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Gli Stati Uniti pronti a colpire il Venezuela: identificati gli obiettivi da attaccare

(reuters)

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La Casa Bianca continua ad accumulare al largo del Paese le sue forze per prendere di mira i narcotrafficanti. Prima di ogni escalation deve attendere che finisca la stagione degli uragani: le condizioni miglioreranno entro due settimane, per diventare completamente positive da fine novembre
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La stagione degli uragani nei Caraibi rischia di avere una coda ancora più devastante. La Casa Bianca infatti continua ad accumulare a largo del Venezuela le forze per dare scacco matto al presidente Maduro, sconvolgendo i fragili equilibri politici del Sud America nel tentativo di imporre con le armi una versione moderna della dottrina Monroe. Le pedine necessarie a un’operazione militare prendono posizione una dopo l’altra, con Porto Rico come trampolino di lancio. Lì nei giorni scorsi è stata notata la “MV Ocean Trader”, esteriormente simile a un traghetto merci civile ma che in realtà è la base navigante delle forze speciali con i reparti addestrati agli interventi nelle aree caraibiche. La nave può ospitare 159 incursori, con tutti gli equipaggiamenti per compiere raid inclusi gli elicotteri.

Finora le azioni statunitensi sono state concentrate nella distruzione dei motoscafi sospettati di trasportare cocaina: dall’inizio di settembre ci sono stati 13 attacchi in acque internazi…

La stagione degli uragani nei Caraibi rischia di avere una coda ancora più devastante. La Casa Bianca infatti continua ad accumulare a largo del Venezuela le forze per dare scacco matto al presidente Maduro, sconvolgendo i fragili equilibri politici del Sud America nel tentativo di imporre con le armi una versione moderna della dottrina Monroe. Le pedine necessarie a un’operazione militare prendono posizione una dopo l’altra, con Porto Rico come trampolino di lancio. Lì nei giorni scorsi è stata notata la “MV Ocean Trader”, esteriormente simile a un traghetto merci civile ma che in realtà è la base navigante delle forze speciali con i reparti addestrati agli interventi nelle aree caraibiche. La nave può ospitare 159 incursori, con tutti gli equipaggiamenti per compiere raid inclusi gli elicotteri.

Finora le azioni statunitensi sono state concentrate nella distruzione dei motoscafi sospettati di trasportare cocaina: dall’inizio di settembre ci sono stati 13 attacchi in acque internazionali con 51 morti. Ma questa viene solo considerata la premessa a un’escalation. Donald Trump ha risposto più volte alle domande su possibili azioni terrestri in maniera evocativa: “Aspettate e vedrete…”. E proprio le teste di cuoio della “MV Ocean Trader” possono essere incaricate di mettere a segno i primi colpi dimostrativi, che potrebbero prendere di mira laboratori di raffinazione della cocaina, depositi degli stupefacenti o gli ormeggi dei motoscafi dei narcos.

Prima di ogni escalation, però il Pentagono deve attendere che finisca la stagione degli uragani, più potente di qualsiasi macchina da guerra. Le condizioni miglioreranno entro due settimane, per diventare completamente positive da fine novembre. Il secondo fattore chiave è l’arrivo della portaerei “Gerald Ford”, la più grande in servizio, che sta dirigendo a tutta velocità dall’Adriatico a Porto Rico. Può contribuire all’Armada di Trump con sessanta cacciabombardieri, tra cui in particolare la squadriglia degli EA-18 Growler modificati per distruggere radar e difese contraeree nelle missioni chiamate in gergo “wild weasel” ossia “donnola selvaggia”.

La potenza di fuoco dell’ammiraglia si aggiungerà a quella dei dieci F35, tre droni Reaper, una cannoniera volante AC130J già schierati a Porto Rico e della squadra navale affluita nella regione, formata da dieci navi - inclusa la mini-portaerei Iwo Jima con caccia Harrier e un incrociatore - e un sottomarino a propulsione nucleare: solo l’Us Navy può mettere a disposizione oltre 250 missili cruise Tomahawk. Un’intera task force dei marines è in zona da oltre un mese, con 2200 fanti e tutti i loro mezzi di supporto, dai cingolati anfibi agli elicotteri.

