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Al Shawa: “A Gaza sì all’autogoverno, garantire la sicurezza spetta a noi palestinesi”

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L'intervista: “L’Anp può aiutare e riunirci finalmente con la Cisgiordania. Israele vuole dividerci ma noi dobbiamo ispirarci a Mandela”
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GERUSALEMME – Non vorrebbe parlare di politica, Amjad al Shawa. Gaza è allo stremo, bisognosa di tutto, e con l’inverno alle porte si rischia «una catastrofe nella catastrofe», dice subito quando lo raggiungiamo al telefono a Gaza City. Ma la politica ha preso a parlare di lui. Nei colloqui al Cairo tra le fazioni palestinesi il suo nome è stato più volte citato come uno dei migliori candidati a guidare il comitato di tecnici palestinesi che dovrebbe amministrare la Striscia nella fase due del piano Trump, sotto la supervisione del “consiglio di pace”. Cinquantaquattro anni, responsabile della principale rete di ong di Gaza, è sempre rimasto indipendente ma in buoni rapporti con tutte le fazioni palestinesi, Hamas inclusa. Non dispiace nemmeno a Fatah, il partito erede di Arafat che governa la Cisgiordania. Ed è amato dai gazawi a cui ha dedicato 30 anni di impegno civile.

In tanti la vorrebbero prossimo governatore di Gaza: accetterebbe l’incarico?

«Non sono stato contattato, ma…

GERUSALEMME – Non vorrebbe parlare di politica, Amjad al Shawa. Gaza è allo stremo, bisognosa di tutto, e con l’inverno alle porte si rischia «una catastrofe nella catastrofe», dice subito quando lo raggiungiamo al telefono a Gaza City. Ma la politica ha preso a parlare di lui. Nei colloqui al Cairo tra le fazioni palestinesi il suo nome è stato più volte citato come uno dei migliori candidati a guidare il comitato di tecnici palestinesi che dovrebbe amministrare la Striscia nella fase due del piano Trump, sotto la supervisione del “consiglio di pace”. Cinquantaquattro anni, responsabile della principale rete di ong di Gaza, è sempre rimasto indipendente ma in buoni rapporti con tutte le fazioni palestinesi, Hamas inclusa. Non dispiace nemmeno a Fatah, il partito erede di Arafat che governa la Cisgiordania. Ed è amato dai gazawi a cui ha dedicato 30 anni di impegno civile.

In tanti la vorrebbero prossimo governatore di Gaza: accetterebbe l’incarico?

«Non sono stato contattato, ma se ci fossero un consenso palestinese e un sostegno internazionale arabo sono pronto a servire il mio popolo. Abbiamo bisogno di un comitato palestinese che possa collaborare con le organizzazioni internazionali, con le Nazioni Unite, per alleviare le sofferenze della popolazione e avviare la ricostruzione. Stiamo aspettando la seconda fase dell’accordo affinché Israele si ritiri dalla Striscia di Gaza, e non consideri permanente il controllo di alcune aree. Anche per quanto riguarda l’ingresso degli aiuti non c’è alcun impegno da parte degli israeliani, che mantengono i valichi chiusi: su sei, solo due sono aperti. Ne pagano il prezzo donne, bambini, anziani, i più fragili».

Condivide l’idea di una forza internazionale per gestire la sicurezza a Gaza?

«I palestinesi possono e devono autogovernarsi e avere anche la responsabilità della sicurezza. Se qualcuno può aiutare, questa è l’Autorità nazionale palestinese che insieme al comitato di governo palestinese può riunire finalmente Gaza e la Cisgiordania. Tutti i palestinesi lo vogliono. Solo Israele è contrario perché ci preferisce divisi».

Il piano Trump prevede il disarmo di Hamas. Lei conosce l’organizzazione, pensa che sia possibile?

«Non sono un politico e non faccio parte di nessun partito, ma con il dialogo, i negoziati e mezzi pacifici tutto è possibile. La mia fonte di ispirazione è Mandela, un modello per chiunque creda nella pace e nella giustizia. La non violenza è l’unica via che possiamo percorrere per ottenere i nostri diritti. Sono sicuro però che Israele userà il tema del disarmo per continuare l’escalation contro i palestinesi».

Quali sono i bisogni più urgenti a Gaza?

«La maggior parte dei quartieri è stata rasa al suolo, servono rifugi in vista dell’inverno, abbiamo bisogno urgentemente di almeno 300mila tende. L’altro problema critico è l’acqua a Gaza City, non ci sono tubature, autocisterne. Gli israeliani continuano a negare l’ingresso dei materiali di base per la riabilitazione delle infrastrutture idriche. La poca acqua che c’è arriva con le cisterne ma serve a coprire il 20-30% del fabbisogno. Le strutture sanitarie sono fuori servizio, anche il cibo è un grosso problema. Il 90% delle famiglie ha perso il proprio reddito ed è totalmente dipendente dagli aiuti umanitari, che sono molto limitati. Malnutrizione, sete, malattie: con l’inverno sarà una catastrofe nella catastrofe».

Teme che il cessate il fuoco possa saltare?

«Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni è un indicatore della fragilità del cessate il fuoco. Questi attacchi su larga scala di Israele contro i civili palestinesi sono inaccettabili, Israele deve rispettare i suoi impegni. Il fatto che abbia il sostegno americano non significa che ha mano libera per uccidere, distruggere, bloccare l’ingresso degli aiuti o porre limitazioni alle forniture a Gaza. C’è in gioco la vita di due milioni di persone».

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