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La vita dei civili sul fronte: “Ormai cacciamo piccioni e ci rintaniamo sottoterra”

(afp)

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In molte città del Donbass uno scenario post apocalittico: negozi chiusi, fuochi accesi su fornelli improvvisati
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Borbotta l’artiglieria, ronzano i droni. «Mettiamo trappole per le lepri, ma sono troppo furbe. Meglio i piccioni, qualche volta riusciamo ad acchiapparli», scrivono in una chat i condomini di un vecchio palazzo tra le macerie di Pokrovsk. «Viviamo come in un’era post apocalittica: metti a posto la pompa dell’acqua, occhio che funzioni il generatore. Dopo gli “arrivi” ripara le finestre, un po’ di legna nella stufa». I negozi sono chiusi, far spesa nelle retrovie è impossibile: neppure «quei pazzi eroi» dei volontari riescono più ad arrivare: troppo pericoloso, con nubi di droni assassini e l’agguato dell’artiglieria.

L’era postatomica del fronte ucraino è silenzio ed esplosioni nelle viscere delle città morte, nelle fortezze del Donbass assaltate dai russi. Non sono più i villaggi dispersi con poche anime irriducibili; sono intere città minerarie, presidi industriali in cui sopravvivono migliaia di persone in condizioni orribili. A Pokrovsk «più di mille», secondo l’incerto bila…

Borbotta l’artiglieria, ronzano i droni. «Mettiamo trappole per le lepri, ma sono troppo furbe. Meglio i piccioni, qualche volta riusciamo ad acchiapparli», scrivono in una chat i condomini di un vecchio palazzo tra le macerie di Pokrovsk. «Viviamo come in un’era post apocalittica: metti a posto la pompa dell’acqua, occhio che funzioni il generatore. Dopo gli “arrivi” ripara le finestre, un po’ di legna nella stufa». I negozi sono chiusi, far spesa nelle retrovie è impossibile: neppure «quei pazzi eroi» dei volontari riescono più ad arrivare: troppo pericoloso, con nubi di droni assassini e l’agguato dell’artiglieria.

L’era postatomica del fronte ucraino è silenzio ed esplosioni nelle viscere delle città morte, nelle fortezze del Donbass assaltate dai russi. Non sono più i villaggi dispersi con poche anime irriducibili; sono intere città minerarie, presidi industriali in cui sopravvivono migliaia di persone in condizioni orribili. A Pokrovsk «più di mille», secondo l’incerto bilancio di settembre. Prima della guerra erano 60mila, e altre 50mila nella contigua Myrnograd. Si combatte casa per casa, russi e ucraini e civili nell’unico calderone di una battaglia feroce.

A Kupyansk, la porta della regione di Kharkiv, va peggio. E sono sotto tiro anche Siversk, Lyman e Kostantinivka. A Druzkivka e Dobropilla i russi non sono arrivati, ma già le hanno trasformate in bolge infernali. Le autorità hanno proclamato l’evacuazione, l’obbligo è solo per i minorenni. Lì una casa di civili, là una di soldati: «Spostandoci in città cerchiamo sempre un posto in cui nasconderci durante i bombardamenti — raccontano i soldati al Canale 5 ucraino — puoi saltare in aria, devi guardare 50 metri avanti. Cammini e segni: lì c’è un cancello aperto, la chiave per sopravvivere è essere sempre alla ricerca del bugigattolo in cui tuffarti se appare un drone».

«Nel distretto di Kupyansk — dice a Noi Ucraina il governatore Andriy Kanashevich — rimangono 21 mila civili. Continuiamo a esortarli a evacuare, nell’ultimo mese sono calati del 5%. A Kupyansk città abbiamo 1.640 registrati sulle due rive dell’Oskol». Una coppia di anziani «è tornata a casa 28 volte, non volevano abbandonare l’orto», racconta a Suspilny Oleksandr Gumanyuk, capo ricerca e soccorso di Troyanda na Rutsi. Di solito chi torna finisce nella “lista nera”, l’evacuazione è pericolo mortale e non si insiste con gli ostinati. Ma «erano gentili e un po’ eccentrici, piantavano patate e scavavano l’orto. Li rimproveravamo ma non ce la sentivamo di non aiutarli. Però tornavano». Dal 28 settembre Kupyansk è città chiusa: rischia di cadere, nessun civile può entrare.

«Sono in contatto con amici ancora a Pokrovsk e con i nostri difensori — ci racconta Kirill Peredriy, giovane giornalista di Pokrovsk — sono senza elettricità né gas, senza acqua né comunicazioni costanti. La gente cucina sul fuoco vivo, passa la notte in cantina e ha paura di uscire. Si sentono esplosioni in continuazione. Le strade sono vuote, tutte le case danneggiate o distrutte. Un paio di volte al mese riesco a parlare con qualcuno al telefono, dicono che la situazione è molto instabile e difficile. Alcuni amici sono stati uccisi, altri feriti. I corpi vengono abbandonati in strada, quando è possibile li seppelliscono nei cortili».

Pavel Dyachenko, responsabile degli Angeli Bianchi che evacuano i civili, definisce «spaventose» le condizioni nella prima linea urbana. Vivono in scantinati cucinando coi rami su fornelli improvvisati. Prendono l’acqua nei pozzi, il cibo da vecchie scorte di aiuti umanitari. Di un’anziana deceduta non si è riusciti a trovare il corpo: era sepolto da pacchi di aiuti». «A Pokrovsk non riusciamo ad arrivare da due mesi — dice Roman Bugayev, soccorritore esperto — le ultime evacuazioni sono quelle degli Angeli Bianchi a Grishine: l’ultimo negozio è bruciato una settimana fa, due persone lo rifornivano a piedi con un grosso trolley. Nella zona grigia i russi colpiscono i civili per stanare i soldati che li aiutano: a Kostyantynivka hanno attaccato un’auto, il secondo drone aspettava l’evacuazione. Alla gente di Pokrovsk lo avevamo spiegato: non potrete più uscire. Ma si mettono in moto solo quando è tardi. A meno di 20 chilometri dal fronte sei fregato, se giri in auto. Ora provano a raccogliere le ultime verdure nell’orto, ma fa già freddo: senza cibo fresco e senza riparo non c’è vita».

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