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India, la pista del Kashmir del dottor Nabi dietro la bomba di Delhi

(afp)

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Dietro l’attentato di ieri davanti al Red Fort ci sarebbe una cellula proveniente dal confine con il Pakistan che lavorava all’attacco da tempo. E intanto si cercano connessioni con l’autobomba esplosa a Islamabad
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Quando il dottor Mohammed Umar Nabi ha saputo che lunedì, in una retata a Faridabad, le autorità indiane avevano confiscato 2900 chili di esplosivo, preso dal panico d’essere catturato anche lui, ha deciso di accelerare i tempi e diventare un fedayn, un guerriero pronto a immolarsi per la causa. Obiettivo: colpire il centro della capitale indiana, Delhi, con un’esplosione che ha trascinato alla morte almeno 13 persone, ferendone più di 30, avvolgendo un incrocio della capitale nelle fiamme. E seminando il terrore tra i pendolari delle metropoli di tutta l’India, visto che il massacro è accaduto proprio in uno dei luoghi più comuni del mondo industrializzato: un ingorgo di traffico.

L’operazione per fermare l’attentato era in corso da 15 giorni. Ma l’intelligence indiana ha fallito. È sfuggita quella Hyundai i20 bianca che è riconducibile alla “pista del Kashmir.” Difatti, l’uomo al volante, che nelle telecamere dell’autostrada si copriva il viso con una mascherina sanitaria nera,…

Quando il dottor Mohammed Umar Nabi ha saputo che lunedì, in una retata a Faridabad, le autorità indiane avevano confiscato 2900 chili di esplosivo, preso dal panico d’essere catturato anche lui, ha deciso di accelerare i tempi e diventare un fedayn, un guerriero pronto a immolarsi per la causa. Obiettivo: colpire il centro della capitale indiana, Delhi, con un’esplosione che ha trascinato alla morte almeno 13 persone, ferendone più di 30, avvolgendo un incrocio della capitale nelle fiamme. E seminando il terrore tra i pendolari delle metropoli di tutta l’India, visto che il massacro è accaduto proprio in uno dei luoghi più comuni del mondo industrializzato: un ingorgo di traffico.

L’operazione per fermare l’attentato era in corso da 15 giorni. Ma l’intelligence indiana ha fallito. È sfuggita quella Hyundai i20 bianca che è riconducibile alla “pista del Kashmir.” Difatti, l’uomo al volante, che nelle telecamere dell’autostrada si copriva il viso con una mascherina sanitaria nera, è un medico originario di Pulwama, nome associato a un massacro di soldati e ufficiali indiani. Tutto questo è parte, quindi, della lunga sequela di uccisioni che costellano il confine tra India e Pakistan, in quell’angolo di natura meravigliosa e di brutalità mostruose che è il Kashmir.

Era un’operazione a caccia di “white collar,” colletti bianchi di una cellula che aveva in mente un attacco eclatante. Gli agenti segreti indiani erano già riusciti a catturare otto medici e professionisti di una rete con presunti legami con Jaish-e-Mohammad (JeM) e Ansar Ghazwat-ul-Hind, secondo The Economic Times. Oltre ai quasi tremila chili di ammonio di nitrato, nella retata del deposito di Faridabad, hanno confiscato anche circuiti elettronici, timer, metallo pesante, fucili d’assalto, pistole e telecomandi per scoppi a distanza. La strage poteva essere molto peggiore di quel che si è visto.

Martedì, dal Bhutan, dove è in viaggio diplomatico, il premier Narendra Modi ha tuonato: “Non lasceremo impuniti i responsabili.” Poco dopo, dall’altro lato della frontiera, nella capitale pakistana di Islamabad, è esplosa una bomba che ha ucciso almeno otto persone di fronte a un tribunale. Coincidenza? Viene naturale pensare che siamo di fronte a una guerra silenziosa e sporchissima, operata da agenti dormienti pakistani e poi indiani che sono stati attivati sia da una parte che dall’altra dell’estenuante conflitto che si trascina in guerre o attentati da quando, malauguratamente, l’Impero britannico decise di spaccare in due l’ex principato indipendente alle pendici dell’Himalaya.

Secondo fonti di intelligence raccolte da India Today, le autorità indiane stanno cercando collegamenti tra la cellula terroristica che ha sventrato un incrocio di fronte al Forte Rosso di Delhi e “i manovratori pakistani,” scandagliando i canali Telegram alla ricerca delle prove. Gli operativi sarebbero una rete che operava in Uttar Pradesh, Gujarat, Jammu e Kashmir e nell’Haryana, attorno all’enorme e inquinatissima capitale.

Continuano le vaste retate sia nel Kashmir, con confisca di qualsiasi materiale riconducibile a possibili attacchi dinamitardi, che negli altri Stati che abbracciano la sovraffollata Delhi. La madre e i fratelli dell’attentatore sono stati subito detenuti. Gli investigatori non hanno spiegato ancora se l’attentatore si sia suicidato a bordo dell’auto, oppure se abbia fatto deflagrare l’ordigno con telecomando a distanza, fuggendo assieme ad almeno un complice, Muzammil Shakil, studente di medicina al quarto anno dell’Al -Falah Medical College di Faridabad, dove l’attentatore Nabi lavorava come professore assistente. Più di 800 agenti sono scatenati nella caccia ai responsabili.

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