La squadra navale guidata dalla portaerei “Ford” sta attraversando l’Atlantico a tutta velocità: è salpata da Spalato, nell’Adriatico, ed entro la prossima settimana potrebbe arrivare nelle acque dei Caraibi. A quel punto lo schieramento americano davanti al Venezuela sarà pronto per qualsiasi azione militare.
Ci saranno i cinquanta cacciabombardieri della “Ford”; una decina di F-35 e una squadriglia di droni Reaper sulle piste di Porto Rico; quindici tra incrociatori, cacciatorperdiniere, unità minori e un sottomarino a propulsione nucleare che imbarcano oltre duecento missili cruise; una task force dei marines con 2.200 fanti e i loro veicoli d’assalto.
C’è anche il traghetto “MV Ocean Trader”, identico a quelli civili, che in realtà ospita la base galleggiante delle f…
La squadra navale guidata dalla portaerei “Ford” sta attraversando l’Atlantico a tutta velocità: è salpata da Spalato, nell’Adriatico, ed entro la prossima settimana potrebbe arrivare nelle acque dei Caraibi. A quel punto lo schieramento americano davanti al Venezuela sarà pronto per qualsiasi azione militare.
Ci saranno i cinquanta cacciabombardieri della “Ford”; una decina di F-35 e una squadriglia di droni Reaper sulle piste di Porto Rico; quindici tra incrociatori, cacciatorperdiniere, unità minori e un sottomarino a propulsione nucleare che imbarcano oltre duecento missili cruise; una task force dei marines con 2.200 fanti e i loro veicoli d’assalto.
C’è anche il traghetto “MV Ocean Trader”, identico a quelli civili, che in realtà ospita la base galleggiante delle forze speciali con 159 incursori addestrati a muoversi in Sud America. Una concentrazione di armamenti di gran lunga superiore a quella intervenuta per la crisi di Cuba del 1961.
I venti di guerra soffiano sempre più forti. E lo conferma la decisione di chiudere da oggi lo spazio aereo davanti alle piste di Porto Rico dove è stato installato il quartier generale del Pentagono. A condizionare ogni mossa c’è però l’incognita del meteo: dopo il passaggio del ciclone Melissa, non sono imminenti altri uragani ma la cautela consiglierebbe di aspettare almeno la metà di novembre per intraprendere una campagna offensiva.
Come ha rivelato il Wall Street Journal, lo stato maggiore ha presentato alla Casa Bianca le liste dei possibili obiettivi e il programma per una missione di lungo periodo. Tecnicamente si chiama targeting: significa che dal punto di vista militare tutto è pronto, manca solo la decisione politica. La prima fase del piano riguarderebbe aeroporti e moli dove secondo l’intelligence statunitense i trafficanti di droga possono contare su coperture dell’esercito e delle milizie di Caracas: un modo per sottolineare – come ha dichiarato la scorsa settimana il segretario di Stato Marco Rubio – che «in Venezuela c’è un narco-stato governato dai cartelli. Questa è un’operazione contro i narco-terroristi, la Al Qaeda dell’emisfero occidentale e bisogna arrivare alla resa dei conti».
Maduro è stato formalmente incriminato dalla Giustizia Usa per narco-terrorismo: un provvedimento preso durante la prima amministrazione Trump, che ha permesso ora di alzare la taglia sulla sua testa a 50 milioni di dollari e dare una giustificazione a bombardamenti senza precedenti nella storia americana, come l’uccisione di 61 persone non identificate a bordo di quindici presunte barche dei trafficanti. Iniziative di dubbia legittimazione legale, oltre che etica. L’ammiraglio Alvin Holsey, numero uno del Southern Command che ha la responsabilità sull’America Latina, si è dimesso in dissenso con la strategia imposta dalla Casa Bianca.
Trump però procede nei suoi piani. Ha fatto trapelare che la Cia ha ricevuto libertà d’azione in Venezuela: si ipotizza che gli 007 stiano cercando di spingere alla rivolta reparti militari o addirittura di convincerli a catturare lo stesso Maduro. I raid contro i motoscafi e le sortite dei bombardieri B1 e B52 che si spingono fino ai confini di Caracas servono ad aumentare la pressione. E cercare di innescare un cambio di regime senza bisogno di aprire le ostilità.
Maduro ha pochi strumenti per contrastare l’armata americana. Dispone di missili terra-aria russi S-300, di caccia Sukhoi Su-30 con ordigni antinave e di droni a lungo raggio. Si è rivolto a Teheran per ottenere sistemi radar passivi per avvistare gli F35, altri velivoli teleguidati e apparati di contromisure elettroniche in grado di oscurare le coordinate gps. Al Cremlino ha domandato l’aggiornamento dei Sukhoi, radar, missili contraerei e balistici. Difficile che il Cremlino possa concedere batterie fondamentali per respingere gli attacchi ucraini contro le raffinerie, mentre ha abbondanza di missili balistici e droni Shahed. Appelli sono stati rivolti a Pechino, che ha ampia disponibilità di ordigni d’ogni tipo da esportare. Entrambi i Paesi hanno tutto l’interesse a proteggere il loro alleato – Putin per motivi politici, Xi per tutelare le importazioni di petrolio – ma non sfideranno apertamente Trump.