Artefice della guerra al terrorismo, portavoce dei valori più conservatori e teorico del rafforzamento dell’esecutivo, ma anche difensore dei diritti gay e acerrimo avversario di Donald Trump fino al punto da annunciare alle ultime presidenziali il voto per la democratica Kamala Harris: questo è stato Dick Cheney, servitore di quattro “Commander in Chief”, il vicepresidente più influente di sempre, scomparso a 84 anni.
La vita di Richard Bruce Cheney, detto Dick, descrive la parabola dei repubblicani più conservatori riusciti ad arrivare alla Casa Bianca con le due presidenze Bush - padre e figlio - fino a diventare gli avversari più accaniti del “movimento Trump” a cui imputano di aver stravolto il Grand Old Party. Cheney nasce a Lincoln, Nebraska, e cresce a Casper, Wyoming, in una famiglia di origini ugonotte dove il padre era un anonimo funzionario e la madre un’ex star di softball. È l’America profonda dei bianchi, anglosassoni e protestanti, in contee dove vi sono più armi da f…
Artefice della guerra al terrorismo, portavoce dei valori più conservatori e teorico del rafforzamento dell’esecutivo, ma anche difensore dei diritti gay e acerrimo avversario di Donald Trump fino al punto da annunciare alle ultime presidenziali il voto per la democratica Kamala Harris: questo è stato Dick Cheney, servitore di quattro “Commander in Chief”, il vicepresidente più influente di sempre, scomparso a 84 anni.
La vita di Richard Bruce Cheney, detto Dick, descrive la parabola dei repubblicani più conservatori riusciti ad arrivare alla Casa Bianca con le due presidenze Bush - padre e figlio - fino a diventare gli avversari più accaniti del “movimento Trump” a cui imputano di aver stravolto il Grand Old Party. Cheney nasce a Lincoln, Nebraska, e cresce a Casper, Wyoming, in una famiglia di origini ugonotte dove il padre era un anonimo funzionario e la madre un’ex star di softball. È l’America profonda dei bianchi, anglosassoni e protestanti, in contee dove vi sono più armi da fuoco che esseri umani. Cheney non sceglie di essere repubblicano, è conservatore per nascita; e, dopo gli studi a Yale, arriva a Washington come assistente del deputato William Steiger intraprendendo una carriera che lo vede affermarsi al Congresso e servire quattro presidenti: Richard Nixon, Gerald Ford, George H. W. Bush e George W. Bush.
Il terreno è la sicurezza nazionale: giovane consigliere con Nixon, capo di gabinetto con Ford, ministro della Difesa con Ford e Bush padre e quindi vicepresidente di Bush figlio. Sempre con un profilo basso, nel ruolo di “potere ombra”. Passano attraverso di lui momenti che segnano la nazione: il rovesciamento di Noriega a Panama, la liberazione del Kuwait da Saddam e, dopo l’11 settembre 2001, la guerra al terrorismo con l’invasione di Afghanistan e Iraq.
È il rapporto maturato con i leader repubblicani nella fase finale della Guerra Fredda che porta Bush padre e suggerirlo al figlio George W. Quando si candida alla Casa Bianca nel 1999, George W. affida a Cheney il compito di selezionare il vice fra più candidati ma Dick sceglie se stesso, dando vita a un ticket dove lui rappresenta l’esperienza e George W. la novità. L’intento di Bush padre è un ricambio generazionale fra i conservatori, archiviando gli scandali dei Clinton, ma il piano si infrange sull’attacco di Al Qaeda che causa quasi tremila vittime.
Quando gli aerei commerciali trasformati in missili iniziano ad abbattersi sul World Trade Center, Bush è in Florida e viene messo al sicuro in un rifugio lontano da Washington mentre alla Casa Bianca c’è Cheney, che scende nel bunker sotterraneo e prende le decisioni destinate a «segnare la mia vita», come ammetterà: firma l’ordine di abbattere ogni aereo sospetto, coordina la war room per rispondere al più grave attacco dopo Pearl Harbor e matura la necessità di strike back, attaccare chi ha attaccato l’America. Da quel momento è il regista delle decisioni più importanti di George W.: rovesciare i talebani alleati di Bin Laden, attaccare l’Iraq accusandolo di collegamenti con Al Qaeda e possesso - mai dimostrato - di armi di distruzione di massa, oltre a far varare al Congresso il “Patriot Act” per lanciare una guerra senza tregua ai jihadisti sul fronte interno. Anche al prezzo di violare le libertà civili.
Spingendo Bush su questa strada, Cheney punta a un obiettivo ben oltre la guerra ad Al Qaeda: potenziare l’esecutivo e la Casa Bianca rimediando all’indebolimento causato da guerra in Vietnam e Watergate. La missione di Cheney è sanare la ferita causata da Nixon rafforzando la presidenza. Per questo è sempre lui a tessere l’intesa sui tagli fiscali. Ma i quattro gli interventi al cuore e le forti polemiche che lo accompagnano - a cominciare dagli “interrogatori rafforzati” dei sospetti terroristi, equiparati alla tortura - lo indeboliscono, così come il prolungarsi della guerra in Iraq - con un costo finale di 4.500 militari caduti - lo espone a critiche aspre anche fra i repubblicani. Ecco perché quando McCain si candida nel 2008, dopo due mandati Bush-Cheney, volta le spalle a Dick.
Obama vince ed entra alla Casa Bianca additando Cheney come il responsabile degli errori più gravi di Bush: lui prima si difende ma poi accetta il declino anche perché coincide con l’affermazione della figlia Liz, che diventa il volto dei repubblicani anti-Trump. Cheney la sostiene – come fatto con l’altra figlia Mary sui diritti gay - e quando i sostenitori di Trump assaltano il Congresso il 6 gennaio 2021 parla di «Costituzione violata». Lo scontro con Trump è frontale, fino alla scelta nel 2024 di votare per Harris, una democratica. Cheney non lo aveva mai fatto.
Ironia della sorte vuole però che Trump segua le orme di Cheney: ha attaccato il nucleare dell’Iran come Dick aveva sempre sostenuto, e porta alle estreme conseguenze il rafforzamento dell’esecutivo. Ecco perché nella Casa Bianca di un Partito repubblicano che ha cambiato pelle, sopravvive l’eredità del vicepresidente più potente di sempre.