Dalla casa degli spiriti al ponte delle spie, le strane location dei vertici dei grandi della storia
di Enrico FranceschiniLONDRA – Un modesto edificio grigio, dal tetto con le tegole blu, dentro a una base militare sudcoreana, è stato il teatro del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping che avrebbe riportato la pace nella guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina: un luogo inconsueto per l’incontro tra i leader dei due Paesi più ricchi del mondo. Ma non è la prima volta che i summit tra i grandi della Terra si svolgono in una cornice inconsueta rispetto alla Casa Bianca, al Cremlino o ad altri sontuosi simboli del potere. Era sembrato strano, per citare un altro caso recente, anche il vertice di questa estate in una base militare Usa in Alaska fra Trump e Vladimir Putin. Ecco alcuni dei precedenti storici più singolari.
“Suonalo ancora, Sam”
Nel gennaio del 1943 il presidente americano Franklin Roosevelt e il primo ministro britannico Winston Churchill si incontrano nella città del Marocco, all’epoca una colonia della Francia, per discutere la fase successiva della Seconda guerra mondiale: è il momento in…
LONDRA – Un modesto edificio grigio, dal tetto con le tegole blu, dentro a una base militare sudcoreana, è stato il teatro del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping che avrebbe riportato la pace nella guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina: un luogo inconsueto per l’incontro tra i leader dei due Paesi più ricchi del mondo. Ma non è la prima volta che i summit tra i grandi della Terra si svolgono in una cornice inconsueta rispetto alla Casa Bianca, al Cremlino o ad altri sontuosi simboli del potere. Era sembrato strano, per citare un altro caso recente, anche il vertice di questa estate in una base militare Usa in Alaska fra Trump e Vladimir Putin. Ecco alcuni dei precedenti storici più singolari.
“Suonalo ancora, Sam”
Nel gennaio del 1943 il presidente americano Franklin Roosevelt e il primo ministro britannico Winston Churchill si incontrano nella città del Marocco, all’epoca una colonia della Francia, per discutere la fase successiva della Seconda guerra mondiale: è il momento in cui il conflitto cambia corso, cominciando a delineare la futura vittoria degli Alleati. Nel novembre precedente, lo sbarco delle forze alleate in Marocco e Algeria aveva strappato l’Africa nord-occidentale ai nazisti.
Il vertice di Casablanca segna la prima volta che un presidente degli Stati Uniti visita l’Africa. Sono presenti anche il generale Charles De Gaulle, leader in esilio francese, e il re del Marocco, Mohammed V. Doveva esserci anche Josif Stalin, ma il leader sovietico rinuncia, citando la necessità di seguire da vicino la battaglia di Stalingrado contro i nazisti.
Per coincidenza, l’anno prima era uscito nei cinema “Casablanca”, il film con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman centrato proprio sulla resistenza a Hitler nella città marocchina, in quel momento ancora sotto il controllo di Vichy, il governo francese alleato della Germania: una pellicola diventata poi un classico anche grazie alla canzone che la contraddistingue, “As time goes by”, e alla frase rivolta dall’attrice svedese al pianista riluttante a suonarla, “play it again, Sam” (suonalo ancora, Sam).
Il summit si conclude con l’accordo sull’obiettivo di ottenere una “resa incondizionata” da parte del Terzo Reich: nei mesi e negli anni successivi altri sbarchi, in Sicilia e in Normandia dopo quello in Marocco, insieme alla vittoria russa a Stalingrado, decidono le sorti della guerra. Come nella canzone, gli Alleati ci riprovano e vincono.
L’asciugamano di Churchill
Nel febbraio 1945 Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrano per discutere la riorganizzazione della Germania e dell’Europa del dopoguerra, nell’imminenza della ormai certa vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale, che sul fronte europeo si sarebbe conclusa un paio di mesi più tardi. Termine entrato in seguito nel linguaggio comune per evocare la spartizione dell’Europa, in quel momento Yalta era sconosciuta ai più: una piccola città sul mar Nero, nella repubblica sovietica dell’Ucraina, nota per le sue spiagge.
In realtà, il vertice si tiene in un sobborgo di Yalta, a Livadjia, tre chilometri a ovest della città, sede dell’omonimo palazzo che fu l’ultima residenza estiva dello zar di Russia, prima della rivoluzione bolscevica, nel quale risiedono Roosevelt e la delegazione americana durante i colloqui. Stalin e Churchill dormono nelle dacie della nomenklatura del partito comunista sovietico situate nelle vicinanze, di fatto modeste abitazioni in legno a un piano: un aneddoto riferisce che il capo del Cremlino, andato un mattino a bussare alla dacia di Churchill, si vede aprire la porta dal premier britannico praticamente nudo, appena uscito dalla vasca da bagno, con un asciugamano a cingergli i fianchi e l’immancabile sigaro in bocca.
