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La Cop30 si spacca sul “genere”: i Paesi conservatori vogliono che non includa le persone trans

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Alla Conferenza sul clima si dibatte anche di disuguaglianze e l’Argentina chiede che nella definizione si parli di “sesso biologico” per evitare una “interpretazione allargata”. Protestano gli attivisti: “Così l’Onu torna indietro di 30 anni”
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BELEM (Brasile) – La questione “genere” irrompe nei colloqui sul clima della Cop30. La crisi del clima alimentata dalle emissioni antropiche amplifica ogni tipo di disuguaglianza, sia quelle fra Paesi ricchi e poveri sia quelle fra generi. Un concetto che afferma la stessa sezione dell’Onu chiamata UN Women, definita come “promotore globale della parità di genere”, quando sottolinea per esempio come il surriscaldamento globale “non è neutrale dal punto di vista del genere. I suoi impatti esacerbano le disuguaglianze esistenti, ponendo le donne e i gruppi emarginati in prima linea negli spostamenti forzati, nell'insicurezza alimentare e nella perdita dei mezzi di sussistenza legati al clima”.

Per questo motivo la questione dei diritti di genere è un tema che negli ultimi anni è diventato centrale all’interno della Conferenza sul clima, ma a cominciare dalla Cop30 in Brasile sembra essere anche più divisivo. A Belem infat…

BELEM (Brasile) – La questione “genere” irrompe nei colloqui sul clima della Cop30. La crisi del clima alimentata dalle emissioni antropiche amplifica ogni tipo di disuguaglianza, sia quelle fra Paesi ricchi e poveri sia quelle fra generi. Un concetto che afferma la stessa sezione dell’Onu chiamata UN Women, definita come “promotore globale della parità di genere”, quando sottolinea per esempio come il surriscaldamento globale “non è neutrale dal punto di vista del genere. I suoi impatti esacerbano le disuguaglianze esistenti, ponendo le donne e i gruppi emarginati in prima linea negli spostamenti forzati, nell'insicurezza alimentare e nella perdita dei mezzi di sussistenza legati al clima”.

Per questo motivo la questione dei diritti di genere è un tema che negli ultimi anni è diventato centrale all’interno della Conferenza sul clima, ma a cominciare dalla Cop30 in Brasile sembra essere anche più divisivo. A Belem infatti in questi giorni sono previsti piani e implementazioni (come il Piano d’azione di genere chiamato Gap-Gender Action Plan) in cui garantire più mezzi, fondi e sostegno per affrontare le disuguaglianze.

Il problema è che già prima della Cop però alcuni Paesi si sono mossi per evitare, di fatto, che questi piani potessero includere persone non binarie o transessuali. Una richiesta arrivata da alcuni degli Stati conservatori più intransigenti che vorrebbero definire il genere come “sesso biologico” per evitare una “interpretazione allargata”.

Il fronte di Argentina, Paraguay e Vaticano

Come riassume il Guardian, in vista dei negoziati si sono verificati più episodi in tal senso: per esempio l'Argentina guidata da Javier Milei, che tra l’altro inseguendo il negazionista Donald Trump ha più volte boicottato le questioni climatiche, insieme al Paraguay ha richiesto che fossero messe delle note a piè di pagina in una documento informale sullo stato dei negoziati per chiarire la loro "comprensione del concetto di genere riferito al sesso femminile e maschile".

Non è un caso isolato. Anche il Vaticano, riferendosi ai negoziati climatici, ha indicato la necessità di fare riferimento al “sesso” anziché al "genere” e in passato più Paesi, dall’Arabia Saudita alla Russia, sono apparsi sulla stessa linea di opposizione chiedendo specifici riferimenti al genere con lo scopo di non includere persone transessuali e non binarie.

(reuters)

Il Gender Action Plan

Concetti che riporterebbero indietro di anni – dicono molti sostenitori dei diritti di genere a Belem – il linguaggio approvato e utilizzato all’interno delle Nazioni Unite oggi.

Chi invece sta portando avanti questo linguaggio - sotto la bandiera Onu - con lo scopo di allargare e rendere sempre più inclusivo il Gender Action Plan proprio a Belem, è Lorena Aguilar, oggi direttrice direttrice esecutiva del Kaschak Institute for Social Justice for Women and Girls. Ai media britannici ha promesso battaglia contro chi intende fermare lo sforzo per i diritti di genere nel clima: "Ci sono alcuni Paesi che vogliono riportarci indietro a 30 anni fa. Ma non accetteremo nulla di meno di ciò che già abbiamo conquistato”, ha detto riferendosi ai piani Gap che alla Cop30 puntano ad integrare il ruolo delle donne e dei diritti di genere in modo più inclusivo nella progettazione delle nuove politiche climatiche.

Il fronte dell’inclusione

Sebbene ci siano Stati che insistono su una definizione che passi per il “sesso biologico” oggi già 92 Paesi hanno firmato un appello che punta a produrre un Gap realmente più inclusivo. Tra questi ci sono anche varie alleanze, come quella degli Stati indipendenti dell’America Latina e dei Caraibi, dei Piccoli stati insulari e si va dall’Australia all’Unione Europea, tutte realtà che non intendono porre paletti restrittivi al termine “genere”.

Proprio alla Cop30 il 19 e 20 novembre il Ministero per le donne (Ministério das Mulheres) ha preparato due giorni di dibattiti, panel e presentazioni sull'integrazione della dimensione di genere nell'azione per il clima e ci si aspetta che il tema in questione venga ulteriormente dibattuto, con Paesi come Norvegia e Canada che spingono in tal senso e chiedono di considerare tutti i diversi generi all’interno dei negoziati, ma ci sono anche realtà che appunto si oppongono a questa visione.

(afp)

Eppure, ricorda Aguilar, il tema è fondamentale perché è necessario trovare risposte - in questo mondo che si sta surriscaldando e sta aumentando le disuguaglianze - per tenere conto di tutte le diverse identità che dovrebbero essere incluse, così come delle circostanze socioeconomiche dei vari Stati. "Come donne, non siamo tutte uguali. In alcuni Paesi un'azione climatica attenta alle questioni di genere fa la differenza tra vivere e morire”, chiosa.

A confortare questa tesi ci sono anche i dati: l’Un Women stima che a causa della crisi climatica in generale siano le donne a dover lavorare e migrare di più per garantire acqua e cibo alle famiglie in caso di scarse risorse (per esempio per siccità o alluvioni) e entro il 2050 il cambiamento climatico potrebbe spingere fino a 236 milioni di donne e ragazze in più, includendo anche le diversità di genere, verso l'insicurezza alimentare.

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