La portaerei Usa Ford verso le coste del Venezuela. I marines si esercitano davanti a Porto Rico
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – Fare paragoni con il blocco navale ordinato da Kennedy nel 1962 contro Cuba può essere esagerato, anche perché allora in gioco c’era l’installazione di missili che avrebbero potuto scatenare una guerra nucleare tra Usa e Urss, però uno schieramento militare come quello deciso da Trump non si vedeva nei Caraibi da quei tempi. Allora, nonostante lui smentisca l’intenzione di attaccare il Venezuela, è logico chiedersi a cosa serva, con l’arrivo imminente del gruppo della portaerei Ford.
La direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, parlando ieri in Bahrain, ha assicurato che «la strategia del cambio di regime e costruzione delle nazioni (regime change e nation building, ndr) è finita» con l’amministrazione di cui fa parte, ma forse aveva in mente le scorribande dei neocon in Medio Oriente all’epoca di Bush figlio, piuttosto che il destino di Maduro a Caracas. La Russia invece teme l’escalation, al punto che ieri ha trollato gli Usa, ammonendoli che invece di scatena…
NEW YORK – Fare paragoni con il blocco navale ordinato da Kennedy nel 1962 contro Cuba può essere esagerato, anche perché allora in gioco c’era l’installazione di missili che avrebbero potuto scatenare una guerra nucleare tra Usa e Urss, però uno schieramento militare come quello deciso da Trump non si vedeva nei Caraibi da quei tempi. Allora, nonostante lui smentisca l’intenzione di attaccare il Venezuela, è logico chiedersi a cosa serva, con l’arrivo imminente del gruppo della portaerei Ford.
La direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, parlando ieri in Bahrain, ha assicurato che «la strategia del cambio di regime e costruzione delle nazioni (regime change e nation building, ndr) è finita» con l’amministrazione di cui fa parte, ma forse aveva in mente le scorribande dei neocon in Medio Oriente all’epoca di Bush figlio, piuttosto che il destino di Maduro a Caracas. La Russia invece teme l’escalation, al punto che ieri ha trollato gli Usa, ammonendoli che invece di scatenare la guerra contro i narcos come scusa per rovesciare gli eredi del chavismo senza Chavez, farebbero meglio a contrastare la domanda di droga in America, vera causa dell’emergenza.
La prossima settimana arriverà nella regione la Gerald Ford, salpata da Spalato. È la più grande portaerei della Marina Usa, che arriverà con 50 cacciabombardieri, 4.000 soldati e altre tre navi da guerra. Si unirà a una forza composta da 15 unità, tra incrociatori e cacciatorpedinieri armati di missili Tomahawk, più un sottomarino a propulsione nucleare, bombardieri B1 e B52, elicotteri delle forze speciali. Al largo del Venezuela ci saranno poi il traghetto “MV Ocean Trader”, base galleggiante per le forze speciali con 159 incursori addestrati a muoversi in Sudamerica, insieme a una task force dei Marines con 2.200 uomini e veicoli d’assalto. Sulle piste di Porto Rico infine sono stati schierati una decina di caccia F-35 e una squadriglia di droni Reaper, mentre l'esercito Usa sta ammodernando una ex base navale della Guerra Fredda da tempo abbandonata. Davanti all’isola caraibica le Unità del Corpo dei Marines hanno recentemente condotto esercitazioni di addestramento, che includevano manovre di sbarco e infiltrazione.
La Russia, per bocca della portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha preso sul serio la minaccia: «Condanniamo fermamente l’impiego di forza militare eccessiva nell’ambito di operazioni antidroga. È necessario avviare passi di de-escalation e favorire la ricerca di soluzioni ai problemi esistenti in modo costruttivo, nel rispetto delle norme internazionali». Quindi ha provocato: «La radice del problema della droga negli Stati Uniti è proprio negli Usa», bocciando «le provocazioni militari col pretesto di combattere il narcotraffico».
Intanto, per gli Stati Uniti potrebbe aprirsi un nuovo fronte, questa volta in Africa occidentale. Trump, infatti, ha dichiarato ieri di aver chiesto al Dipartimento della Difesa di prepararsi a una possibile azione militare in Nigeria se il governo nigeriano «continuerà a permettere l’uccisione di cristiani», avvertendo che i militari Usa potrebbero «sospendere tutti gli aiuti al Paese» e anche «entrare a colpi di pistola per annientare completamente i terroristi islamici che stanno commettendo queste orribili atrocità (il riferimento pare a Boko Haram, che però colpisce indiscriminatamente sia i cristiani che i musulmani, ndr)».