Gli americani tengono sotto pressione il regime Maduro con spedizioni di grandi bombardieri B1 e B52 che si sono spinti la scorsa settimana fino ai confini dello spazio aereo venezuelano. E stanno esercitando una “guerra psicologica” attraverso la diffusione di notizie che tentano di disgregare la coesione del sistema di potere costruito dal successore di Chavez.

Prima hanno fatto trapelare che la Cia era stata autorizzata a compiere “missioni operative” a Caracas e nel resto del Paese. Questo ha subito fatto pensare a iniziative per eliminare le figure chiave degli apparati di sicurezza e dell’esercito o a tentativi di corruzione per spingerli all’ammutinamento. La rivolta di una brigata o di una delle formazioni paramilitari potrebbe diventare il segnale per una protesta popolare di massa, con l’appoggio indiretto dell’aviazione americana.

La sensazione di un conto alla rovescia in corso è stata trasmessa pure dalle rivelazioni del Wall Street Journal sul processo di targeting ossia di scelta dei bersagli: la fase più delicata di ogni campagna militare. Secondo il quotidiano, il Pentagono avrebbe selezionato una serie di obiettivi da attaccare con aerei e missili cruise: piste aeree e porti, caratterizzati dal rappresentare punti di contatto tra le strutture governative venezuelane e le reti dei trafficanti di cocaina.

“In Venezuela c’è un narco-stato governato dai cartelli”, ha ribadito la scorsa settimana il segretario di Stato Marco Rubio: “Questa è un’operazione contro i narco-terroristi, la Al Qaeda dell’emisfero occidentale e bisogna arrivare alla resa dei conti”. Maduro è stato formalmente incriminato dalla Giustizia Usa per narco-terrorismo: un provvedimento preso durante la prima amministrazione Trump, che ha permesso ora di alzare la taglia sulla sua cattura a 50 milioni di dollari e dare una giustificazione a iniziative militari senza precedenti nella storia americana, come l’uccisione di persone non identificate a bordo delle presunte barche dei trafficanti. L’ammiraglio Alvin Holsey, numero uno del Southern Command che ha la responsabilità sull’America Latina, si è dimesso in dissenso con la strategia imposta dalla Casa Bianca. Ma neppure il suo gesto ha fermato la corsa verso lo scontro armato.

Nonostante sia stata rinforzata con l’acquisto di caccia Sukhoi 32 e di batterie missilistiche russe e israeliane, la contraerea venezuelana non sembra in grado di potere ostacolare gli attacchi dal cielo statunitensi. Maggiori interrogativi ci sono sulla disponibilità di missili antinave forniti da Mosca e droni a lungo raggio di progetto iraniano per insidiare l’Us Navy. Ma le chance di Caracas in un conflitto diretto tra forze convenzionali - ossia tra aerei, navi e reparti militari - sono bassissime.

“Credo che Maduro non valuterà di dimettersi, almeno per il primo round” ha detto l’ammiraglio James Stavridis, che ha avuto il comando delle forze Usa nella regione prima di passare al vertice Nato: “Ma se gli attacchi sugli obiettivi aerei e navali non lo obbligheranno a farsi da parte, allora la seconda fase di raid prenderà di mira la leadership del Paese. Penso che a quel punto Maduro raccoglierà le sue cose e andrà via. Questo potrebbe essere il miglior risultato per Trump”.

Se invece dovesse scegliere di ritirarsi nell’interno del Paese e condurre una guerriglia, allora lo scenario diventerebbe molto più complesso e sanguinoso. Ma Trump tira dritto. “Il presidente ha lanciato un messaggio chiaro: smettetela di mandare droga e criminali nel nostro Paese”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly. “Il presidente è determinato a usare ogni strumento del potere americano per impedire agli stupefacenti di invadere la nostra patria”.

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