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Dai cartelli messicani al Comando Vermelho: un business del narcotraffico da 500 miliardi

Arresti in Brasile dopo una maxi-operazione contro il Comando Vermelho (afp)

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Gli ultimi trend parlano di un aumento della produzione, del traffico e del consumo di cocaina. I grandi player rimangono sostanzialmente immutati: la ‘ndragheta, primo importatore in Europa che sempre più spesso delega la logistica in America Latina a gruppi o singoli di origine albanese, e i Cárteles messicani
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Un’industria da 500 miliardi l’anno di fatturato stimato. Ramificata in ogni singolo continente e Paese del globo, in grado di condizionare la politica, drogare i mercati nei Paesi di produzione, transito, partenza e distribuzione, ma anche diventare scusa per interventi militari, azioni repressive indiscriminate, contrazioni di diritti. A dispetto di agenzie nazionali e internazionali, accordi di collaborazione fra polizie, più o meno violente campagne antidroga, il narcotraffico – recentissimo pretesto usato da Donal Trump per giustificare le minacce al Venezuela, a dispetto del residuale ruolo del Paese nelle rotte – prospera.

E come di recente dimostrato dalla valanga di condanne arrivate in appello per il processo Eureka - l'inchiesta del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo che ha mostrato come i clan di San Luca fossero in grado di gestire un carico di kalashninkov dal Pakistan per i brasiliani con cui trafficavano coca e trasferire dall'America Latina all…

Un’industria da 500 miliardi l’anno di fatturato stimato. Ramificata in ogni singolo continente e Paese del globo, in grado di condizionare la politica, drogare i mercati nei Paesi di produzione, transito, partenza e distribuzione, ma anche diventare scusa per interventi militari, azioni repressive indiscriminate, contrazioni di diritti. A dispetto di agenzie nazionali e internazionali, accordi di collaborazione fra polizie, più o meno violente campagne antidroga, il narcotraffico – recentissimo pretesto usato da Donal Trump per giustificare le minacce al Venezuela, a dispetto del residuale ruolo del Paese nelle rotte – prospera.

E come di recente dimostrato dalla valanga di condanne arrivate in appello per il processo Eureka - l'inchiesta del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo che ha mostrato come i clan di San Luca fossero in grado di gestire un carico di kalashninkov dal Pakistan per i brasiliani con cui trafficavano coca e trasferire dall'America Latina all'Europa più di venti milioni di proventi di quei traffici tramite un sistema di agenzie informali cinesi, mentre tra Portogallo e Germania costruivano un impero - è solo un pezzo di un mercato d'affari criminale complesso, globale, che ha infettato non solo l'economia reale ma anche la finanza. E non conosce contrazioni.

I grandi attori del narcotraffico

Gli ultimi trend registrati a livello globale – spiega il recentissimo rapporto della Dcsa, direzione centrale dei servizi antidroga, e conferma il rapporto Unodc, l’ufficio Onu per droga e crimine – parlano di un aumento della produzione, del traffico e del consumo di cocaina, una contrazione del mercato dell’eroina, un mercato in espansione per le droghe sintetiche.

La “neve” dunque rimane la regina dei traffici, con due mercati principali: Europa (40%) e Stati Uniti (50%), sebbene quest’ultimo stia subendo una contrazione direttamente proporzionale al dilagare del fentanyl. I grandi player rimangono sostanzialmente immutati: la ‘ndragheta, primo importatore in Europa che sempre più spesso delega la logistica in America Latina a gruppi o singoli di origine albanese, e i Cárteles messicani.

La rivoluzione iniziata a cavallo degli anni Duemila e consolidata nei primi cinque del nuovo millennio è diventata fenomeno strutturale. Oggi i grandi broker latinoamericani del mercato della cocaina rimangono i messicani, che pur avendo una produzione residuale – ci sta provando il Cártel di Jalisco- Nueva Generacion – sono i protagonisti assoluti del business. E non solo in America Latina.

I cartelli messicani

“Vista la costante presenza di esponenti dei cartelli messicani nei vari Paesi dell’America Latina, si può affermare che le organizzazioni messicane abbiano assunto il ruolo di broker mondiali della cocaina prodotta nei Paesi Andini (Colombia, Perù e Bolivia) e diretta verso i mercati illeciti globali”, si legge nell’ultima relazione della Dcsa. Che lancia l’allarme: “Da più parti arrivano segnalazioni circa l’operatività di membri dei Cartelli messicani anche in alcuni Paesi europei (Spagna, Olanda e Belgio)”.

Con la ‘ndrangheta, con cui hanno ottimi rapporti – “i calabresi sono più affidabili dei colombiani” predicava il Chapo Guzman – non si mettono a litigare. Anzi, l’hanno presa a modello. “Negli ultimi anni – ha spiegato il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri - abbiamo notato che le organizzazioni criminali terroristiche messicane somigliano sempre più alla ‘ndrangheta. Mentre prima i Cartelli messicani s’interessavano solo all’acquisto e alla distribuzione della cocaina all’ingrosso, oggi le organizzazioni messicane hanno mutuato dalla ’ndrangheta il controllo del territorio. Incidono e interferiscono insomma sugli scambi commerciali, sull’economia, sul potere e anche sulla politica e sul sistema elettorale”.

