Dalla sputacchiera di Mao al cappello da cowboy di Deng: oltre 75 anni di relazioni tra Usa e Cina
di Enrico FranceschiniLONDRA – La sputacchiera di Mao davanti a Nixon e Kissinger. Deng Xiaoping a un rodeo in Texas con un cappello da cowboy in testa. Lo studente che sbarra la strada a un carro armato durante la strage di piazza Tienanmen. Sono tre fotogrammi rimasti impressi nella storia delle relazioni fra Stati Uniti e Cina: tre quarti di secolo segnati da guerre per procure, normalizzazione dei rapporti, globalizzazione e infine una competizione che rasenta la guerra fredda e, nelle previsioni più apocalittiche, potrebbe diventare entro breve tempo un conflitto armato sulla questione di Taiwan. Ma giovedì Donald Trump e Xi Jinping si preparano a firmare a Pechino una serie di accordi, su TikTok, terre rare, commercio di soia e altro, potenzialmente in grado di riportare stabilità fra le due più ricche superpotenze del mondo. E il presidente americano spera nell’aiuto del leader cinese per convincere Vladimir Putin a mettere fine alla guerra in Ucraina. Ecco i momenti chiave di quello che oggi è dive…
LONDRA – La sputacchiera di Mao davanti a Nixon e Kissinger. Deng Xiaoping a un rodeo in Texas con un cappello da cowboy in testa. Lo studente che sbarra la strada a un carro armato durante la strage di piazza Tienanmen. Sono tre fotogrammi rimasti impressi nella storia delle relazioni fra Stati Uniti e Cina: tre quarti di secolo segnati da guerre per procure, normalizzazione dei rapporti, globalizzazione e infine una competizione che rasenta la guerra fredda e, nelle previsioni più apocalittiche, potrebbe diventare entro breve tempo un conflitto armato sulla questione di Taiwan. Ma giovedì Donald Trump e Xi Jinping si preparano a firmare a Pechino una serie di accordi, su TikTok, terre rare, commercio di soia e altro, potenzialmente in grado di riportare stabilità fra le due più ricche superpotenze del mondo. E il presidente americano spera nell’aiuto del leader cinese per convincere Vladimir Putin a mettere fine alla guerra in Ucraina. Ecco i momenti chiave di quello che oggi è diventato il più importante rapporto bilaterale del pianeta.
Il grande freddo
Quando nel 1949 Mao ZeDong proclama la Repubblica Popolare Cinese, al termine della lunga guerra civile contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek, l’America non lo riconosce, mantenendo rapporti diplomatici soltanto con la piccola isola di Taiwan, dove gli sconfitti hanno mantenuto il potere. Il governo comunista di Pechino controlla un Paese immenso ma poverissimo, tagliato fuori dai commerci internazionali per l’ostracismo degli Usa. Sebbene fosse stata un’alleata di Washington contro il Giappone nella Seconda guerra mondiale, con sacrifici di uomini e risorse, la Cina è per gli Stati Uniti un nemico con cui non si deve nemmeno trattare. E con cui si finisce per combattere, seppure non direttamente, come alla Casa Bianca ci si rende presto conto.
La guerra di Corea
Nel 1950 la Corea del Nord, un altro stato comunista asiatico, invade la Corea del Sud. Gli Stati Uniti intervengono militarmente a sostegno di Seul. La Cina invia armi e un esercito di “soldati volontari” in appoggio alle forze nord-coreane, contribuendo a sconfiggere le truppe dell’Onu, e indirettamente quelle americane che le sostengono, in almeno due cruciali battaglie. “Se gli imperialisti americani saranno vittoriosi in Corea, ubriacati dal successo minacceranno anche noi”, dichiara Mao. Pechino rimane coinvolta nel conflitto, che causa milioni di vittime tra cui 54 mila militari americani, fino all’armistizio del 1953 fra le due Coree.
La guerra del Vietnam
Nel 1962 Mao invia 90 mila fucili al Vietnam del Nord per la guerra iniziata sette anni prima contro il Vietnam del Sud. È l’inizio di un sostegno costante ad Hanoi da parte di Pechino, oltre a quello che i nord-vietnamiti ricevono dall’Unione Sovietica, la superpotenza leader del comunismo mondiale. Nel corso del conflitto la Cina fornisce armi, assistenza civile, truppe del genio militare al Vietnam del Nord, ma non partecipa direttamente alla guerra. “Non abbiamo intenzione di mandare combattenti, ma se gli Usa ci minacciamo saremo pronti a resistere e sarà il nostro esercito popolare di liberazione ad avere la meglio”, dice Mao in un’intervista al giornalista americano Eduard Snow.
L’apertura di Kissinger e Nixon
Nel 1968, appena eletto presidente, il repubblicano Richard Nixon afferma che gli Stati Uniti passeranno da una politica di confronto a una di negoziati con Pechino. Il capo della Casa Bianca affida la missione al suo consigliere per la sicurezza nazionale, e in seguito segretario di Stato, Henry Kissinger, che persegue due obiettivi paralleli. Da un lato portare gli Usa fuori dalla guerra in Vietnam, a cui l’opinione pubblica Usa si oppone per le gravi perdite di soldati americani (oltre 50 mila morti) in un’era in cui l’esercito è ancora composto da militari di leva: la fuga degli ultimi diplomatici di Washington, in elicottero dal tetto dell’ambasciata di Saigon, rappresenta il momento emblematico di questa ritirata, che permette la vittoria del Vietnam del Nord comunista con l’annessione del Vietnam del sud.
