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Il Nobel Engle: “Il vertice Xi-Trump uno show, ma tanti i nodi irrisolti. Silenzio su Kiev e Taipei”

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L’intervista: “Dal punto di vista commerciale è stato un successo. Il problema è che appena allarghiamo lo sguardo al quadro geopolitico, nessun problema di rilievo è stato risolto”
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«Dal punto di vista commerciale il vertice Trump-Xi è stato un successo. E questa sicuramente è una buona notizia. Il problema è che appena allarghiamo lo sguardo al quadro geopolitico, nessun problema di rilievo è stato risolto, anzi nella maggior parte dei casi neanche affrontato, Taiwan su tutti». Robert Engle, classe 1942, economista della Nyu e premio Nobel 2003, da sempre non disgiunge dall’analisi finanziaria le connessioni politiche. «Trump ha fatto il suo solito show ma è come se questo vertice non ci fosse stato: ha lasciato gli argomenti più spinosi al punto di partenza», ci spiega al telefono da Abu Dhabi, dove il “Volatility and risk institute” della New York University, che Engle ha fondato e dirige, ha aperto mercoledì la seconda sede all’estero dopo quella di Shanghai.

Almeno sul fronte dei dazi però qualche motivo di ottimismo c’è?

«Sì, però lì ci fermiamo. La Cina ha sbloccato le forniture di terre rare, e l’America cederà i chip per l’intelligenza artificiale e inc…

«Dal punto di vista commerciale il vertice Trump-Xi è stato un successo. E questa sicuramente è una buona notizia. Il problema è che appena allarghiamo lo sguardo al quadro geopolitico, nessun problema di rilievo è stato risolto, anzi nella maggior parte dei casi neanche affrontato, Taiwan su tutti». Robert Engle, classe 1942, economista della Nyu e premio Nobel 2003, da sempre non disgiunge dall’analisi finanziaria le connessioni politiche. «Trump ha fatto il suo solito show ma è come se questo vertice non ci fosse stato: ha lasciato gli argomenti più spinosi al punto di partenza», ci spiega al telefono da Abu Dhabi, dove il “Volatility and risk institute” della New York University, che Engle ha fondato e dirige, ha aperto mercoledì la seconda sede all’estero dopo quella di Shanghai.

Almeno sul fronte dei dazi però qualche motivo di ottimismo c’è?

«Sì, però lì ci fermiamo. La Cina ha sbloccato le forniture di terre rare, e l’America cederà i chip per l’intelligenza artificiale e incrementerà le sue vendite di soia. I controlli sul fentanyl saranno più rigidi e le tariffe sui precursori dell’oppiode scendono al 10%».

Allora cosa c’è che non va?

«Nel complesso, i dazi sulla Cina restano al 47% in media, un record storico. Ma in generale, questo finimondo cominciato il 2 aprile sul prato della Casa Bianca e proseguito in un bailamme di annunci e controannunci con l’intera economia mondiale in ballo, doveva essere evitato. Anche perché è illegale e fuori dalla Costituzione. Incombe il giudizio della Corte Suprema, ma anche se questa invalidasse il tutto, il danno è stato fatto, gravissimo e permanente».

Restando alle relazioni Usa-Cina, basterà l’anno concesso alle diplomazie economiche per smussare gli angoli e riequilibrare i rapporti?

«Non credo, perché le tensioni sono profonde, anche se un passo avanti c’è stato. D’altronde, è da ben prima di Trump che qualcosa non andava nelle relazioni commerciali con Pechino. Auto, acciaio, semiconduttori: tutti casi da risolvere. Però si doveva restare sullo specifico, senza innestare su questi problemi, come ha invece fatto l’attuale presidente, un uragano globale. In cui si è travisato il senso della sanzione commerciale, pensi al Brasile tartassato per il processo a Bolsonaro o al Canada finito nei guai perché a Trump non è piaciuta la pubblicità dell’Ontario. Così, la guerra fredda economica con la Cina non può che continuare. A differenza della prima guerra fredda, come ha scritto un analista, stavolta i due contendenti hanno assoluto bisogno l’uno dell’altro per procedere sulla via dello sviluppo».

Saranno differenti le due guerre fredde, però adesso è entrata in gioco anche qui la questione nucleare. Perché proprio ora, al momento di atterrare in Corea del Sud, Trump ha avvertito che riprenderà i test dopo trent’anni di pausa?

«Il momento non è stato ovviamente scelto a caso. La Cina è rimasta finora fuori dagli accordi sugli armamenti nucleari perché le sue dotazioni erano ampiamente inferiori a quelle delle due superpotenze e quindi non c’era da preoccuparsi. Ma la situazione sta cambiando, Pechino procede a marce forzate sulla via nucleare. Ricorda la parata del 3 settembre? Trump ha voluto ribadire che il più forte resta lui e gli altri devono pensarci due volte prima di fare mosse azzardate. Detto questo, lo sa cosa penso? Che se doveva scoppiare la guerra nucleare già sarebbe scoppiata, visto il tono delle minacce soprattutto della Russia».

A Busan non si è parlato né di nucleare né di Russia né di Ucraina. Un’occasione persa per la pace a Kiev?

«Non se n’è parlato per non incorrere in involontari sgarbi diplomatici. Le guerre, quelle vere, scoppiano per un equivoco, per una dichiarazione fuori posto. Meglio evitare qualsiasi rischio».

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