«Non c’è nessun dubbio che Nicolas Maduro sia un dittatore della peggior specie, che ha rubato le elezioni, ridotto alla fame il Paese, represso brutalmente le opposizioni». Moises Naim, nato in Libia nel 1952 ma cresciuto ed educato a Caracas prima di andarsi a prendere il PhD al Mit, riflette sul destino del Venezuela che si trova a fronteggiare il più impressionante schieramento navale della storia.
«Sarebbe sacrosanto liberarsi di Maduro, e farlo al più presto viste le conseguenze disastrose del suo regime, però ho paura che a questo punto Trump non sappia bene come procedere. E non sono sicuro neanche della “pista” della droga», insiste Naim, che è stato ministro dell’Industria del Venezuela nell’esecutivo di Carlos Andrés Pérez, uno degli ultimi governi democratici del Paese nel 1989, ed è attualmente ricercatore del think-tank Carnegie Endowment for International Peace di Washington, oltre che un autorevole commentatore di politica internazionale.
In che senso non è sicuro dell…
«Non c’è nessun dubbio che Nicolas Maduro sia un dittatore della peggior specie, che ha rubato le elezioni, ridotto alla fame il Paese, represso brutalmente le opposizioni». Moises Naim, nato in Libia nel 1952 ma cresciuto ed educato a Caracas prima di andarsi a prendere il PhD al Mit, riflette sul destino del Venezuela che si trova a fronteggiare il più impressionante schieramento navale della storia.
«Sarebbe sacrosanto liberarsi di Maduro, e farlo al più presto viste le conseguenze disastrose del suo regime, però ho paura che a questo punto Trump non sappia bene come procedere. E non sono sicuro neanche della “pista” della droga», insiste Naim, che è stato ministro dell’Industria del Venezuela nell’esecutivo di Carlos Andrés Pérez, uno degli ultimi governi democratici del Paese nel 1989, ed è attualmente ricercatore del think-tank Carnegie Endowment for International Peace di Washington, oltre che un autorevole commentatore di politica internazionale.
In che senso non è sicuro della “pista della droga”?
«Intendiamoci, il problema della droga in Venezuela esiste, eccome. E visto che Maduro è direttamente compromesso, il suo allontanamento sarebbe importante anche in questo senso. Ma conoscendo Trump, può essere benissimo che abbia messo in piedi una colossale messinscena solo per distrarre l’opinione pubblica del suo Paese dalle tante questioni in cui è imbrigliato, dalle “paci” non compiute fino a perché no alla vicenda Epstein».
Il problema della droga esiste, ci diceva: il Venezuela si può considerare davvero un narcostato?
«Direi di no, anche se lo stesso Maduro è accusato dagli americani di essere a capo del Tren de Aragua, il più potente e pericoloso cartello di narcotraffico. Ma le gang venezuelane spariscono di fronte all’aggressività di quelle colombiane, peruviane e messicane. Il Venezuela è usato per lo più come porto di partenza dei carichi clandestini».
Così si spiega il fatto che gli americani abbiano sparato senza pietà su quindici barchette prima ancora di accertarsi di cosa portavano?
«Magari su qualcuna c’era davvero la droga (Trump assicura di aver visto i sacchetti di cocaina e fentanyl galleggiare vicino ai relitti senza però portare alcuna prova, ndr), ma molti dei 62 morti erano sicuramente degli innocenti pescatori. Questo è solo un aspetto di una vicenda gestita maldestramente da Trump con il consueto egocentrismo. Ora vuole che il segretario di Stato, Marco Rubio, prenda in mano la situazione, ma dove trova il tempo, lui e il suo staff, con questioni della portata dell’Ucraina e di Gaza ancora aperte? Senza contare gli errori procedurali».
A cosa si riferisce?
«Al fatto che prima di lanciare l’invincibile armata bisognava affrontare un dibattito al Congresso. Così come per i dazi, altra questione aperta perché deve ancora pronunciarsi la Corte Suprema e c’è il pericolo che si sia incorsi nell’illegalità fin dall’inizio. Ma questa volta, a differenza dei dazi, si sta formando un fronte bipartisan che intanto pretende che il presidente venga a spiegare tutto e poi è pregiudizialmente contrario a gettare l’America nell’ennesimo “regime change”: vi ricordate com’è finita in Iraq, in Afghanistan, in Libia? Anche se stavolta, a dire la verità, c’è una sostanziale differenza».
Quale?
«L’esistenza di una leader come María Corina Machado, la capa dell’opposizione appena insignita del Nobel per la pace, che gode di un forte supporto popolare ed è in grado di dar vita a un nuovo governo democratico, una situazione completamente diversa da tutti i precedenti citati che rende ancora più urgente la cacciata di Maduro».
Il Venezuela non è un narcostato malgrado le compromissioni del dittatore, possiamo definirlo invece un petrostato?
«Ne avrebbe sicuramente titolo, se non fosse che gli anni di Maduro e del predecessore Chavez, che ha preso il potere nel 1999 chiudendo l’era delle democrazie, hanno condotto a uno spaventoso deterioramento delle infrastrutture e ad un crollo della produzione. Negli ultimi anni prima di Chavez, il Paese esportava 3 milioni di barili al giorno e la compagnia nazionale, la rispettata ed efficiente Petróleos de Venezuela, aveva come realistico obiettivo di arrivare a 6 milioni. Il Paese, che con l’Iraq promosse la nascita dell’Opec nel 1960, detiene tuttora con oltre 300 miliardi di barili accertati le più grandi riserve petrolifere del mondo, più dell’Arabia Saudita. Invece, il disastro».
Dovuto anche alle sanzioni americane, o no?
«In parte, perché come ben sappiamo alle sanzioni petrolifere ci sono molti modi per sfuggire. La Cina è ancora una volta, tramite una rete di piccoli intermediari, il maggior acquirente del greggio venezuelano. Qui c’è un fatto in più: alla fine di luglio l’amministrazione americana aveva acconsentito alla Chevron di importare negli Usa 100mila barili al giorno, il che ha permesso a Caracas di tornare al milione di barili di produzione. Era un gesto di buona volontà: senonché il 14 agosto è cominciato lo schieramento delle navi da guerra e l’atmosfera è completamente cambiata».