Per la pace a Gaza c’è bisogno dell’Onu. Se ne sono convinti anche gli americani, nonostante in questi primi dieci mesi di amministrazione Trump i rapporti tra Casa Bianca e palazzo di Vetro non siano stati di piena sintonia. Ieri, in visita in Israele, il segretario di Stato Marco Rubio ha confermato che Washington sta lavorando al «testo di una risoluzione» per dare un mandato delle Nazioni Unite alla forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe subentrare a Israele e Hamas nel controllo della Striscia. E sempre ieri i primi diplomatici e militari italiani sarebbero arrivati nel centro di coordinamento Usa a Kiryat Gat per pianificare la stabilizzazione e la ricostruzione di Gaza.
La creazione dell’Isf (International stabilization force) è il nodo cruciale a cui è appeso l’avvio della seconda fase del piano Trump: senza un contingente militare sul terreno, sarà impossibile avviare il disarmo di Hamas, trasferire gradualmente i poteri a una nuova amministrazione palestin…
Per la pace a Gaza c’è bisogno dell’Onu. Se ne sono convinti anche gli americani, nonostante in questi primi dieci mesi di amministrazione Trump i rapporti tra Casa Bianca e palazzo di Vetro non siano stati di piena sintonia. Ieri, in visita in Israele, il segretario di Stato Marco Rubio ha confermato che Washington sta lavorando al «testo di una risoluzione» per dare un mandato delle Nazioni Unite alla forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe subentrare a Israele e Hamas nel controllo della Striscia. E sempre ieri i primi diplomatici e militari italiani sarebbero arrivati nel centro di coordinamento Usa a Kiryat Gat per pianificare la stabilizzazione e la ricostruzione di Gaza.
La creazione dell’Isf (International stabilization force) è il nodo cruciale a cui è appeso l’avvio della seconda fase del piano Trump: senza un contingente militare sul terreno, sarà impossibile avviare il disarmo di Hamas, trasferire gradualmente i poteri a una nuova amministrazione palestinese e accompagnare il ritiro dei militari israeliani. Gli Usa stanno cercando il sostegno degli alleati, in particolare dei paesi arabi, che però chiedono chiarezza sulle regole di ingaggio, su quali saranno i compiti operativi, da quale autorità dipenderanno.
Negli incontri di queste settimane, Egitto, Arabia Saudita, Emirati, Giordania, hanno chiarito agli americani nessun paese sarà disposto a inviare le proprie truppe sul terreno se questo significa dover combattere con i miliziani di Hamas per disarmarli, dopo due anni di guerra in cui nemmeno Israele è riuscito nell’obiettivo. Gli arabi sarebbero pronti ad addestrare una forza palestinese e a garantire la sicurezza delle frontiere, ma non operando sotto il controllo israeliano. I nodi riguardano anche la composizione del contingente e il coinvolgimento dell’autorità palestinese. Gli israeliani non vogliono truppe turche ai loro confini, e su questo hanno già ricevuto la rassicurazione degli americani: «Quando si crea questa forza, dovranno essere persone con cui Israele si sente a suo agio o Paesi con cui Israele si sente a suo agio», ha precisato Rubio.
Quanto al possibile coinvolgimento dell’Anp di Abu Mazen, che sta già facendo addestrare una potenziale forza di polizia per dare supporto alla missione a Gaza, il segretario di Stato è rimasto prudente, consapevole della contrarietà di Israele: «Abbiamo espresso la nostra preoccupazione per l’Anp, che necessita di riforme. Stiamo discutendo di 30 anni di errori e terrore». Rubio ha fatto muro anche sul ritorno a Gaza dell’Unrwa: «L’Unrwa non avrà un ruolo nella Striscia” perché è diventata una “sussidiaria di Hamas», nonostante la Corte internazionale di Giustizia si sia espressa contro la decisione di Israele di bandiere da Gaza l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi.
A non volere il ritorno dell’Anp a Gaza è Israele ma è anche Hamas. Ieri alcuni leader del gruppo armato si sono incontrati al Cairo con rappresentanti di altre fazioni palestinesi, l’Anp non c’era. Il movimento islamista, che continua a rifiutare il disarmo totale, ha diffuso un comunicato in cui sostiene che le fazioni abbiano concordato di continuare nell’«attuazione del cessate il fuoco, compreso il ritiro delle forze di occupazione dalla Striscia di Gaza, la revoca completa dell’assedio, l’apertura di tutti i valichi e l’avvio di un processo di ricostruzione globale». Ma soprattutto che siano favorevoli a trasferire i poteri a un comitato di tecnocrati indipendenti ma «residenti», vuole dire gente di Gaza, che ha passato gli ultimi 18 anni sotto il governo autoritario di Hamas.