Dalla lotta al regime all'alleanza con Pablo Escobar: così il Comando Vermelho si è preso il Brasile
di Daniele MastrogiacomoL’assalto scatta poco dopo l’alba. Cinquemila agenti della Polizia militare e di quella civile hanno un ordine preciso: eseguire 69 ordini di arresto da consegnare in 180 indirizzi. Farlo in quel dedalo di viuzze che formano il complesso di Alemão e Penha, ventisei favelas a nord di Rio de Janeiro, distribuite su 9 milioni di metri quadrati, è quasi impossibile. Ma soprattutto pericoloso.
Per i poliziotti, in assetto di guerra, e per i civili. Gli uomini e le donne che devono andare al lavoro, i bambini che scivolano in quel budello di muri e baracche per recarsi a scuola. Tutti rischiano di beccarsi una pallottola vagante, di vedersi sbarrata la strada da barricate di autobus dati alle fiamme, di essere costretti a tornare sui propri passi e finire in mezzo alla battaglia furibonda che alla fine esplode. Violentissima. Dopo 12 ore di sparatorie si contano 64 morti. Quattro sono agenti della polizia militare e civile, altri 15 sono rimasti feriti, otto appartenevano al Bope, le trupp…
L’assalto scatta poco dopo l’alba. Cinquemila agenti della Polizia militare e di quella civile hanno un ordine preciso: eseguire 69 ordini di arresto da consegnare in 180 indirizzi. Farlo in quel dedalo di viuzze che formano il complesso di Alemão e Penha, ventisei favelas a nord di Rio de Janeiro, distribuite su 9 milioni di metri quadrati, è quasi impossibile. Ma soprattutto pericoloso.
Per i poliziotti, in assetto di guerra, e per i civili. Gli uomini e le donne che devono andare al lavoro, i bambini che scivolano in quel budello di muri e baracche per recarsi a scuola. Tutti rischiano di beccarsi una pallottola vagante, di vedersi sbarrata la strada da barricate di autobus dati alle fiamme, di essere costretti a tornare sui propri passi e finire in mezzo alla battaglia furibonda che alla fine esplode. Violentissima. Dopo 12 ore di sparatorie si contano 64 morti. Quattro sono agenti della polizia militare e civile, altri 15 sono rimasti feriti, otto appartenevano al Bope, le truppe d’élite del governo. Persino un delegato dell’ufficio sicurezza giace in gravi condizioni.
L’operazione a Rio de Janeiro
C’è voluta tutta la notte per mettere a tacere le armi, le cupe esplosioni delle bombe, il ronzio dei droni che continuano ancora adesso a volteggiare mentre scriviamo queste righe. Cinquanta corpi senza vita sono stati recuperati tra le viuzze ingombrate di detriti e i muri sforacchiati dalle pallottole. Non si sa quanti dei provvedimenti emessi dalla Procura di questa cidade meravilhosa sono stati eseguiti. E’ un dato irrilevante visto che chi era nel mirino è morto in quella che è considerata la più grave mattanza nella storia di Rio. Gli inquirenti, assieme a branche dei servizi segreti, ci lavoravano da un anno. C’erano indizi consistenti e confermati da intercettazioni e segnalazioni che raccontavano l’intenzione del Comando Vermelho, gruppo criminale egemone nella capitale carioca, di allargare il proprio territorio di azione e di controllo.
Il traffico di droga, di armi, di oro e le estorsioni praticate a chiunque, anche solo per comprare una bombola di gas o sottoscrivere un contratto per canali tv a pagamento, producono una marea di quattrini. Vanno investiti e il vertice di questa potente organizzazione sa dove farlo: nell’edilizia. Compra terreni che poi a suon di mazzette cospicue, milionarie, sono trasformati dagli uffici del Comune o del governatore in aree edificabili. Gli appartamenti realizzati in grandi comprensori e palazzoni finiscono per essere dati ai capi delle diverse bande che formano il gruppo o venduti al miglior offerente.
Il Comando Vermelho Rogério Lemgruber
Fondato nel 1969, in piena dittatura militare, il Comando Vermelho (rosso) Rogério Lemgruber, meglio noto con le sigle CV o CVRL nasce all’interno del carcere Cândido Mendes de l’Ilha Grande, davanti a Rio. Era formato da militanti oppositori dei militari che stavano al potere e da prigionieri comuni. All’inizio si chiamava, infatti, Falange Vermelha: aveva connotazioni chiaramente politiche, di solidarietà e di sostegno tra le persone perseguitate dal regime e messe in carcere solo per il sospetto di essere simpatizzanti dell’opposizione.