Dall’altro, Kissinger mira all’apertura di relazioni diplomatiche con Pechino per dividere la Cina dall’altro gigante rosso: l’Urss. Una serie di negoziati e incontri, dapprima segreti, fra il diplomatico Usa e il premier cinese Ciu En Lai, porta allo storico viaggio in Cina di Nixon e Kissinger del 1972: Washington mantiene rapporti con Taiwan, impegnandosi a difenderla, ma Pechino diventa il rappresentante ufficiale della Cina. I colloqui fra Mao, Nixon e Kissinger si svolgono con in bella vista, ai piedi del presidente cinese, una sputacchiera: farne uso liberamente è una comune abitudine in Cina. Un’immagine che sottolinea la differenza anche culturale tra le due nazioni. Ma la svolta segna l’inizio di relazioni commerciali, in Cina arriva la Coca-Cola, inizia la modernizzazione di un Paese che fino a quel momento va in bicicletta e si ciba con un pugno di riso.
Il cappello da cowboy di Deng
La normalizzazione fra Washington e Pechino procede per gradi e richiede tempo. C’è la “diplomazia dei panda”, gli orsi cinesi bianchi e neri, che affascinano la first-lady americana Patricia Nixon quando li vede nel viaggio del 1972: e alcuni esemplari vengono poi regalati allo zoo della capitale americana. C’è il viaggio negli Stati Uniti di Deng Xiaping, il successore di Mao, la prima visita di un leader cinese in America, nel 1979, durante la presidenza del democratico Jimmy Carter: il cui aspetto simbolicamente più significativo è Deng che accetta di mettersi in testa un cappello da cowboy mentre assiste a un rodeo nel Texas.
I rapporti continuano a stringersi durante la presidenza del repubblicano Ronald Reagan, che a sua volta compie un viaggio a Pechino, nel quale loda il capitalismo (le critiche al comunismo, nel suo discorso, vengono però censurate dalla tivù di stato di Pechino). Un capitalismo che la Cina abbraccia, con una svolta destinata a produrre enormi progressi economici, pur mantenendo un rigido controllo politico e l’ideologia comunista.
La strage di piazza Tienanmen
Gli Stati Uniti sperano che i cambiamenti economici portino gradualmente la Cina verso la democrazia. Lo sperano anche i cinesi, che manifestano contro il regime totalitario di Pechino: una protesta culminata nel 1989 nell’occupazione di piazza Tienanmen da parte di migliaia di studenti. Nel frattempo, in Urss è cominciata la perestrojka, le riforme democratiche portate avanti da Mikhail Gorbaciov: qualcuno crede che la stessa cosa accadrà in Cina. Ma il regime non cede, i carri armati spazzano via gli studenti dalla piazza, un massacro in cui secondo varie stime muoiono da 500 a 10 mila giovani. La foto di un solitario studente che con coraggio sbarra la strada a un carro armato fa il giro del mondo. L’America congela gran parte dei rapporti commerciali con Pechino, scattano condanne e sanzioni economiche. Un passo indietro che pare distruggere tutto quello che i due Paesi hanno costruito in precedenza.
Globalizzazione e competizione
Ma poco per volta le relazioni si riallacciano, la Cina ha bisogno dell’America per i suoi prodotti a basso costo, l’America – come gran parte dell’Occidente – inizia a produrre in Cina i propri prodotti: la globalizzazione fa compiere a Pechino il grande e definitivo balzo in avanti, che ne fa oggi il secondo Paese più ricco del mondo dopo gli Stati Uniti. Da Clinton a Bush figlio, fino a Obama, il rapporto si consolida, finché la deindustrializzazione mostra a Washington i danni interni del commercio globale. Così il rapporto si complica e, in particolare sotto la presidenza di Xin Jinping, si inasprisce fino a diventare quasi una guerra fredda.
Sempre più forte anche militarmente, la Cina minaccia Taiwan e si espande nel Pacifico, in Africa, in America Latina: Donald Trump inizia la sua seconda presidenza accusando Pechino di essersi comprata perfino il canale di Panama. La disputa sul social TikTok, di proprietà cinese, visto dagli Usa come una potenziale forma di spionaggio elettronico, e quella sui minerali delle terre rare, di cui l’high-
tech e l’industria militare americana hanno bisogno ma che la Cina possiede in quantità maggiori di ogni altro Paese al mondo, accentuano il conflitto politico. Trump lo esaspera con la guerra commerciale, annunciando sanzioni a cui Pechino risponde con i propri dazi. E tra generali, politologi, romanzieri di fantapolitica, si parla del 2034 come della data di una possibile guerra fra Stati Uniti e Cina: se non scoppierà prima. A questo punto parte l’iniziativa Usa di una riappacificazione, il viaggio di Trump di questa settimana in Asia potrebbe essere il primo passo. Gli accordi sui punti chiave per il vertice di giovedì a Pechino con Xi sono già pronti, manca solo la firma dei leader. Entrambi sanno di avere bisogno l’uno dell’altro. Ma il ventunesimo secolo è a detta di tutti il secolo cinese.