Se verso l’Europa si occupano di brokeraggio conto terzi, per i fiumi di droga – coca e non solo – che arrivano, negli Stati Uniti invece i Cárteles hanno quasi l’esclusiva. Più di 11.500 chilometri di costa, 102 porti e 15 terminal sparpagliati sui due oceani, lo rendono un hub naturale e in cui è facile sia far arrivare carichi che farli partire e i 3.200 chilometri di frontiera terrestre con gli Usa è una groviera di tunnel complicato da controllare. Recentemente i principali Cartelli hanno anche delocalizzato lo stoccaggio della cocaina in altri Stati del Centro America (Guatemala, Belize, Honduras, Nicaragua e El Salvador), più agevolmente raggiungibili via mare, ma soprattutto via aerea, attraverso avionetas, piccoli aerei da turismo che viaggiano carichi di droga.

Ed ecco un paradosso. Sebbene – affermano tanto la relazione della Dcsa su dati del 2024, tanto il report Unodc su numeri del 2023 – la maggior parte della cocaina sequestrata negli Stati Uniti sia colombiana o proveniente dai paesi andini (Bolivia, Colombia), non sono i produttori a gestire il traffico.

A questo – spiegano gli analisti - hanno contribuito diversi fattori, fra cui l’abbandono dell’approccio militare nella guerra alla droga, che fin troppo spesso ha finito per deragliare su massacri indiscriminati di campesinos – e il processo di pacificazione che ha portato le principali formazioni della guerrilla e della controguerrilla (Auc) a deporre le armi.

Se Pablo Escobar è preistoria, anche l’epoca successiva dei grandi broker, come Salvatore Mancuso, il sanguinario paramilitare delle Auc, Autodefensas de Colombia - gruppo armato nato su impulso dei grandi latifondisti per contrastare la guerrilla e diventato uno dei principali Cártelli della droga – o il suo compare Giorgio Sale - in grado di organizzare traffici verso Usa e Europa, tra una cena con giudici federali nel suo lussuosissimo ristorante “L’enoteca” e l’inaugurazione dell’ennesimo punto vendita del suo marchio di abbigliamento di lusso - sembra tramontata.

Sullo scenario sono apparsi gruppi più piccoli, meno potenti, in larga parte provenienti dalla dissoluzione delle precedenti formazioni che gestiscono la produzione e la vendita, in alcuni casi la logistica fino ai porti di partenza ma non sono in grado di organizzare o garantire in autonomia l’intera filiera o il trasferimento in Usa e Europa, appannaggio di organizzazioni internazionali come i narcos messicani, la ‘ndrangheta o la nuova rampante (ma al momento limitata nel raggio di azione) criminalità albanese.

Ecco perché, come si legge nell’ultimo rapporto della Dcsa, negli Usa “il 97% dei campioni analizzati (della droga sequestrata ndr) proveniva dalla Colombia, mentre il restante 3% era prodotto in Perù e Bolivia”, ma sono i Cártelli messicani di Sinaloa e Jalisco Nueva Generacion – nuova élite in grado di trasformare l’organizzazione in holding internazionale del crimine, tallonata da vicino dai Cárteles del Noroeste, del Golfo, dalla Nueva Familia Michoacana e dai Cárteles Unidos - “a controllare in larga misura i corridoi del traffico di cocaina dai luoghi di produzione al Messico e fino agli Stati Uniti, attraverso un reticolato di rotte”.

I nuovi traffici

Sullo scenario del traffico di droga che parte dall’America Latina stanno emergendo però più che altri attori, altri Paesi diventati snodo principale dei traffici internazionali. Solo in alcuni casi - il brasiliano Primeiro Comando da Capital su tutti - questo ha significato un’ascesa della criminalità organizzata locale. Un’evoluzione dovuta a una modificazione e parcellizzazione delle rotte, oggi sempre più articolate.

Si sono moltiplicati i porti di partenza, i viaggi verso l’Europa spesso passano attraverso scali intermedi in Africa (Guinea, Capo Verde, Senegal, Costa d’Avorio) dove viene scaricata e gestita via terra e poi via mare dal Maghreb o semplicemente trasbordata, e diversi sono anche gli approdi.

Snodo centrale dei nuovi traffici è sicuramente l’Ecuador, oggi terzo Paese al mondo per numero di sequestri di droga dopo Colombia e Stati Uniti. Motivo? Il porto di Guayaquil, da dove passa il 70% della bianca che circola nelle strade d’Europa.

