✕

Dubbi sulle armi a Kiev, Meloni frena sui 140 milioni. Al G7 l’imbarazzo di Roma

(afp)

Ascolta l'audio

La premier vuole evitare traumi politici interni – la contrarietà di Matteo Salvini, le resistenze di Giancarlo Giorgetti – e gli attacchi delle opposizioni
2 minuti di lettura

Il problema, adesso, è non indispettire troppo gli Stati Uniti. Perché di certo la conferma dell’annullamento della visita di Guido Crosetto a Washington, anticipata da Repubblica e assunta su indicazione di Palazzo Chigi dopo un colloquio tra Giorgia Meloni e il ministro, non ha ben disposto gli Usa. L’amministrazione Trump tiene molto al programma Purl: l’acquisto di Patriot e Himars americani da destinare all’Ucraina è infatti la fiche che gli europei devono garantire all’industria bellica Usa per tenere la superpotenza a bordo.

Quando in Canada è ancora mattino, Antonio Tajani sente dunque la presidente del Consiglio. Concordano sulla necessità di inviare segnali distensivi. «Non vedo perplessità nell’acquisto di armi americane per l’Ucraina», assicura il titolare degli Esteri. Qualche ora dopo incontrerà il segretario di Stato Marco Rubio, a margine del G7. E la cautela diplomatica è quasi obbligata. Ma il responsabile della Farnesina è pienamente consapevole del nodo politico. P…

Il problema, adesso, è non indispettire troppo gli Stati Uniti. Perché di certo la conferma dell’annullamento della visita di Guido Crosetto a Washington, anticipata da Repubblica e assunta su indicazione di Palazzo Chigi dopo un colloquio tra Giorgia Meloni e il ministro, non ha ben disposto gli Usa. L’amministrazione Trump tiene molto al programma Purl: l’acquisto di Patriot e Himars americani da destinare all’Ucraina è infatti la fiche che gli europei devono garantire all’industria bellica Usa per tenere la superpotenza a bordo.

Quando in Canada è ancora mattino, Antonio Tajani sente dunque la presidente del Consiglio. Concordano sulla necessità di inviare segnali distensivi. «Non vedo perplessità nell’acquisto di armi americane per l’Ucraina», assicura il titolare degli Esteri. Qualche ora dopo incontrerà il segretario di Stato Marco Rubio, a margine del G7. E la cautela diplomatica è quasi obbligata. Ma il responsabile della Farnesina è pienamente consapevole del nodo politico. Proverà a spiegarlo all’alleato, con un ragionamento che può essere condensato così: in prospettiva Roma è aperta all’ipotesi di aderire a Purl, ma in questa fase esistono nodi di bilancio che non permettono di offrire risposte definitive.

È soltanto la superficie del problema. L’aspetto contabile, infatti, è relativo. Negli Stati Uniti, Crosetto avrebbe dovuto dare il via libera a una prima tranche di investimenti che – secondo diverse fonti – si sarebbe aggirata attorno ai 120-140 milioni di dollari. Cifre sostenibili. Ogni pacchetto vale fino a 500 milioni, ma decide ogni singola capitale la portata dello sforzo. Berlino, ad esempio, ha firmato un contratto da mezzo miliardo. E tra i Paesi Nato sono almeno 15 - si apprende - quelli che hanno già siglato un Gfa (general framework agreement), che li vincola al progetto: oltre ai tedeschi, Svezia, Danimarca, Norvegia, i tre Paesi del Benelux e i tre baltici, Canada, Portogallo, Spagna, Slovenia e Islanda. Non il Regno Unito e neanche la Polonia, che però donano cifre enormi in via bilaterale (meno la Francia, ancora fuori da questa partita).

Nulla di fatto per Roma, comunque: missione rimandata. Per Meloni, la linea è sostanzialmente questa: è in corso una riflessione, non è ancora il momento delle decisioni. A scavare, pesano soprattutto ragioni politiche. Con una finanziaria di austerità in discussione alle Camere, Palazzo Chigi avrebbe difficoltà a giustificare nuove spese per armi. La premier vuole evitare traumi politici interni – la contrarietà di Matteo Salvini, le resistenze di Giancarlo Giorgetti – e gli attacchi delle opposizioni. Meglio fermarsi, è stata la brusca indicazione, che presentarsi a Washington senza risposte certe che potrebbero irritare l’alleato.

Resta il fatto che la decisione di rimandare la missione rappresenta un’anomalia, rispetto alla normale grammatica diplomatica. Un dispiacere dato a Kiev, un gesto poco ortodosso verso Washington. Dimostra che qualcosa si è inceppato, nel cuore dell’esecutivo. Per adesso, si procederà in un altro modo. «Sto preparando il dodicesimo pacchetto di aiuti militari a Kiev», ha detto ieri il ministro della Difesa. Intanto, Palazzo Chigi prepara anche gli aiuti sul fronte energetico, con fondi e generatori per l’inverno ucraino.

Leggi i commenti