Belem, la marcia-carnevale degli indigeni per riportare la crisi climatica al centro dell'attenzione
di Giacomo TalignaniBELEM (BRASILE) - Il futuro è così nero che il clima - per tornare al centro dell’attenzione politica e mediatica mondiale - ha estremo bisogno di colore. Anche a costo di sfilare, per oltre 5 chilometri, sotto il sole cocente dell’Amazzonia.
Lo hanno capito, a Belem, dove è in corso la COP30, gli organizzatori della grande Marcia Unificata globale per la giustizia climatica, la colorata manifestazione che oggi ha invaso a suon di samba e canti la città del Parà, diventata per un giorno “capitale mondiale del clima” urlano i presenti.
Dopo l’irruzione di martedì 11 novembre, quando alcuni attivisti, indigeni e manifestanti hanno sfondato il cordone della sicurezza entrando nella Zona Blu della Conferenza delle parti sul clima scontrandosi con le guardie ONU, si temeva che quel gesto potesse catalizzare i riflettori solo su violenza e incidenti, facendo dimenticare così la questione della giustiz…
BELEM (BRASILE) - Il futuro è così nero che il clima - per tornare al centro dell’attenzione politica e mediatica mondiale - ha estremo bisogno di colore. Anche a costo di sfilare, per oltre 5 chilometri, sotto il sole cocente dell’Amazzonia.
Lo hanno capito, a Belem, dove è in corso la COP30, gli organizzatori della grande Marcia Unificata globale per la giustizia climatica, la colorata manifestazione che oggi ha invaso a suon di samba e canti la città del Parà, diventata per un giorno “capitale mondiale del clima” urlano i presenti.
Dopo l’irruzione di martedì 11 novembre, quando alcuni attivisti, indigeni e manifestanti hanno sfondato il cordone della sicurezza entrando nella Zona Blu della Conferenza delle parti sul clima scontrandosi con le guardie ONU, si temeva che quel gesto potesse catalizzare i riflettori solo su violenza e incidenti, facendo dimenticare così la questione della giustizia climatica.
Per questo stamattina - quando circa 50mila persone si sono radunate al mercato di São Brás - l’ordine è stato quello di evitare ogni possibile scontro con la polizia e di rispettare il percorso della marcia (che non è arrivata fin sotto la COP30).
La marcia si è così trasformata, alla brasiliana, in un vero e proprio carnevale climatico: i carri dedicati ai funerali delle fonti fossili, i pupazzi che rappresentano il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula mentre succhia petrolio (sono state avviate nuove trivellazioni sul Rio delle Amazzoni) e, ovviamente, tante sagome dedicate a quel Donald Trump che definisce “truffa” la crisi del clima.
A sfilare c’era davvero una sorta di rappresentanza dei popoli di tutto il mondo.
A Belem - mentre parallelamente andava in scena in Italia a Roma il Climate Pride con quasi 10mila presenti (secondo il Wwf) - sono arrivati migliaia di indigeni provenienti da ogni realtà della Amazzonia. In testa al corteo i lavoratori, i pescatori, i contadini, i quilombola (discendenti africani) seguiti dai giovani di Fridays For Future giunti dall’Europa, oppure da comunità della Papua Nuova Guinea, così come da un gruppo di giovani italiani arrivati dal Trentino Alto Adige. C'era persino un cartello dedicato alla "rivoluzione delle piante di Stefano Mancuso".
Le richieste del corteo erano differenti, ma unite dalla stessa urgenza: dare una risposta concreta al clima che cambia, in primo luogo fornendo più diritti ai veri custodi della natura, i popoli tradizionali.
Le comunità indigene chiedevano per esempio lo stop alle trivellazioni, alla costruzione di dighe e progetti come quello di Belo Monte, ma anche una maggiore inclusione nei negoziati della COP30 e soprattutto un freno ai danni dell’agrobusiness, come l’agricoltura intensiva di soia.
E poi, il concetto ribadito a ogni sciopero del clima: “Non c’è giustizia climatica se non c’è giustizia sociale” e ancora “Noi siamo la risposta” alla crisi. Per tutti, anche la richiesta di maggiori finanziamenti per una giusta transizione e l’addio, concreto e rapido, ai combustibili fossili, soprattutto in una Amazzonia che si sta trasformando in savana.
Una marcia-carnevale che aveva anche l’obiettivo di “radunare i popoli” e produrre un documento finale, una lettera, con le richieste di tutti i coinvolti ai potenti per migliorare le politiche di adattamento contro i cambiamenti climatici. Non solo: dopo tre anni di dissenso vietato per COP che si sono svolte in petrol-stati (Egitto, Emirati Arabi e Azerbaigian), quella di Belem è stata dopo Glasgow nel 2021 la prima grande manifestazione globale che è tornata a far sentire il grido di aiuto da parte dei popoli del Pianeta.
Un corteo che proverà a portare anche maggiore pressione sui negoziati, all’interno delle sale della COP30, che per ora vanno a rilento: ci sono pochi sviluppi sul tema mitigazione e poche certezze di un qualche riferimento, nel documento finale, su date di addio concreto alle fonti fossili. Per ora si resta ancorati ai temi dei finanziamenti per il clima, il commercio, la trasparenza e su come affrontare l'inadeguatezza dei piani climatici nazionali presentati finora dalle varie nazioni.