Ma all’inizio degli Anni 80 del secolo scorso cambiò nome in Comando Vermelho; abbandonò gli ideali politici di estrema sinistra che l’avevano caratterizzata. Erano gli anni del boom della cocaina a New York e Los Angeles. Gli Usa ne chiedevano a tonnellate e si facevano un sacco di soldi. Il gruppo fiutò subito l’affare, si coordinò con i cartelli colombiani di Pablo Escobar, organizzò i trasporti e la distribuzione. I soldi hanno attirato decine se non centinaia di giovani delle favela che sono stati arruolati e stipendiati.
Comando Vermelho si è dovuta imporre. Nella stessa Rio, dove comunque dominava, agivano anche i rivali di Amigos dos Amigos e il Terceiro Comando Puro, oltre ai temibili Guardiões do Estado alleati del Primeiro Comando da Capital, l’altra potente organizzazione criminale nata e cresciuta invece a San Paolo dove dominava il mercato del narcotraffico.
Il governatore di Rio de Janeiro
Esistono sempre letture diverse da quelle ufficiali quando scattano questi blitz che si concludono inevitabilmente con delle stragi. Spesso si tratta di operazioni volute dai governi in carica in vista di appuntamenti elettorali. Per ottenere più voti, raccogliere consensi su temi dirimenti come la richiesta di sicurezza che in Brasile tiene banco nei dibattiti politici e tra le istanze della popolazione. Ma ci sono anche esigenze investigative, la necessità di alzare le statistiche degli interventi contro la criminalità e infine anche gli accordi segreti tra bande e spezzoni delle autorità locali per riequilibrare certi poteri che contano nell’economia della città.
Il dato che colpisce e che prevale in tutti i commenti dei giornali e siti di stamani è che tre delle quattro più gravi stragi negli assalti alle favela di Rio de Janeiro sono avvenuti sempre sotto la guida di Cláudio Castro, del Partito Liberale di estrema destra, quello di Jair Bolsonaro, oggi governatore della città. Lo era anche nel 2021 quando c’è stata la strage di Jacarezinho, con 28 morti; così nel 2022 nel massacro di Vila Cruzeiro con 23 vittime. Dalla sua entrata in carica le operazioni hanno provocato 1886 morti, tra civili e agenti di polizia. Trenta al mese, uno al giorno.
Il tasso di mortalità è stato ancora più grave con il suo predecessore, Wilson Witzel, del Psc, di centro destra. L’uomo venne eletto nel gennaio 2019 con la promessa di “sparare in testa” ai criminali armati di fucile. Nei 707 blitz avvenuti durante la sua amministrazione ci furono 7.343 morti. E’ come se 33 Airbus A320, facevano notare alcuni, riempiti al massimo della loro capacità, avessero subito degli incidenti senza lasciare superstiti per 18 anni di seguito.
Molte delle vittime, martedì mattina, avevano segni di esecuzioni sommarie. Nelle battaglie che si consumano dentro le favela saltano regole e il diritto non ha più valore. Comando Vermelho attendeva al varco gli incursori della polizia militare e civile. I suoi uomini hanno usato armi pesanti, lanciato ordigni, bloccato almeno 50 bus del trasporto pubblico a cui hanno dato fuoco e posto di traverso per rallentare l’avanzata delle truppe scelte.
Mezza Rio de Janeiro è rimasta paralizzata con ingorghi che hanno impedito alla gente di raggiungere i posti di lavoro. Le scuole sono state chiuse, il servizio di trasporto ha fatto rientrare tutti i mezzi in circolazione. la notizia in diretta veniva seguita sui cellulari e in tv. Ha funzionato solo la metropolitana, sottoterra, lontana dalle esplosioni e dagli incendi. Fuori, all’esterno, la gente correva impazzita cercando riparo dalla pioggia di proiettili e razzi lanciati dai miliziani e dalla polizia. Nessuno era al sicuro. Persino una ragazza che stava allenandosi in palestra si è beccata un colpo alla coscia ed è stata trasportata di corsa in ospedale.