Non è un produttore, non ha organizzazioni criminali annoverabili fra i grandi broker, sebbene risulti un coinvolgimento di gang in parti del meccanismo di traffico (carico e occultamento delle spedizioni, soprattutto). A contendersi il business, sono sostanzialmente due grandi attori, los Chochoneros e los Lobos impegnati in una guerra che ha fatto schizzare il numero di omicidi. Per il presidente conservatore Daniel Noboa, un ottimo pretesto per bussare alle porte della Casa bianca e rinsaldare i rapporti sfilacciati nell’era Correa e del suo vice che a fine mandato lo ha sostituito, finendo per offrire persino le Galapagos come sede di una nuova base militare Usa.

In futuro, sulle nuove rotte, spiegano gli analisti, un ruolo determinante potrebbe giocarlo il porto cinese di Chancay in Perù, inaugurato nel 2024 e piazzato in una regione strategica per 3 connessioni (vie terrestre, aerea e fluviale) quasi completate tra Pacifico e Atlantico. A suggerirlo, quanto meno due fattori. Primo, il sequestro di 460 kg di cocaina a Gioia Tauro (RC) , nell’ottobre 2024, occultata all’interno di un container proveniente dal Vietnam in transhipment a Singapore, che potrebbe segnare l’inaugurazione di una rotta pacifica dei traffici. Secondo, la crescente presenza di organizzazioni criminali straniere. Fra queste i colombiani, i Cártelli di Sinaloa e Tijuana, i Tiguerones, sottogruppo degli ecuadoriani Chochoneros, ma soprattutto i brasiliani Comando Vermelho e Primeiro Comando da Capital.

I gruppi brasiliani

Organizzazioni nate entrambe nelle carceri, hanno avuto un’evoluzione diversa. Più strutturato, con tanto di documento fondativo, e più gerarchizzata secondo gli ultimi report il Pcc è già stato in grado di espandersi non solo in America Latina, ma anche in Africa (Sud Africa e Nigeria). Nati come gruppo rivoluzionario – il loro slogan era “pace, giustizia e libertà” – e cresciuti sulla base di una sorta welfare parallelo nelle favelas dei senza diritti, finanziato anche con i proventi della più grande rapina in banca della storia di San Paolo, con un bottino di circa 32 milioni di dollari – nel tempo si sono convertiti in una vera e propria organizzazione criminale. Padroni assoluti delle carceri – in grado di paralizzarne 29 con una rivolta e probabilmente gestire la fuga del narcobroker Rocco Morabito - nel 2010 sono entrati nel business del narcotraffico su larga scala grazie ai rapporti sempre più stretti con i clan calabresi.

“Negli ultimi anni – si legge nel report della Dsca - il PCC ha esteso le sue attività oltre i confini del Brasile, sviluppando cellule in quasi tutti i Paesi del Sud America, colmando un vuoto in Paesi latini in cui nessuna organizzazione locale dominava il panorama criminale. Il gruppo ha, inoltre, diversificato ulteriormente il proprio portafoglio criminale, impegnandosi in reati informatici, come il riciclaggio di denaro con criptovalute e truffe virtuali, e stabilendo legami con gruppi criminali europei”.

Stessa parabola ma con alterne fortune ha seguito il Comando Vermelho (CV), il più antico gruppo criminale del Brasile. Nato negli anni Settanta, durante la dittatura, come gruppo di autodifesa dei detenuti nelle carceri di Rio zeppe di prigionieri politici, inizialmente si chiamava Falange Vermelha, si è rapidamente radicato anche nelle favelas, dove ha costruito una sorta di welfare prima per i detenuti e le loro famiglie, poi per la popolazione in generale. Negli anni ’80, con il boom della cocaina negli Stati Uniti e il ruolo, all’epoca da protagonista della Colombia nella distribuzione, ha cambiato totalmente pelle e anche nome. La Falange è diventata Comando e i progetti di cambiamento sociale sono diventati piani di importazione di coca in Brasile e spaccio, che rimangono il principale business. Ha meno respiro internazionale di Primeiro comando da capital, per gli analisti della Dcsa “ha una struttura di leadership relativamente debole ed è stato descritto come una rete di attori indipendenti, la cui struttura assomiglia a un’organizzazione in franchising, con cellule locali e reti indipendenti che operano come alleati”, ma controlla ancora più del cinquanta per cento di Rio, secondo gli analisti del progetto Foco Cruzado dell’Università Fluminense.

A minacciarne la leadership sono le milicias, gruppi paramilitari formati da ex poliziotti e ex militari, il cui potere è cresciuto esponenzialmente nell’era Bolsonaro, quando – secondo alcune inchieste indipendenti – hanno letteralmente svuotato alcuni quartieri popolari, in seguito al centro di grandi speculazioni edilizie. È a loro che viene attribuito l’omicidio di Marielle Franco, consigliera comunale di Rio, attivista per i diritti umani, particolarmente impegnata nella lotta contro gli abusi della polizia e le esecuzioni extragiudiziali, feroce critica delle milícias e dei rapporti istituzionali che assicurano loro copertura. Del delitto sono stati individuati e condannati gli esecutori materiali, mentre i mandanti sarebbero stati identificati in tre funzionari pubblici, ma associazioni nazionali e internazionali come Amnesty, da tempo denunciano come l’indagine sia rimasta monca.

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