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L’altra metà della Mela: viaggio nella New York che ha paura di Mamdani

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Domani si elegge il sindaco: il candidato democratico, musulmano e molto critico verso Israele, è insidiato dall’“usato sicuro” Cuomo
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NEW YORK – Chi ha paura di Zohran Mamdani? Chi crede sia meglio «chiunque altro»? Chi voterà perfino quel «figlio di papà», «prodotto dell’élite» contro cui aveva imprecato ai tempi del Covid, quando era governatore di New York?

È un altro paradosso americano (ma non solo). Stavolta l’indicazione «tutti tranne lui» viene da destra e quindi è più disciplinata e, sondaggio dopo sondaggio, (ma quelli delle primarie furono quasi tutti sbagliati) ha ristretto il canyon che separava Mamdani e Cuomo. C’è una differenza caratteriale tra l’elettore pro, convinto ed entusiasta, e quello contro, cinico e spaventato. Queste sono fotografie del secondo, scattate durante un viaggio che parte dal quartiere dimenticato e finisce all’ombra della torre del re.

Mattina di pioggia, traghetto arancione per Staten Island. È l’unico monumento di una parte di New York che nessun turista visita, e chi non ci abita ha visto al massimo una volta di punta: ferry-molo-ferry. Anche Cuomo e Sliwa, il candidato repu…

NEW YORK – Chi ha paura di Zohran Mamdani? Chi crede sia meglio «chiunque altro»? Chi voterà perfino quel «figlio di papà», «prodotto dell’élite» contro cui aveva imprecato ai tempi del Covid, quando era governatore di New York?

È un altro paradosso americano (ma non solo). Stavolta l’indicazione «tutti tranne lui» viene da destra e quindi è più disciplinata e, sondaggio dopo sondaggio, (ma quelli delle primarie furono quasi tutti sbagliati) ha ristretto il canyon che separava Mamdani e Cuomo. C’è una differenza caratteriale tra l’elettore pro, convinto ed entusiasta, e quello contro, cinico e spaventato. Queste sono fotografie del secondo, scattate durante un viaggio che parte dal quartiere dimenticato e finisce all’ombra della torre del re.

Mattina di pioggia, traghetto arancione per Staten Island. È l’unico monumento di una parte di New York che nessun turista visita, e chi non ci abita ha visto al massimo una volta di punta: ferry-molo-ferry. Anche Cuomo e Sliwa, il candidato repubblicano, non hanno fatto di più: un raduno sulla banchina. Perché sforzarsi? Qui votano comunque per loro. Trump un anno fa doppiò Harris, Sliwa nel 2021 ebbe il 67%, di cui ora cederà buona parte a Cuomo. Mamdani, non pervenuto, pur essendo venuto. È un’isola per geografia e cultura. Un’enclave bianca, cattolica, repubblicana. Ceto medio, poliziotti e pompieri. No tax, no vax. Gente tranquilla, ama definirsi, che non vuole problemi e, per una conseguenza che ritiene logica, preferisce non mischiarsi con altre etnie. Figurarsi un sindaco nato in Uganda. Ti dicono: «Siamo una specie di New Jersey con la targa di New York. Il costo della vita qui è accessibile anche senza le rivoluzioni di Mamdani. Siamo patriottici, in ogni famiglia c’è qualcuno con la divisa, tante hanno avuto un morto nelle Torri gemelle. E ora dovremmo prenderci un sindaco musulmano? Piuttosto, un privilegiato come Cuomo. Se poi vince Mamdani, vedremo. Abbiamo alla Casa Bianca uno che ci proteggerà».