Il ponte delle spie
La divisione dell’Europa in due blocchi, per la precisione, fu definitivamente stabilita al successivo summit fra i tre vincitori del conflitto: tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1945, con il nuovo presidente americano Harry Truman al posto di Roosevelt, deceduto il 12 aprile dello stesso anno. La Germania si era arresa in maggio, Hitler era morto suicida, il Giappone stava per essere colpito e costretto alla resa da due bombe atomiche. La scelta di Potsdam, una città nello stato tedesco di Brandeburgo, in quella che dopo la guerra sarebbe diventata la Germania Est, era giustificata: con la sua storia millenaria era stata la residenza dei re di Prussia e dell’imperatore di Germania fino al 1918.
Trovarsi lì, per i tre leader alleati, la fine del progetto hitleriano di dominare il continente. Ma Potsdam sorge appena al di fuori di Berlino ovest e, con la costruzione del muro nel 1961, si ritroverà poi isolata dall’ex-capitale del Terzo Reich, nuova capitale, nella parte orientale, della Germania Est. A collegare Potsdam a Berlino ovest è il ponte di Glienicke, sul fiume Havel, che diventa il luogo di numerosi scambi di spie tra Occidente e Urss, perciò soprannominato “il ponte delle spie”: il luogo della resa di Hitler lega così il suo nome alla Guerra Fredda.
La casa degli spiriti
Dopo avere definito l’Urss come “l’impero del male”, il presidente americano Ronald Reagan avvia una fase di distensione quando al Cremlino arriva Mikhail Gobraciov e lancia le riforme della perestrojka. È un nuovo disgelo, che preannuncia la fine della Guerra Fredda. Il loro primo incontro è a Ginevra, sede di Nazioni Unite e Croce Rossa, in Svizzera, paese neutrale per eccellenza. Per il secondo summit, nell’ottobre 1986, le due superpotenze si accordano su Reykjavík, la capitale dell’Islanda, una scelta che sorprende tutti ma con un chiaro simbolismo: in mezzo all’Atlantico, l’isola è più o meno equidistante da America e Russia. Ma la città è piccola, a quel tempo non ancora negli itinerari del turismo internazionale, povera di strutture adeguate a ospitare un appuntamento così importante.
Alla fine, come sede del vertice si sceglie Hofoi, una semplice casa di tre piani costruita nel 1909 per il console francese, negli anni ’40-’50 sede dell’ambasciata britannica e più recentemente adibita a ospitare feste e cerimonie pubbliche. Sorge in vicinanza del mare e forse anche per questo una leggenda locale sostiene che è abitata dagli spiriti, in particolare di una giovane donna morta annegata o suicida gettandosi nelle gelide acque dell’oceano.
Il fantasma non porta bene al vertice: Reagan e Gorbaciov arrivano a un passo da un accordo per eliminare reciprocamente le armi strategiche, ma il rifiuto del capo della Casa Bianca di rinunciare allo scudo spaziale provoca il nyet del capo del Cremlino. I due leader si lasciano con una fredda stretta di mano e una smorfia di delusione sul volto. Forse soltanto gli spiriti sorridevano.
Il summit del mal di mare
All’inizio di dicembre del 1989 il nuovo presidente americano George Bush (senior) e Gorbaciov si incontrano per un summit che segue di poche settimane il crollo del muro di Berlino. È un vertice di valore storico, nel quale i due leader proclamano “la fine della Guerra Fredda”: sarà il prologo della caduta di tutti i regimi comunisti in Europa orientale, della riunificazione dell’Europa e del collasso dell’Unione Sovietica.
La decisione del luogo in cui svolgerlo dura a lungo, finché le due parti si accordano su Malta: in mezzo al Mediterraneo, l’ex-colonia britannica è in quella fase uno stato neutrale, non allineato con l’una o l’altra superpotenza, un ponte ideale fra continenti, culture e civiltà. Ma Bush, ispirato da Roosevelt che teneva molti incontri su navi da guerra, propone una sede analoga per l’incontro e Gorbaciov accetta: la delegazione americana dorme sull’incrociatore Usa Bellknap, quella sovietica sulla lanciamissili Slava, i colloqui si svolgono a bordo della Maksim Gorky, una ex-nave da crociera russa, noleggiata a una compagnia di viaggi tedesca. Navi da guerra come veicoli di pace: la metafora è evidente.
A metterci lo zampino, tuttavia, sono le condizioni atmosferiche: cattivo tempo e mare in burrasca mettono a dura prova tutti i partecipanti all’incontro, tanto che viene poi soprannominato “il summit del mal di mare”. Nel febbraio 1945, Malta aveva già ospitato un altro summit, tra Roosevelt e Churchill, per preparare quello di Yalta: cosicché, negli ambienti diplomatici, nasce il detto “da Yalta a Malta, e ritorno”.