NEW YORK – Gli attacchi contro i narcos venezuelani sono parte di una strategia per spingere Nicolas Maduro all’esilio. I test delle armi nucleari sono invece inutili e dannosi per gli Usa, mentre la guerra tra Russia e Ucraina la vinceranno gli europei. Pochi analisti hanno la competenza per spiegare queste dinamiche come James Stavridis. L’ex comandante di Southern Command e Nato lo fa ad un seminario del Paley Media Council, dove risponde alle domande di Andrea Mitchell e degli invitati, tra cui Repubblica.
Cosa succede in Venezuela?
«Lo schieramento militare è imponente: il gruppo d’attacco della portaerei Ford, con incrociatori, cacciatorpediniere, fregate, missili Tomahawk, elicotteri, 3.000 marines da combattimento e uno squadrone dei più recenti caccia F 35, i migliori al mondo, stanziato a Porto Rico, ad appena un’ora di volo da Caracas. A cosa serve? Penso che il presidente Trump stia cercando di dire a Maduro che è arrivato il suo momento. Dimettiti. Vai a prendere una haci…
NEW YORK – Gli attacchi contro i narcos venezuelani sono parte di una strategia per spingere Nicolas Maduro all’esilio. I test delle armi nucleari sono invece inutili e dannosi per gli Usa, mentre la guerra tra Russia e Ucraina la vinceranno gli europei. Pochi analisti hanno la competenza per spiegare queste dinamiche come James Stavridis. L’ex comandante di Southern Command e Nato lo fa ad un seminario del Paley Media Council, dove risponde alle domande di Andrea Mitchell e degli invitati, tra cui Repubblica.
Cosa succede in Venezuela?
«Lo schieramento militare è imponente: il gruppo d’attacco della portaerei Ford, con incrociatori, cacciatorpediniere, fregate, missili Tomahawk, elicotteri, 3.000 marines da combattimento e uno squadrone dei più recenti caccia F 35, i migliori al mondo, stanziato a Porto Rico, ad appena un’ora di volo da Caracas. A cosa serve? Penso che il presidente Trump stia cercando di dire a Maduro che è arrivato il suo momento. Dimettiti. Vai a prendere una hacienda fuori L’Avana, o una dacia a Mosca, accanto al tuo amico Bashar Al Assad. Stiamo cercando di costringerlo ad andarsene, con una strategia in quattro fasi: iniziamo facendo saltare in aria le imbarcazioni dei narcos, ma poi colpiremo le installazioni a terra dei trafficanti, e le basi di Aviazione e Marina che li aiutano. Quindi ci fermeremo e diremo a Maduro: non stiamo scherzando, e il prossimo round prenderà di mira la leadership. È possibile che resista, ma speriamo che accetti di andare via. Non sarà come Panama, perché il Venezuela è grande il doppio della California, ha un milione di miliziani armati e richiederebbe un’invasione tipo quella dell’Iraq. Colpiremo a distanza, lasciando aperta un’ultima finestra per Maduro, sperando che la prenda e lasci il Paese».
Cosa pensa dell’annuncio di Trump sulla ripresa dei test atomici?
«Suppongo che il presidente fosse confuso su tre cose: i mezzi a propulsione nucleare, le armi e i test. Ha sentito che Putin faceva qualcosa nel settore atomico e ha deciso di rispondere. Ma non credo che noi, né Mosca, arriveremo a innescare delle esplosioni».
Perché?
«Perché non servono per la manutenzione o l’accuratezza dell’arsenale, e dal punto di vista strategico sarebbe a nostro svantaggio. Gli Usa hanno le armi nucleari più avanzate e non hanno bisogno dei test per potenziarle. Cina e Russia invece sono indietro e le esplosioni le aiuterebbero a colmare la distanza. Non ci conviene dare loro la scusa per farlo, o fomentare la proliferazione, visto che molti Paesi come Giappone, Corea del Sud, Arabia e Turchia stanno considerando di costruire bombe atomiche, oltre all’Iran. È nel nostro interesse che gli equilibri restino come sono ora».
Come giudica il vertice bilaterale con Xi Jinping?
«Abbiamo quattro punti di collisione con Pechino: la guerra cibernetica di fatto già in corso; il Mar cinese meridionale, che la Repubblica popolare considera suo; la guerra commerciale, solo rimandata dal vertice; e Taiwan, che noi consideriamo una democrazia vibrante da preservare. Siamo in uno stato di vera tensione e le questioni economiche sono solo un aspetto. In Corea è stata siglata una tregua, ma Xi ha giocato le sue carte molto bene».
Cosa succede a Gaza?
«L’Iran voleva impedire l’allargamento degli Accordi di Abramo all’Arabia, perché un’intesa a tre fra Israele, Usa e i sauditi, anche legata alla sicurezza, era vicina. Teheran aveva un piano di lungo termine, con Hezbollah e gli Houti, ma Hamas ha affrettato l’azione. Ci saranno giorni difficili, ma il cessate il fuoco può reggere. Se terrà, e il mondo arabo si farà carico della sicurezza a Gaza, gli Accordi di Abramo potrebbero diventare l’Alleanza di Abramo, a beneficio di tutti: israeliani, palestinesi, americani e arabi, con la solo eccezione degli iraniani, sempre più isolati».
E cosa prevede in Ucraina?
«La guerra tra Mosca e Kiev la vinceranno gli europei, perché l’aggressione di Putin sarà un catalizzatore che li indurrà a rafforzarsi sia sul piano della difesa che su quello politico, accelerando la cooperazione nell’Unione europea. Dall’inizio del conflitto Putin ha perso 300.000 soldati, 100.000 all’anno. Non sono numeri sostenibili a lungo e gli europei possono finanziare la difesa di Kiev con i 300 miliardi di capitali russi congelati».
Ma il Pentagono sta ritirando mille soldati dall’Est Europa.
«È un errore. Nel continente abbiamo circa 100.000 uomini e quindi sul piano pratico non fa grande differenza, ma è il segnale sbagliato al momento sbagliato. Qualcuno obietterà che gli europei sono scrocconi, ma io rispondo che non è vero. Già spendono collettivamente 450 miliardi di dollari all’anno nella difesa, più della Cina. Quando ero comandante in Afghanistan, poi, ho perso 1.700 soldati. Era mia responsabilità. Ho scritto lettere a tutte le famiglie dei caduti, e 800 sono state spedite a indirizzi in Europa: hanno combattuto fieramente e sono morti al nostro fianco, per difenderci dopo l’11 settembre».
Come finirà?
«Se restiamo uniti, Putin dovrà sedersi al tavolo del negoziato. È triste che l’Ucraina debba perdere alcuni territori, ma la parte rimasta indipendente diventerà una storia di successo come la Corea del Sud, evidenziando l’errore strategico commesso da Putin».