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Usa-Venezuela, una nave lancia-missile americana a Trinidad e Tobago. Maduro: “Stanno inventando un’altra guerra”

(afp)
Sempre più alta la tensione tra i due paesi. Il presidente brasiliano Lula si offre di mediare
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Venti di guerra spirano sempre più impetuosi sul Mar dei Caraibi, dove da inizio settembre gli americani effettuano raid su imbarcazioni di presunti trafficanti di droga: ne hanno colpite già almeno 10, uccidendo 43 persone. Mentre proprio ieri il Pentagono ha disposto l’arrivo della più grande portaerei in dotazione alla marina americana, la Uss Gerald R. Ford – 5mila uomini a bordo - attualmente nel Mediterraneo e che ci metterà una settimana ad arrivare, da oggi e fino al 30 ottobre in quell’area gli Usa effettueranno esercitazioni militari congiunte con gli alleati di Trinidad e Tobago.

Le isole del piccolo arcipelago ad appena dieci chilometri dal Venezuela dove oggi è arrivata anche la lanciamissili statunitense USS Gravely, che si unisce ad un contingente militare che solitamente opera da una base a Porto Rico, comprendente tre navi d'assalto e da trasporto anfibio, caccia F-35B, aerei da pattugliamento P-8 e droni MQ-9 e sottomarini. Un piccolo esercito composto da 6500 marine…

Venti di guerra spirano sempre più impetuosi sul Mar dei Caraibi, dove da inizio settembre gli americani effettuano raid su imbarcazioni di presunti trafficanti di droga: ne hanno colpite già almeno 10, uccidendo 43 persone. Mentre proprio ieri il Pentagono ha disposto l’arrivo della più grande portaerei in dotazione alla marina americana, la Uss Gerald R. Ford – 5mila uomini a bordo - attualmente nel Mediterraneo e che ci metterà una settimana ad arrivare, da oggi e fino al 30 ottobre in quell’area gli Usa effettueranno esercitazioni militari congiunte con gli alleati di Trinidad e Tobago.

Le isole del piccolo arcipelago ad appena dieci chilometri dal Venezuela dove oggi è arrivata anche la lanciamissili statunitense USS Gravely, che si unisce ad un contingente militare che solitamente opera da una base a Porto Rico, comprendente tre navi d'assalto e da trasporto anfibio, caccia F-35B, aerei da pattugliamento P-8 e droni MQ-9 e sottomarini. Un piccolo esercito composto da 6500 marines e altri 3500 militari.

(afp)

Secondo la rivista The Atlantic uno schieramento così in quell’area «non si vedeva dai tempi della crisi dei missili cubani». Eloquente pressione di Washington sul governo di Caracas guidato da Nicolás Maduro, accusato da Donald Trump di avere un ruolo nell’esportazione di droga negli Stati Uniti, tanto da mettere sulla sua testa una taglia da 50 milioni di dollari. Per diversi esperti di politica latinoamericana, però, gli interessi in ballo sono ben diversi: il controllo delle riserve di petrolio venezuelane, il freno all’emorragia di migranti che da quel Paese ormai impoverito e allo stremo tentano l’ingresso negli Stati Uniti e lo scardinamento della protezione russo-cinese che finora ha consentito al leader bolivariano di mantenere il potere. Un’operazione militare così massiccia, infatti, avrebbe un solo obiettivo: il cambio di regime.

«Gli americani stanno mettendo in piedi una nuova guerra. Ma glielo impediremo», ha tuonato ieri il presidente venezuelano parlandone in televisione. La prospettiva non è affatto remota, visto che Trump ha già autorizzato la Cia a intervenire, se necessario, pure «con attacchi terrestri contro i narcotrafficanti, se necessario». Opzione confermata pure da Cnn: secondo cui Trump sta valutando di colpire strutture di produzione di cocaina all'interno del Venezuela, nonostante il Paese non sia affatto uno dei principali produttori (come invece Colombia, Perù e Bolivia).

Qualche esperto spera che le pressioni bastino a far crollare il regime: magari con defezioni interne, come quelle che si videro durante le crisi venezuelane di 2014 e 2019. Nonostante la principale leader dell’opposizione venezuelana appena insignita del Nobel per la Pace, Maria Corina Machado, abbia appena affermato: «Dopo 26 anni di oscurità, finalmente la libertà del Venezuela è vicina». Maduro, per ora però resta in sella, e i suoi uomini si preparano a tener botta, come ha sottolineato il suo ministro della Difesa, Vladimir Padrino: «Il nostro esercito si prepara a difendere ogni centimetro di territorio».

Il rischio di escalation, d’altronde, è enorme: visto che lo scontro, ormai, coinvolge anche la Colombia. Un tempo stretta alleata degli Stati Uniti (tanto da ricevere milioni di dollari in aiuti per la lotta al narcotraffico), dal 2022 Bogotá è guidata da Gustavo Petro, primo presidente di sinistra nella storia del paese. Ebbene, dopo certe sue lamentele per i blitz sulle imbarcazioni, che secondo lui avrebbero ucciso pescatori innocenti, Trump lo ha prima definito «il peggior presidente di quel Paese». Poi lo ha sanzionato, insieme al suo ministro degli Interni, Armando Benedetti, accusandoli di «non fare abbastanza per frenare il traffico di droga».

Di sicuro, il presidente americano sembra più risoluto che mai: «Ci saranno azioni di terra in Venezuela molto presto» ha detto prima di partire per l’Asia. Affermando pure di non avere nessuna intenzione di coinvolgere il Congresso nelle sue decisioni: «Non mi serve una dichiarazione di guerra. Uccideremo soltanto quel paio di persone che ci servono».

A cercare di disinnescare le tensioni in America Latina, ci ha provato oggi il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva: che durante l’incontro bilaterale avuto oggi con Trump in Malesia per discutere principalmente di dazi e un nuovo accordo di libero scambio, si è proposto per un ruolo di mediazione tra Washington e Caracas: «L’America Latina e il Sud America sono regioni di pace» ha detto. Offrendosi come interlocutore con il Venezuela «per cercare soluzioni reciprocamente accettabili tra i due Paesi». Nei giorni scorsi il presidente brasiliano aveva criticato le operazioni militari americane in area caraibica: «Sarebbe molto meglio se dialogassero con le polizie e i ministeri della Giustizia degli altri Paesi», chiedendo più «rispetto per le sovranità nazionali».

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