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Gli effetti della guerra del petrolio: sono a rischio decine di miliardi

(afp)

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L’impatto delle sanzioni americane ruota attorno alla forza del dollaro, dominatore del mercato del petrolio e del sistema finanziario mondiale, da cui gli Stati Uniti possono “escludere” i soggetti sgraditi
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Reliance, il colosso indiano della raffinazione, che «ricalibrerà» – leggi: taglierà – le importazioni di greggio russo. I giganti di Stato cinesi che al momento, rivela Reuters, hanno smesso di farselo spedire via mare. Se il buon giorno delle sanzioni si vede dal mattino, il colpo inferto da Donald Trump a Vladimir Putin pare arrivato a segno. Il bersaglio è quello grosso, visto che gli introiti sulle esportazioni del petrolio – per quanto quest’anno in discesa di oltre il 20% a 100 miliardi di dollari – rappresentano la prima voce di introiti della barcollante economia di guerra russa. E perché le due industrie sanzionate, Rosneft e Lukoil, di quel commercio sono i campioni, gestendone oltre metà.

Dal bilancio della Federazione potrebbero insomma saltare decine di miliardi, rendendo il finanziamento dello sforzo bellico davvero proibitivo. Ma il condizionale è obbligato perché molto dipende dal rigore con cui Washington farà rispettare le sanzioni, dalle decisioni dei principali ac…

Reliance, il colosso indiano della raffinazione, che «ricalibrerà» – leggi: taglierà – le importazioni di greggio russo. I giganti di Stato cinesi che al momento, rivela Reuters, hanno smesso di farselo spedire via mare. Se il buon giorno delle sanzioni si vede dal mattino, il colpo inferto da Donald Trump a Vladimir Putin pare arrivato a segno. Il bersaglio è quello grosso, visto che gli introiti sulle esportazioni del petrolio – per quanto quest’anno in discesa di oltre il 20% a 100 miliardi di dollari – rappresentano la prima voce di introiti della barcollante economia di guerra russa. E perché le due industrie sanzionate, Rosneft e Lukoil, di quel commercio sono i campioni, gestendone oltre metà.

Dal bilancio della Federazione potrebbero insomma saltare decine di miliardi, rendendo il finanziamento dello sforzo bellico davvero proibitivo. Ma il condizionale è obbligato perché molto dipende dal rigore con cui Washington farà rispettare le sanzioni, dalle decisioni dei principali acquirenti di idrocarburi, India e Cina, oltre che dalla soglia di sopportazione di Putin e dei russi.

L’arma del dollaro

L’impatto delle sanzioni americane ruota attorno alla forza del dollaro, dominatore del mercato del petrolio e del sistema finanziario mondiale, da cui gli Stati Uniti possono “escludere” i soggetti sgraditi. Il colosso di Stato Rosneft e quello privato Lukoil, da ieri, hanno perso la capacità di operare in biglietti verdi, cosa che ne limiterà molto le operazioni estere (a cominciare da quelle che conservano in Europa).

Ma ancora più d’impatto sono le cosiddette sanzioni secondarie, rivolte a società e banche di Paesi terzi che fanno affari con i reietti russi. Per quanto l’amministrazione ne parli in modo più vago, basta la minaccia per mettere il resto del mondo di fronte a un ricatto: tagliare i rapporti o rischiare di perdere l’accesso alla finanza che conta.

India e Cina

L’obiettivo è fare in modo che i principali clienti della Russia smettano di comprarne greggio e derivati. Un deciso cambio di paradigma rispetto al vecchio “tetto” al prezzo, che puntava a ridurre gli introiti di Mosca ma senza limitare i volumi esportati, per evitare choc cui mercati.

Chi sono questi clienti? Di 5,5 milioni di barili spediti ogni giorno oltre confine circa metà va in Cina, via mare o tubo. Che Pechino riduca in maniera significativa e duratura gli acquisti è difficile, considerata l’alleanza con la Russia, la convenienza di compare “a sconto” da un venditore in difficoltà e il fatto che il suo yuan rappresenta ormai un sistema finanziario parallelo al dollaro.

Più sotto pressione appare invece l’India, che compra circa 1,5 milioni di barili al giorno, anche se sarà dura rinunciare ai lucrosi affari che questo flusso scontato le garantisce da un paio di anni. In che misura chiuderà i rubinetti dipenderà anche dalla decisione che gli Stati Uniti mostreranno nell’applicare le sanzioni. Significa anche combattere i canali di contrabbando che nei mesi si sono aperti per aggirare tetti e bandi, dalla flotta fantasma di petroliere russe alle aziende scudo in vari porti franchi.

Il prezzo da pagare

In attesa di sciogliere i dubbi, la mossa americana fa comunque passare in secondo piano il nuovo e più basso tetto al prezzo del petrolio russo che l’Europa ha introdotto lo scorso agosto, senza convincere gli Usa a seguirla. Così come il diciannovesimo pacchetto di sanzioni approvato ieri dai 26 Paesi Ue (meno l’Ungheria) che bloccherà tutte le importazioni di gas liquefatto russo – partita da 10 miliardi l’anno – ma solo dal 2027.

Se davvero le sanzioni toglieranno a Mosca i suoi principali clienti, costringendola a ridurre la produzione, l’effetto sarà anche far salire i prezzi globali del greggio. Trump ha potuto agire ora perché sono a livelli molto bassi, ma ieri sono subito schizzati al rialzo del 6%. Che costo sarà disposto a far pagare agli americani, per farne pagare uno più alto a Putin, è un’altra grande incognita.

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