rilevato che solo il 23% pensa che la Brexit sia stata positiva per l’economia, mentre il 65% ritiene che l’uscita del Regno Unito dal blocco commerciale europeo abbia avuto un impatto negativo.
Ma Starmer e i laburisti hanno riaperto il dibattito sulla Brexit non solo per i sondaggi. Il loro obiettivo è Nigel Farage, che con il suo partito di destra Reform UK e una forte retorica populista e anti-migranti sta volando nei sondaggi. Farage è il padre dell’uscita del Regno Unito dall’Ue e dunque per gli spin doctor del primo ministro è un buon argomento per ricordare alla popolazione i motivi per cui le cose non vanno bene, oltre al fatto che Farage sarebbe un “irresponsabile”. Ma forse non basterà per far inghiottire bocconi amari ai britannici, come quello della prossima legge di bilancio, per cui il Labour dovrà trovare 30 miliardi di sterline, molto probabilmente aumentando - di nuovo - le tasse.