BOLOGNA – Trump sembra volere a tutti i costi un accordo con la Cina e a differenza del primo mandato, quando aspirava a correggere gli squilibri economici strutturali che danneggiano gli Stati Uniti, oggi insegue un’intesa molto più ristretta e tattica: gli basta una cifra strepitosa con cui cantare vittoria». Julian Gewirtz, 36 anni, storico e poeta, ha ricoperto vari ruoli di primo piano nel “team China” dell’amministrazione Biden. Ora è ricercatore alla Columbia University e a margine di un convegno sui rapporti Europa-Cina organizzato da Johns Hopkins e Università di Bologna dice la sua sui rischi del vertice tra i due leader: «Al contrario di Trump, Xi Jinping è concentrato sulla competizione di lungo periodo: vuole allentare la pressione e guadagnare tempo in modo che la Cina si rafforzi ancora».
Con queste premesse quale potrà essere l’esito del summit?
«Questo 2025 è stato segnato da una preoccupante strategia del rischio calcolato tra Stati Uniti e Cina, con continue alter…
BOLOGNA – Trump sembra volere a tutti i costi un accordo con la Cina e a differenza del primo mandato, quando aspirava a correggere gli squilibri economici strutturali che danneggiano gli Stati Uniti, oggi insegue un’intesa molto più ristretta e tattica: gli basta una cifra strepitosa con cui cantare vittoria». Julian Gewirtz, 36 anni, storico e poeta, ha ricoperto vari ruoli di primo piano nel “team China” dell’amministrazione Biden. Ora è ricercatore alla Columbia University e a margine di un convegno sui rapporti Europa-Cina organizzato da Johns Hopkins e Università di Bologna dice la sua sui rischi del vertice tra i due leader: «Al contrario di Trump, Xi Jinping è concentrato sulla competizione di lungo periodo: vuole allentare la pressione e guadagnare tempo in modo che la Cina si rafforzi ancora».
Con queste premesse quale potrà essere l’esito del summit?
«Questo 2025 è stato segnato da una preoccupante strategia del rischio calcolato tra Stati Uniti e Cina, con continue alternanze di escalation e distensione. Il vertice potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase di distensione e aprire la strada a un’intesa».
Una tregua insomma?
«Non la definirei così, perché se davvero i due Paesi si limiteranno a rinviare l’entrata in vigore delle misure punitive - i dazi da parte americana e i controlli sulle terre rare da parte cinese - quelle armi resteranno comunque sul tavolo. In ogni momento la situazione potrebbe tornare a infiammarsi. Nella migliore delle ipotesi, l’amministrazione Trump si renderà conto che deve concentrarsi sulle questioni strategiche, anziché inseguire un accordo. Ma la cosa mi pare improbabile perché una vera strategia sulla Cina non ce l’ha, e questo è molto preoccupante».
Che rischi vede?
«Che gli interessi strategici americani, le questioni da cui dipende la nostra sicurezza nazionale, vengano messi sul tavolo in uno scambio di carattere economico. È proprio ciò che vuole Pechino».
Si riferisce al divieto di esportare chip e altre tecnologie avanzate in Cina? Trump potrebbe ritirarlo?
«Ad esempio. Al momento ci sono dei controlli sui chip che vendiamo alla Cina perché non vogliamo che finiscano al suo esercito, e queste limitazioni non possono essere barattate con maggiori acquisti di soia da parte cinese. A maggior ragione uno scambio del genere non deve avvenire su Taiwan».
Xi chiederà a Trump di cambiare la dottrina americana sull’isola?
«La Cina fa pressione perché gli Stati Uniti adottino il suo linguaggio, cioè che passino dall’attuale “non sostenere” l’indipendenza di Taiwan all’“opporsi”. Non è questione da poco, significherebbe allinearsi a Pechino su uno dei dossier più delicati, cambiando i termini di una politica che è rimasta invariata per decenni e ha garantito stabilità. Il segretario di Stato Rubio ha detto che il tema non sarà sul tavolo, spero sia davvero così».
E Trump chiederà a Xi di fare pressione su Putin perché fermi la guerra in Ucraina, magari smettendo di comprare petrolio russo?
«Potrebbe esprimere quel desidero, ma la sua stessa amministrazione – quando ha punito l’India per gli acquisti di petrolio russo e non la Cina – ha segnalato che il tema non è una priorità nei rapporti con Pechino. D’altra parte, avendo lui stesso allentato la pressione su Mosca prima di ritornare ad alzarla nelle ultime settimane, Trump ha allargato i margini di Xi: non vedo la possibilità di dividere il leader cinese da Putin».
Grazie al dominio delle terre rare Pechino sente di negoziare da una posizione di forza?
«Gli ultimi controlli alle esportazioni di terre rare sono un’arma potentissima. La Cina sviluppa questa industria da decenni, ora però mostra anche la volontà di usarla come strumento di coercizione. È convinta che a Trump si debba rispondere colpo su colpo e gli ultimi mesi spiegano quanto questa strategia sia stata efficace, forse oltre le stesse aspettative cinesi».