Il traghetto riparte su acque agitate, diretto verso la parte bassa di Manhattan. Da lì sono pochi passi per salire su un altro, bianco, che percorre l’East River e fa la seconda fermata a South Williamsburg, casa della comunità ebraica ultraortodossa, chassidica. Presenza discreta, anche quando camminano per strada vanno veloci, a votare in anticipo. E velocemente si sono spostati dal candidato repubblicano a Cuomo. I sondaggi, qui, lo danno al 60%. Per esclusione, non per convinzione. La voce ufficiale dice: «Il comandamento è: fermare Mamdani. Mai vista tanta paura per un possibile sindaco». Più di mille rabbini americani hanno firmato una lettera scrivendo che una sua vittoria minaccerebbe «la sicurezza e la dignità degli ebrei in ogni città», non solo New York, comunque sia possibile. Le ragioni sono note: l’uso del termine «genocidio» per Gaza, le posizioni contro Israele espresse dalla sigla Bds, boicotta-disinvesti-sanziona. Potrebbe danneggiare le aziende che hanno rapporti con Tel Aviv, togliere l’esenzione fiscale ad associazioni benefiche legate ai coloni in Cisgiordania, fino a, questo lo suggerisce Cuomo, addirittura «simpatizzare con la jihad». C’è un furgoncino che gira per Marcy Avenue con tre parole sulla fiancata: Mamdani, socialista, terrorista. Qualcuno insegna che votarlo sarebbe peccato mortale.

Andrew Cuomo (reuters)

E da Marcy Avenue la linea M della metropolitana corre a cielo aperto sul ponte per attraversare il fiume. Sbarca nel cuore di Midtown dove un agente immobiliare mi accompagna a nord costeggiando palazzi e palazzetti con appartamenti di lusso. I loro proprietari voteranno Cuomo perché temono le proposte di Mamdani: aumento della tassazione, blocco degli affitti controllati. Lo scenario dipinto dalla propaganda contraria è questo: le townhouse (gli edifici terracielo) saranno svenduti perché la riduzione delle forze dell’ordine le renderà insicure; nessuno vorrà acquistare, preferendo l’affitto; il mercato crollerà (cresce senza sosta da 27 mesi, è a +53% dalla fine del Covid). E i negozi: «Il socialista alzerà le tasse e il costo del lavoro, imporrà continue ispezioni, in definitiva farà abbassare le serrande». Detta così pare stiano su grazie allo sfruttamento e all’aggiramento di norme tributarie e sanitarie. «Aumenteranno le rapine». Perché? «Perché Mamdani vuole una città santuario, che protegga gli immigrati e si sa chi sono quelli che fanno le rapine».

Ognuno crede a una diversa propaganda. Come diceva Woody Allen: basta che funzioni. Nel 2024 quella contro Trump non l’ha fatto. «Piuttosto che lui voterei uno scimpanzè schizofrenico», disse lo scrittore Don Winslow in una intervista al Venerdì, ma a molti democratici che pure avevano scelto Biden non è sembrato valesse la pena scomodarsi neppure per la sua vice.

Allora si finisce sulla Quinta Strada, sotto la Trump Tower protetta da barricate e polizia. Il proprietario guarda la contesa dall’alto e da lontano. Da lì Mamdani gli sembra piccolo («my little comunist», in Italia direbbero «povero comunista»), Cuomo gli pare arrendevole (come l’ex sindaco Adams: obbedisce o finisce sotto inchiesta), Sliwa un moscerino fastidioso che non ha voluto volare via («e vive in una casa piena di gatti»). A detta di molti è per lui una situazione win-win, non perde comunque. Se passa Cuomo, di cui era ospite all’addio al celibato nel preistorico 1990, non avrà in carica un amico, ma un personaggio ricattabile, che ha aiutato ad avere la poltrona e a cui minaccerà di toglierla a ogni passo non concordato. Se vince Mamdani avrà un bersaglio perfetto in vista delle elezioni di mid-term, un sinistrorso da sbeffeggiare e alla cui città far pagare il conto: tagliando i fondi, mandando la guardia nazionale con la scusa della sicurezza, stringendo la morsa contro l’immigrazione. Mamdani ha promesso battaglia ma, non essendo opportuno richiamare Davide e Golia, già viene paragonata a una sfida tra Bambi e Godzilla. Cinquant’anni fa l’allora presidente Gerald Ford annunciò che il governo federale avrebbe lasciato andare alla deriva New York, suggerendo al Daily News il leggendario titolo: «Ford to City: drop dead», muori. Se era pronto a farlo lui, figurarsi Trump. Domani si chiudono i seggi. Ieri nel quartier generale di Mamdani, nel Queens, suonavano una vecchia canzone di Leonard Cohen che nel ritornello fa: «Prima prendiamo Manhattan, poi pensiamo a Berlino».

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