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Caracas invoca l’amico Putin, Venezuela come una nuova Cuba. Per Trump Maduro “ha i giorni contati”

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Il Cremlino per il momento evita di sbilanciarsi troppo, ma ricorda che con il paese latino-americano ha un accordo di partenariato strategico
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C’è un’equazione che circola da anni. Il Venezuela è oggi per la Russia ciò che Cuba era un tempo per l’Urss: la principale pedina nelle Americhe ostile agli Stati Uniti. Ora che la tensione tra Caracas e Washington sale, con Trump che alla Cbs non risponde alla domanda su un possibile attacco ma parla di giorni contati per Maduro, il Cremlino è intenzionato a giocare la sua “nuova Cuba” per riequilibrare i rapporti di forza anche nei negoziati sull’Ucraina. Abbastanza da irritare Donald Trump, ma non troppo da sabotare il dialogo. In una cauta prova di equilibrismo, come dimostrano le dichiarazioni di Dmitrij Peskov.

«Monitoriamo attentamente ciò che accade. Vogliamo che tutto resti pacifico e che non sorgano nuovi conflitti nella regione», ha detto ieri il portavoce del Cremlino. Chiamato a commentare la presunta richiesta di armi del leader venezuelano Nicolàs Maduro per contrastare le crescenti pressioni statunitensi, non si è voluto sbilanciare. «Siamo effettivamente in contatto …

C’è un’equazione che circola da anni. Il Venezuela è oggi per la Russia ciò che Cuba era un tempo per l’Urss: la principale pedina nelle Americhe ostile agli Stati Uniti. Ora che la tensione tra Caracas e Washington sale, con Trump che alla Cbs non risponde alla domanda su un possibile attacco ma parla di giorni contati per Maduro, il Cremlino è intenzionato a giocare la sua “nuova Cuba” per riequilibrare i rapporti di forza anche nei negoziati sull’Ucraina. Abbastanza da irritare Donald Trump, ma non troppo da sabotare il dialogo. In una cauta prova di equilibrismo, come dimostrano le dichiarazioni di Dmitrij Peskov.

«Monitoriamo attentamente ciò che accade. Vogliamo che tutto resti pacifico e che non sorgano nuovi conflitti nella regione», ha detto ieri il portavoce del Cremlino. Chiamato a commentare la presunta richiesta di armi del leader venezuelano Nicolàs Maduro per contrastare le crescenti pressioni statunitensi, non si è voluto sbilanciare. «Siamo effettivamente in contatto con i nostri amici venezuelani», si è limitato a dire ricordando che i due Paesi sono vincolati da «diversi obblighi contrattuali». Da ultimo, l’accordo di partenariato strategico ratificato da Mosca il 21 ottobre, non a caso dopo che Trump aveva ordinato di attaccare le imbarcazioni venezuelane e dato mano libera alla Cia nel Paese. Maduro teneva a ricordare agli Usa di avere amici potenti e a Vladimir Putin di avere un partner leale a soli 2.500 km dalla Florida.

Non è un’intesa isolata. Sono circa 350 gli accordi bilaterali in vigore tra Mosca e Caracas, come la fabbrica di Kalashnikov inaugurata lo scorso luglio nello stato venezuelano di Aragua. Come ha detto a Gazeta.ru Aleksej Zhuravliov, primo vicepresidente della Commissione Difesa della Duma, la Russia è «uno dei principali partner tecnico-militari del Venezuela. Forniamo al Paese praticamente l’intera gamma di armi. I caccia russi Su-30Mk2 sono la spina dorsale dell’aeronautica venezuelana. La consegna di diversi battaglioni S-300vm ha rafforzato la capacità del Paese di proteggere le strutture critiche dai raid aerei. I sistemi russi Pantsir-S1 e Buk-M2E sono stati recentemente consegnati a Caracas da aerei da trasporto Il-76». E nulla impedirebbe alla Russia di fornire al Venezuela armi più moderne «come l’Oreshnik o i collaudati missili Kalibr. Nessun obbligo internazionale impedisce alla Russia di farlo».

In realtà a trattenere la Russia sono puri calcoli d’opportunità, come ha osservato Sergej Kurginjan, politologo e leader del movimento nazionalista “Essenza del tempo”, intervistato da Radio Zvezda di proprietà del ministero della Difesa. Al momento, ha spiegato, «la Russia siede su due sedie… Se decidessimo davvero di armare completamente l’esercito venezuelano - e il Venezuela ha soldi, quindi perché non dovremmo? -, allora in un paio d’anni potremmo equipaggiarlo abbastanza bene che neppure la superiorità aerea statunitense sarebbe garantita. Potremmo testare alcune cose. E sarebbe soltanto l’inizio». Per ora la Russia si astiene. «È amichevole con Caracas, ma moderatamente, perché spera in negoziati con gli Stati Uniti». E così facendo «irrita sia gli Stati Uniti con la sua amicizia, sia il Venezuela con la sua moderazione». Ma se le speranze di rilanciare il dialogo con Trump venissero meno, allora «potrebbe iniziare a cooperare realmente con il Venezuela. E inizierebbe il peggio», ha avvertito.

Più cauto l’analista militare Rostislav Ishchenko. Rispondendo alle domande dei lettori della rivista Voennoe Delo (Affari militari), ha affermato che la Russia non sarebbe in grado di fermare gli Usa se davvero dichiarassero guerra al Venezuela. Quello che potrebbe fare, ha scritto, sarebbe «sostenere Caracas con denaro, armi e sostegno politico ed economico, e contribuire a rompere eventuali blocchi, a condizione che il regime di Maduro si dimostri sufficientemente stabile da offrire una vera resistenza».

La verità — lasciano trapelare in tanti tra le righe — è che, se anche lo volesse, con le sue forze impegnate in Ucraina, Mosca non sarebbe in grado di intervenire al fianco di Caracas. Ciò non toglie che cercherà di sfruttare a suo vantaggio la tensione tra Usa e Venezuela, come ogni “fronte secondario”, concetto chiave nel pensiero strategico sovietico. Innanzitutto, per distogliere l’attenzione dall’Ucraina. «Quando si tratta di strategia obliqua e guerra asimmetrica — ha osservato l’analista Jean-Sylvestre Mongrenier — possiamo esser certi che i russi sanno come ottenere molto con molto poco. Non esiteranno a incoraggiare segretamente una politica di escalation per “inchiodare” gli Stati Uniti, con ripercussioni sull’Ucraina e sulle alleanze americane in Europa».

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