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I dubbi della Nato sui Tomahawk a Kiev: “Rischio nucleare”

(afp)

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Zelensky ringrazia Berlino per i Patriot. Ma sui missili Usa a lunga gittata crescono le preoccupazioni degli Alleati. E anche il presidente Usa sembra frenare
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BRUXELLES – Quali possono essere i danni collaterali di una eventuale consegna a Kiev dei missili americani a lungo raggio Tomahawk? Questo è uno degli interrogativi che maggiormente viene posto in questi giorni nello Stato Maggiore della Nato a Bruxelles. Perché la risposta più frequente è sempre la stessa: una reazione sproporzionata di Mosca. Anche con le cosiddette armi nucleari tattiche.

E così mentre la Germania recapita all’Ucraina i suoi missili Patriot, resta intatto il dubbio su come fermare la guerra d’aggressione del Cremlino. Certo per Volodymyr Zelensky il rifornimento arrivato da Berlino è ossigeno puro. «Abbiamo rafforzato la componente di Patriot della nostra difesa aerea ucraina – ha detto il presidente ucraino -. Ringrazio la Germania e personalmente il cancelliere tedesco Friedrich Merz per questo passo comune per proteggere la vita umana dal terrore russo». Il leader di Kiev ha ricordato che questo passaggio è stato «preparato da un po’ di tempo, e ora gli accordi…

BRUXELLES – Quali possono essere i danni collaterali di una eventuale consegna a Kiev dei missili americani a lungo raggio Tomahawk? Questo è uno degli interrogativi che maggiormente viene posto in questi giorni nello Stato Maggiore della Nato a Bruxelles. Perché la risposta più frequente è sempre la stessa: una reazione sproporzionata di Mosca. Anche con le cosiddette armi nucleari tattiche.

E così mentre la Germania recapita all’Ucraina i suoi missili Patriot, resta intatto il dubbio su come fermare la guerra d’aggressione del Cremlino. Certo per Volodymyr Zelensky il rifornimento arrivato da Berlino è ossigeno puro. «Abbiamo rafforzato la componente di Patriot della nostra difesa aerea ucraina – ha detto il presidente ucraino -. Ringrazio la Germania e personalmente il cancelliere tedesco Friedrich Merz per questo passo comune per proteggere la vita umana dal terrore russo». Il leader di Kiev ha ricordato che questo passaggio è stato «preparato da un po’ di tempo, e ora gli accordi presi sono stati attuati». E quindi ora attende i passi successivi per irrobustire la difesa aerea. Ma anche per permettere al suo esercito di colpire le linee nemiche senza limitarsi a difendersi. Tra le mosse ulteriori, allora, figura di certo la disponibilità dei Tomahawk, che è stata già autorizzata dal Pentagono ma non ancora avallata dal presidente Usa, Donald Trump. Un’arma che permetterebbe di bersagliare i siti da cui decollano aerei, droni e missili dell’armata putiniana. La mossa non sembra però convincere il presidente Usa, che rispondendo a una domanda della Reuters sull’Air Force One ha frenato ulteriormente: “Non sto davvero pensando di dare a Kiev quei missili”.

Tra gli analisti dell’Alleanza Atlantica, però, la domanda sull’opportunità di accogliere la richiesta ucraina è sempre più insistente. Si parte da un presupposto: nonostante la propaganda russa, in realtà secondo la Nato non risulta un avanzamento sostanziale delle truppe russe. La progressione dei soldati di Mosca è comunque molto lenta. E soprattutto è molto costosa in termini di vite umane. Si assiste tuttora a uno stallo che non vede un predominio marcato. Almeno per ora. La preoccupazione principale, dunque, è che il ricorso ai Tomahawk possa in qualche modo turbare questo equilibrio drammatico ma permanente. In sostanza la paura ha un nome preciso: “atomica”. Il sospetto si focalizza sulla possibilità che il Cremlino risponda con razzi tattici nucleari. Ossia missili armati con una testata atomica di potenza limitata. Ma pure sempre atomica. In quel caso, oltre agli effetti devastanti sul terreno, l’Alleanza Occidentale sarebbe costretta a organizzare una risposta, anche nel caso in cui l’obiettivo colpito fosse una qualsiasi area desertica o disabitata. Sarebbe un problema militare ma anche, e immenso, politico-diplomatico.

Anche perché c’è un aspetto che negli ultimi giorni viene evidenziato. Dopo il fallimento delle ultime trattative tra Trump e Putin per un nuovo summit, le parole pronunciate cinque giorni fa dal ministro degli esteri russo Lavrov sono state colte come la garanzia che Mosca non pensa ad estendere il conflitto. «Non attaccheremo mai un Paese Nato», aveva detto Lavrov. Insomma l’Alleanza transatlantica di tutto ha bisogno tranne che di estendere il conflitto.

Non solo. In questo momento si è impennata la tensione proprio sugli armamenti nucleari. Putin ha sperimentato un nuovo drone subacqueo, il Poseidon, a propulsione nucleare. La Cina ha moltiplicato in poco tempo la sua dotazione atomica. E Trump ha annunciato che gli Stati Uniti potrebbero riprendere a effettuare i test atomici. Insomma, non è il momento migliore per dare adito ad una reazione scomposta del Cremilino. Anche perché, in queste situazioni, quel che i militari temono di più è l’errore umano. E quando il nervosismo cresce, anche la probabilità di sbagliare sale. Il quesito quindi resta per il momento intatto: vanno consegnati adesso i Tomahawk?

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