Abdeslam, terrorista del Bataclan vuole parlare con le vittime. La sicurezza: ancora radicalizzato
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI – È l’unico uomo rimasto in vita del commando del 13 novembre 2015, il nome che continua a riemergere a ogni anniversario. Salah Abdeslam, 36 anni, ergastolo incomprimibile, è detenuto nel penitenziario di Vendin-le-Vieil, nel nord della Francia. Nato a Molenbeek, la banlieue di Bruxelles da cui venivano anche gli altri terroristi del 13 Novembre, Abdeslam portava dieci anni fa una cintura esplosiva che non è mai esplosa. O che non ha fatto esplodere. Il mistero su quello che è davvero successo non è mai stato del tutto chiarito. E le poche dichiarazioni dell'ex terrorista durante il processo non sono servite a decifrare completamente la psicologia di questo uomo, in bilico tra kamikaze pentito o invece solo fallito.
Lo stesso dilemma si ripropone oggi che Abdeslam torna al centro del dibattito chiedendo, attraverso la sua avvocata, Olivia Ronen, di intraprendere un percorso di giustizia riparativa, incontrando alcune parti civili. L'ex terrorista dice di voler “spiegare” la pr…
PARIGI – È l’unico uomo rimasto in vita del commando del 13 novembre 2015, il nome che continua a riemergere a ogni anniversario. Salah Abdeslam, 36 anni, ergastolo incomprimibile, è detenuto nel penitenziario di Vendin-le-Vieil, nel nord della Francia. Nato a Molenbeek, la banlieue di Bruxelles da cui venivano anche gli altri terroristi del 13 Novembre, Abdeslam portava dieci anni fa una cintura esplosiva che non è mai esplosa. O che non ha fatto esplodere. Il mistero su quello che è davvero successo non è mai stato del tutto chiarito. E le poche dichiarazioni dell'ex terrorista durante il processo non sono servite a decifrare completamente la psicologia di questo uomo, in bilico tra kamikaze pentito o invece solo fallito.
Lo stesso dilemma si ripropone oggi che Abdeslam torna al centro del dibattito chiedendo, attraverso la sua avvocata, Olivia Ronen, di intraprendere un percorso di giustizia riparativa, incontrando alcune parti civili. L'ex terrorista dice di voler “spiegare” la propria detenzione, tornare su quello che è accaduto durante il processo e aprire a un dialogo con le vittime. Arthur Dénouveaux, sopravvissuto del Bataclan e presidente dell’associazione Life for Paris, si è mostrato aperto all'idea. «Per quanto riguarda la giustizia riparativa, diverse vittime degli attentati sono interessate, il che potrebbe portare, come in Spagna o in Italia, a incontri in carcere con il vostro assistito» ha spiegato Dénouveaux rivolgendosi all'avvocata. Parere opposto quello di Riss, direttore di Charlie Hebdo e ferito nell’attentato del 7 gennaio 2015, che ha bocciato senza appello l’ipotesi di “giustizia riparativa” per Salah Abdeslam. «E un approccio perverso» commenta Riss che vede possibile un percorso di riconciliazione solo per i reati comuni, non per il terrorismo. «La proposta di Abdeslam vuole banalizzare la natura del crimine e a farlo percepire come un delitto qualunque. Ancora più grave – aggiunge Riss - è lo spostamento di responsabilità sulle vittime che, se rifiuteranno l’incontro, saranno dipinte come chiuse al dialogo». Per Riss, Abdeslam resta «un islamista intransigente».
Abdeslam è un detenuto sotto strettissima sorveglianza e, secondo la Direzione generale della sicurezza interna, ancora «radicalizzato» e «convinto dell’ideologia mortifera» dello jihad. Nei mesi scorsi è stato fermato due volte e poi ricondotto in cella nell’ambito di un’inchiesta su una chiavetta Usb contenente materiale di propaganda dell’Isis e di al Qaeda, introdotta in parlatorio dalla ex compagna, Maëva B., oggi indagata e detenuta, sospettata di avere avuto un progetto di attentato. La Dgsi, l'agenzia di intelligence interna, ha precisato che Abdeslam non è chiamato in causa per quel progetto, ma l’episodio ha riacceso i riflettori sulla sua traiettoria di irriducibile. Durante il processo aveva pronunciato parole di scuse rivolte alle vittime ma continua a essere descritto come devoto alla causa jihadista.