Nell’era di Papa Leone i vescovi Usa scelgono un presidente conservatore, ma attento ai migranti
di Iacopo ScaramuzziNell’era di papa Leone XIV i vescovi cattolici statunitensi hanno eletto l'arcivescovo di Oklahoma City, Paul Coakley, come nuovo presidente per il prossimo triennio, scegliendo come guida durante il secondo mandato di Donald Trump un conservatore, apertamente critico negli anni scorsi di papa Francesco, ma impegnato a favore dei diritti dei migranti.
Un vice presidente sinodale
Vicepresidente è stato eletto il vescovo Daniel Flores di Brownsville, in Texas, uomo di Chiesa molto più aperto, che tra tre anni potrebbe diventare a sua volta presidente. Negli anni scorsi ha partecipato al Sinodo mondiale voluto da papa Francesco.
Le “culture wars”
Il nuovo presidente della Usccb (United States Conference of Catholic Bishops) è fortemente contrario ai diritti delle persone lgbtq+ e contro l’aborto, quelle che Oltreatlantico sono nominate “culture wars”, guerre culturali. E’ assistente spirituale del gruppo cattolico conservatore Napa Institute.
Il caso Viganò
Monsignor Coakley ha dato sost…
Nell’era di papa Leone XIV i vescovi cattolici statunitensi hanno eletto l'arcivescovo di Oklahoma City, Paul Coakley, come nuovo presidente per il prossimo triennio, scegliendo come guida durante il secondo mandato di Donald Trump un conservatore, apertamente critico negli anni scorsi di papa Francesco, ma impegnato a favore dei diritti dei migranti.
Un vice presidente sinodale
Vicepresidente è stato eletto il vescovo Daniel Flores di Brownsville, in Texas, uomo di Chiesa molto più aperto, che tra tre anni potrebbe diventare a sua volta presidente. Negli anni scorsi ha partecipato al Sinodo mondiale voluto da papa Francesco.
Le “culture wars”
Il nuovo presidente della Usccb (United States Conference of Catholic Bishops) è fortemente contrario ai diritti delle persone lgbtq+ e contro l’aborto, quelle che Oltreatlantico sono nominate “culture wars”, guerre culturali. E’ assistente spirituale del gruppo cattolico conservatore Napa Institute.
Il caso Viganò
Monsignor Coakley ha dato sostegno pubblico negli anni passati a monsignor Carlo Maria Viganò quando questi, ex nunzio apostolico negli Usa, attaccò frontalmente papa Francesco, chiedendone le dimissioni, in merito agli abusi sessuali compiuti dal cardinale Theodore McCarrick, che nel corso del tempo Bergoglio ha dapprima espulso dal collegio cardinalizio e poi dimesso dallo stato clericale. Quando Viganò, che poi è stato scomunicato dalla Santa Sede, scrisse una lettera aperta contro Francesco, Coakley fu tra i vescovi statunitensi che si schierarono con Viganò, e in una dichiarazione mai ritrattata espressa il suo “profondo rispetto” per “l'integrità personale” di Viganò, chiedendo un'indagine e una “purificazione” della Chiesa.
Non è Francesco
L’elezione di Coakley “sembra confermare l'esistenza di una certa frattura o distanza tra Roma e la Conferenza Episcopale Americana, e non a causa di Papa Francesco”, ha detto lo storico Massimo Faggioli al National Catholic Reporter. “Resta da vedere che tipo di dinamica si instaurerà nei prossimi tre anni tra la Conferenza Episcopale Americana, Leone XIV e la situazione politica americana”.
Scontri e confronti
Durante il pontificato di Francesco gli scontri con l’episcopato, largamente conservatore, erano piuttosto frequenti, e la Santa Sede è intervenuta, a difesa di Joe Biden, per contestare l’idea, rivendicata dalla conferenza episcopale, che quella dell’aborto fosse la questione “preminente” per la Chiesa cattolica. Bergoglio ha elevato alla dignità cardinalizia diversi vescovi statunitensi progressisti, in particolare Blaise Cupich (Chicago), molto amico di Prevost, William Tobin (Newark) e Robert McElroy (Washington). Da quando è stato eletto, Robert Francis Prevost, il primo Papa nato negli Stati Uniti, ha evitato di prendere posizione critica nei confronti di Donald Trump, dicendo, nella sua prima intervista, di volere che proprio la conferenza episcopale sia protagonista dei rapporti con la politica Usa. Il Papa ha però ricordato l’importanza della lettera che papa Francesco scrisse ai vescovi statunitensi per incoraggiare il loro impegno a favore dei migranti, e contro il giro di vite della Casa Bianca. E ha poi ricordato che non si può definire pro life – come fanno molti politici conservatori – e non curarsi del destino dei migranti, in un’occasione, e, in un’altra occasione, ha chiesto all’amministrazione Trump di permettere ai migranti detenuti – “che hanno vissuto per anni e anni (negli Usa) senza mai causare problemi” - nei raid delle ultime settimane di potere almeno ricevere la comunione e l’assistenza spirituale, cosa che è stata loro negata.
Leggi non scritte
Monsignor Coakley, 70 anni, succede a monsignor Timothy Broglio, ordinario militare statunitense nonché ex segretario particolare del cardinale Angelo Sodano, che ha guidato la conferenza episcopale Usa per l’ultimo triennio. La sua elezione è stata, per certi versi, scontata: vi è infatti una legge non scritta – ma è stata disattesa anche di recente – in base alla quale diventa presidente il vescovo che ha servito nel mandato precedente come vice-presidente. Il vicepresidente uscente, però, monsignor William Lori di Baltimora, ha 74 anni, e dunque si approssima alla pensione; Coakley essendo il segretario generale della conferenza episcopale, ossia il numero tre nella catena di comando, era, da questo punto di vista, il candidato naturale alla presidenza.
Elezione combattuta
La votazione è stata comunque combattuta. Fin dalla prima votazione sono emersi i nomi di Coakley e Flores, in terza posizione, distaccato, l’ultraconservatore Robert Barron, carismatico e molto mediatico fondatore del gruppo editoriale Word on Fire. Al terzo turno, infine, Coakley ha vinto con 128 contro Flores con 109 preferenze (Barron si è fermato a 26). E che tra tre anni, se varrà ancora la legge non scritta, quando peraltro giungerà al termine il secondo mandato di Trump, può diventare presidente.