Nel 1902 si era appena chiusa la guerra degli Stati Uniti nelle Filippine con la cattura del ribelle Emilio Aguinaldo, lo sciopero dei minatori lasciò la nazione senza carbone, Nathan Stubblefield usò il primo apparecchio radio e il presidente Theodore Roosevelt approvò la costruzione dell’East Wing, l’ala Est della Casa Bianca. Non era un granché, un guardaroba oblungo per i cappelli a cilindro e i bastoni con il pomello d’avorio dei dignitari, accanto alle mantelle e ai bonnet, cappellini alla moda delle signore. Davanti le auto di lusso, Mors Z, Oldsmobile, Cadillac e Ford 999 contendevano il parcheggio sulla ghiaia alle ultime carrozze a cavalli.
Da lì a poco sarebbero arrivati nella East Wing dattilografi e calligrafi, che con penna e inchiostro di china vergavano gli inviti per i gala, oggi contesi a caro prezzo nel bric a brac digitale di Ebay. Per il resto, ci si accontentava delle tubature in piombo montate sotto Andrew Jackson e del colonnato eretto dal presidente filosofo T…
Nel 1902 si era appena chiusa la guerra degli Stati Uniti nelle Filippine con la cattura del ribelle Emilio Aguinaldo, lo sciopero dei minatori lasciò la nazione senza carbone, Nathan Stubblefield usò il primo apparecchio radio e il presidente Theodore Roosevelt approvò la costruzione dell’East Wing, l’ala Est della Casa Bianca. Non era un granché, un guardaroba oblungo per i cappelli a cilindro e i bastoni con il pomello d’avorio dei dignitari, accanto alle mantelle e ai bonnet, cappellini alla moda delle signore. Davanti le auto di lusso, Mors Z, Oldsmobile, Cadillac e Ford 999 contendevano il parcheggio sulla ghiaia alle ultime carrozze a cavalli.
Da lì a poco sarebbero arrivati nella East Wing dattilografi e calligrafi, che con penna e inchiostro di china vergavano gli inviti per i gala, oggi contesi a caro prezzo nel bric a brac digitale di Ebay. Per il resto, ci si accontentava delle tubature in piombo montate sotto Andrew Jackson e del colonnato eretto dal presidente filosofo Thomas Jefferson.
Il presidente Dwight Eisenhower nel teatro di famiglia nella East Wing, 1958
La Storia entra di prepotenza nella East Wing solo nel 1942, quando Hitler e Giappone sembrano vicini alla vittoria, dall’Atlantico al Pacifico, e si scava dunque un bunker sotterraneo per difendere il presidente F.D. Roosevelt in caso di blitz. Verrà usato solo due volte, l’11 settembre 2001, quando Al Qaeda attacca Torri Gemelle e Pentagono e nell’hangar blindato si accalcano febbrili il vicepresidente Cheney, la First Lady Laura Bush, mentre il marito George W. è in viaggio, con altri ministri e consiglieri; e di nuovo il 29 maggio 2020, perché i picchetti dei dimostranti dopo la morte di George Floyd, ucciso dalla polizia, scorrazzano per la capitale, Trump si preoccupa e si rifugia sottoterra nell’East Wing. I media lo irridono e lui sbotta: «Trovate chi ha soffiato la notizia, giustiziatelo!».
Quelle memorie, quei sogni, utopie e lungaggini burocratiche di permessi, accessi agognati da Vip dimenticati sono ora sventrati alla luce d’autunno del foliage sugli alberi di Washington. Donald Trump, che da veterano immobiliarista del lusso a Manhattan detesta le carte da parati d’antan, i divani Chesterfield e la passamaneria stinta della Casa Bianca, ha ordinato di scavare le fondamenta per una sala da ballo monstre, superficie totale 90.000 piedi quadrati, 8.500 metri quadrati, più dei campi da calcio dell’Olimpico e San Siro. Karoline Leavitt, addetta stampa di Trump, lamenta che «la vecchia Ballroom aveva solo 200 posti, nelle feste ufficiali gli ospiti venivano accalcati sul prato, sotto un tendone, costretti a usare bagni da campeggio non adatti a capi di Stato mentre la nuova avrà quasi mille coperti e servizi a 5 stelle».
Neppure la First Lady Melania Trump ama la East Wing, non vi ha mai messo piede, riducendone l’ufficio a magazzino per incartare regali, malgrado Jacqueline Kennedy ne curasse in persona le piante, la moglie di Johnson, Lady Bird, ne dettasse l’arredamento e Betty Ford, consorte del repubblicano Gerald Ford, recitasse poetica «la West Wing della Casa Bianca è il cervello del Paese, la East Wing è il cuore». Qui Rosalynn Carter si occupava di diritti umani, Laura Bush e Michelle Obama di tappeti e campagne civili, la frenetica Eleanor Roosevelt organizzò 350 conferenze stampa, durante le quattro presidenze del marito Franklin Delano, la prima il 6 marzo 1933, 35 croniste con il taccuino, niente maschi.
Il presidente Bill Clinton nella East Wing con amici e famiglia, 1993
Le ruspe, i bulldozer, le putrelle, gli edili con i caschetti gialli a fischiettare fra le piante sradicate diventano sui social media metafora del trumpismo dominante, le azalee del “Jacqueline Kennedy Garden” appassite, i bulbi eredi di Lady Bird schiacciati dai trattori sollevano proteste, come il costo di 300 milioni e gli sponsor che il comico Colbert denuncia in tv. I giornali mainstream pubblicano istantanee in bianco e nero, Lady Bird Johnson a consigliare al marito di firmare le leggi a favore del movimento del reverendo M.L. King, il cantante Frank Sinatra che prova a sfuggire alle attenzioni della moglie del leader sovietico Kruscev. Passato remoto per Trump, attento a un futuro dove sorgerà, non lontano dalla East Wing, un arco di trionfo spettacolare, forse con iscrizioni a ricordo delle guerre fermate dal presidente a caccia di Nobel per la pace.
Il presidente Barack Obama in un corridoio della East Wing, 2009
Al di là dei media liberal, l’America di Trump infatti lo applaude e tantissimi, ricchi e no, già si agitano già per prenotarsi un angolo dell’immensa Fiera delle Vanità. Il presidente Trump lo sa d’istinto, incurante delle critiche della storica Alexis Coe, autrice di un bestseller sul primo presidente, George Washington: «Alla East Wing si è svolto tanto lavoro cruciale per gli Stati Uniti, ma ormai nessuno lavorerà più là, Trump è stato di parola».
È solo il primo atto, attenzione: l’anno venturo ricorrono i 250 anni dall’Indipendenza Usa, il regista Ken Burns ha pronto un classico documentario, atenei e studiosi organizzano simposi ma Donald Trump ha altri programmi. Sarà la festa dei due secoli e mezzo d’America, vero, ma il maestro di cerimonia sarà lui, con accanto la First Lady Melania, il vice J. D. Vance e il governo intero, giusto un passo indietro i magnati che copriranno i costi fino all’ultimo cent. Per questo si lavorerà senza soste, martelli pneumatici rombanti, nel cantiere dove passeggiavano assorte le mogli di presidenti lontani, perché parafrasando Mao si dirà “il trumpismo non è un pranzo di gala”.