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Nella Striscia 15mila malati gravi, l’appello al mondo dell’Oms: “Devono uscire per essere curati”

(afp)

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Quasi la metà dei 7.875 pazienti già usciti sono finiti in Egitto, Emirati, Turchia, Qatar, Giordania, ma in Europa l’Italia è quella che ha fatto di più con 196 malati accolti, mentre Usa e Canada a stento hanno ricoverato due persone
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Quarantuno pazienti si sono lasciati alle spalle la Striscia ieri mattina, insieme a 145 accompagnatori. «È la prima evacuazione medica dall’inizio del cessate il fuoco», dice il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che a tutti i Paesi chiede di aprire le porte dei propri ospedali.

Quasi la metà dei 7.875 pazienti già usciti sono finiti in Egitto, Emirati, Turchia, Qatar, Giordania, ma in Europa l’Italia è quella che ha fatto di più con 196 malati accolti, mentre Usa e Canada a stento hanno ricoverato due persone. «Bisogna fare di più», tuona l’Oms.

In coda ci sono più di 15.600 persone e un quarto sono bambini. Mira, 10 anni, ancora spera di avere giorni e forza a sufficienza per combattere contro l’insufficienza renale acuta che la affligge, e lo stesso vogliono credere i genitori di Yazan, un bambino di solo 7 anni con anomalie cerebrali congenite che per sopravvivere avrebbe bisogno di interventi chirurgici regolari. Al momento possono solo aspettare, ma a Gaza…

Quarantuno pazienti si sono lasciati alle spalle la Striscia ieri mattina, insieme a 145 accompagnatori. «È la prima evacuazione medica dall’inizio del cessate il fuoco», dice il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che a tutti i Paesi chiede di aprire le porte dei propri ospedali.

Quasi la metà dei 7.875 pazienti già usciti sono finiti in Egitto, Emirati, Turchia, Qatar, Giordania, ma in Europa l’Italia è quella che ha fatto di più con 196 malati accolti, mentre Usa e Canada a stento hanno ricoverato due persone. «Bisogna fare di più», tuona l’Oms.

In coda ci sono più di 15.600 persone e un quarto sono bambini. Mira, 10 anni, ancora spera di avere giorni e forza a sufficienza per combattere contro l’insufficienza renale acuta che la affligge, e lo stesso vogliono credere i genitori di Yazan, un bambino di solo 7 anni con anomalie cerebrali congenite che per sopravvivere avrebbe bisogno di interventi chirurgici regolari. Al momento possono solo aspettare, ma a Gaza anche il tempo è un lusso: 740 persone, fra cui 137 bambini — ricorda Medici senza Frontiere — sono morte tra luglio 2024 e agosto 2025 in attesa di un trasferimento all’estero per essere curate. «Si tratta di morti evitabili, causate non solo dalla distruzione degli ospedali e delle strutture sanitarie — attacca Javid Abdelmoneim, presidente di Msf — ma anche dall’inazione politica».

Dopo due anni di bombardamenti, attacchi mirati da terra e dal cielo a, Gaza rimangono aperti solo 14 su 36 ospedali e sono solo parzialmente operativi. Mancano macchinari, interi reparti — conferma l’ultimo report Onu — sono stati intenzionalmente rasi al suolo. «Ci sono migliaia di pazienti che hanno urgente necessità di terapie specialistiche che qui non siamo più in grado di fornire — racconta il dottore Morten Rostrup, dai reparti saturi dall’ospedale di Al Aqsa — Ma persino gli aiuti di base che erano stati promessi non stanno arrivando in quantità sufficiente e qui serve tutto».

Lo denuncia anche un gruppo di 41 ong, fra cui nomi noti fra gli umanitari come Medici del mondo, l’italiana Ciss, ActionAid, Terres des hommes. Il 94 per cento dei camion bloccati da Israele — spiegano — sono di ong e «in tre quarti dei casi la motivazione è che le organizzazioni “non sono autorizzate” a fornire aiuti umanitari» nonostante siano sigle presenti a Gaza da anni.

È il frutto avvelenato del giro di vite voluto dal governo Netanyahu sull’intervento umanitario, che lascia fuori dalla Striscia più di 50 milioni di dollari di beni essenziali e centinaia di operatori. Servirebbero, soprattutto negli ospedali. Dall’inizio del conflitto, almeno 1.722 medici e paramedici sono stati uccisi, a centinaia sono stati incarcerati, 95 lo sono ancora. Fra loro, oltre al noto pediatra Abu Safiya, arrestato in camice mentre chiedeva all’Idf di risparmiare l’ospedale di Kamal Adwan e i suoi pazienti, c’è anche il dottore Mohammed Obeid di Msf, che per lui non si stanca di chiedere l’immediata liberazione. «Pretendiamo che i suoi diritti, la sua dignità e la sua libertà siano ripristinati senza ulteriori ritardi».

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