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Il Mali rischia di diventare l’Afghanistan d’Africa

(reuters)

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Gli jihadisti mettono in ginocchio la giunta e bloccano l’import dei carburanti. Il governo è stato costretto ad annunciare la chiusura di scuole ed università. La Russia non è stata capace di garantire il sostegno giusto contro gli islamisti che ora stanno mangiando il paese
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TUNISI – Diventerà il nuovo Afganistan africano? E nella più completa indifferenza a livello internazionale? Se lo chiedono in tanti riguardo al Mali, paese di 25 milioni di abitanti, centrale nel Sahel. Nelle mani di una giunta militare dall’agosto 2020, presieduta dal colonnello Assimi Goita (che si è autoproclamato generale l’anno scorso), si ritrova ormai con una buona parte del territorio controllata dai jihadisti, che adesso insidiano Bamako, la capitale (semiparalizzata per il blocco da parte di quei movimenti dell’approvvigionamento dei carburanti) e a rischio di essere invasa.

Proprio il rischio della conquista di Bamako e l’imposizione della legge islamica da parte di questi ribelli nei territori occupati avevano spinto nel 2013 le autorità francesi a intervenire militarmente nell’ex colonia, a sostegno delle autorità nazionali, che avevano potuto arginare quella minaccia (ma mai sconfitta definitivamente negli anni successivi). Ebbene, l’incubo ormai si sta riproponendo. Il…

TUNISI – Diventerà il nuovo Afganistan africano? E nella più completa indifferenza a livello internazionale? Se lo chiedono in tanti riguardo al Mali, paese di 25 milioni di abitanti, centrale nel Sahel. Nelle mani di una giunta militare dall’agosto 2020, presieduta dal colonnello Assimi Goita (che si è autoproclamato generale l’anno scorso), si ritrova ormai con una buona parte del territorio controllata dai jihadisti, che adesso insidiano Bamako, la capitale (semiparalizzata per il blocco da parte di quei movimenti dell’approvvigionamento dei carburanti) e a rischio di essere invasa.

Proprio il rischio della conquista di Bamako e l’imposizione della legge islamica da parte di questi ribelli nei territori occupati avevano spinto nel 2013 le autorità francesi a intervenire militarmente nell’ex colonia, a sostegno delle autorità nazionali, che avevano potuto arginare quella minaccia (ma mai sconfitta definitivamente negli anni successivi). Ebbene, l’incubo ormai si sta riproponendo. Il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Jnim), affiliato a Al-Qaida, che oggi controlla la fetta più grossa del paese, ha realizzato un’avanzata progressiva dal nord nel centro del Mali (conquistando un mese fa Farabougou, località strategica, a 400 km da Bamako). Da settembre attaccano i camion-cisterna che trasportano verso la capitale il carburante necessario per sopravvivere, provenienti dal Senegal e dalla Costa d’Avorio (non esistono alternative). Il blocco sta riducendo vertiginosamente le forniture necessarie ai tre milioni di abitanti di Bamako e ne minaccia pure l’approvvigionamento elettrico. Le file ai distributori di benzina si allungano: durano ore, certe volte giorni. L’economia è paralizzata (in un paese poverissimo, dove la speranza media di vita è di sessant’anni) e da lunedì sono stati sospesi i corsi nelle scuole e nelle università per due settimane. Il futuro è sempre più incerto.

Goita è in forti difficoltà. Nell’impossibilità di mettere fine al blocco, nei giorni scorsi ha fatto fuori per “insufficienza di risultati” nella lotta contro i jihadisti i principali vertici dell’esercito, diventati i capri espiatori del fallimento della giunta e suo personale. E dire che agli inizi, dopo il primo putsch, i militari erano stati accolti con la speranza che ristabilissero la sicurezza e la sovranità del Mali: Goita era allora molto popolare. Ne aveva approfittato dando il via a una deriva dittatoriale e puntando sull’alleanza con i miliziani russi di Wagner (sostituiti poi dall’Africa Corps, alle dipendenze dirette del Cremlino e di Putin), mentre i francesi sono stati buttati fuori una volta per tutte nel 2022.

La giunta militare ha soppresso le elezioni, dissolto i partiti politici, messo in carcere gli oppositori (e la museruola ai media), chiuso il paese ai giornalisti stranieri. L’esercito, con il sostegno dei mercenari russi (impegnati anche a sfruttare le risorse del paese, come l’oro), ha massacrato i civili ma si è rivelato incapace a spezzare la morsa jihadista sul paese. Anzi, questa si è rafforzata sempre più. Se cadesse l’anello di Bamako, nel Sahel si romperebbe la fascia di sicurezza costituita dai paesi caduti nell’orbita di Mosca (oltre al Mali, il Burkina Faso e il Niger, ma anche la Repubblica centroafricana).

Mentre l’organizzazione dello Stato islamico nel Sahel controlla il nord-est del Mali, il Jnim, il suo rivale, si è imposto nel resto del paese: sono loro ora ad asfissiare con il blocco la popolazione di Bamako. Questo gruppo islamista vuole sopprimere le scuole pubbliche (privilegiando quelle islamiche) e imporre la sharia. Dal 17 ottobre esige che tutte le donne siano velate e che siano separate dagli uomini nei trasporti pubblici. Secondo diverse testimonianze, nel sud-est, ormai dominato da loro, le donne che resistevano a tali ingiunzioni sono state frustate sulla piazza pubblica. È una terribile regressione in un paese dove l’islam tollerante delle confraternite ha prevalso a lungo e dove le donne hanno sempre giocato un grande ruolo civile e politico.

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