GERUSALEMME – I coloni israeliani alla guerra delle olive: la raccolta si è trasformata in un incubo per i palestinesi che la svolgono. Eppure, è da sempre l’evento stagionale più importante della modesta economia rurale palestinese, fondamentale per il sostentamento di migliaia di famiglie: un buon raccolto può infatti far guadagnare quanto serve a sopravvivere un anno.
Un tempo era una festa: momento conviviale, dove i vicini si davano una mano a vicenda e poi celebravano la fine della giornata di lavoro con grandi picnic all’aperto. Ebbene, quell’epoca è finita. La stagione della raccolta che si sta concludendo, è stata la più violenta e insanguinata di sempre: segnata da agguati e intimidazioni messe a segno dai coloni che – spalleggiati dalla destra messianica al governo – diventano ogni giorno più aggressivi. Sanno, d’altronde, che a spalleggiarli hanno il Ministro della Difesa Israel Katz che si sta preparando alle elezioni interne al Likud e ha bisogno dei loro voti e ha …
GERUSALEMME – I coloni israeliani alla guerra delle olive: la raccolta si è trasformata in un incubo per i palestinesi che la svolgono. Eppure, è da sempre l’evento stagionale più importante della modesta economia rurale palestinese, fondamentale per il sostentamento di migliaia di famiglie: un buon raccolto può infatti far guadagnare quanto serve a sopravvivere un anno.
Un tempo era una festa: momento conviviale, dove i vicini si davano una mano a vicenda e poi celebravano la fine della giornata di lavoro con grandi picnic all’aperto. Ebbene, quell’epoca è finita. La stagione della raccolta che si sta concludendo, è stata la più violenta e insanguinata di sempre: segnata da agguati e intimidazioni messe a segno dai coloni che – spalleggiati dalla destra messianica al governo – diventano ogni giorno più aggressivi. Sanno, d’altronde, che a spalleggiarli hanno il Ministro della Difesa Israel Katz che si sta preparando alle elezioni interne al Likud e ha bisogno dei loro voti e ha dunque proibito l’uso della detenzione amministrativa nei loro confronti.
Nel solo mese di ottobre le Nazioni Unite hanno registrato 167 attacchi all’ombra degli alberi centenari: una media di cinque al giorno. Nei tafferugli, 151 palestinesi sono rimasti feriti: 83 colpiti dai coloni, gli altri dalla polizia. E c’è chi sotto quegli alberi ha perso la vita: come il piccolo Ayssam Maala, 13enne del villaggio di Beita, morto la settimana scorsa dopo aver trascorso un mese, per le conseguenze dell’aggressione subita mentre raccoglieva olive con sua madre sul terreno di famiglia.
I coloni, d’altronde, non guardano più in faccia nessuno. Non aggrediscono infatti solo gli abitanti dei villaggi palestinesi. Ma anche gli attivisti ebrei israeliani che tentano di proteggerli, accompagnandoli sui campi. E pure i giornalisti che cercano di raccontare i fatti. «Questa è la terra che ci ha dato Dio» dicono quei fanatici. E non sentono altre ragioni. Tanto che ormai i palestinesi ne sono convinti: quella violenze e la tolleranza estrema da parte delle autorità è parte di una campagna più ampia per rendergli la vita così impossibile da spingerli ad abbandonare i loro terreni. Lasciando spazio a nuovi insediamenti israeliani che continuano a spuntare veloci sulle colline. Un’urbanizzazione che sta anche cambiando anche la morfologia del territorio: se un tempo in Cisgiordania c’erano infatti quasi 8 milioni di olivi – riempivano il 57 per cento dei terreni agricoli palestinesi – ora anche gli alberi sono sotto attacco. Vandalizzati, incendiati, tagliati, nel solo 2025 ne sono andati persi oltre 4mila.
Gli aggressori sono spesso giovanissimi: come il ragazzo che in un campo di Turmus Aya ha picchiato Afaf Abu Alia, una donna di 53 anni, fino a farle perdere i sensi . Successivamente arrestato, l’aggressore è un 21enne. Il nucleo più radicale di coloro che compiono questi raid è composto – lo dicono le autorità israeliane - da 40 persone: cui si aggiungono di volta in volta decine di “simpatizzanti”. La maggior parte di loro è nota alle forze dell'ordine che contro alcuni di loro ha pure già emesso ordini restrittivi, manco a dirlo, ignorati.
Nel frattempo, la situazione è degenerata a tal punto che ormai perfino i militari – finora spesso schierati coi coloni– finiscono nel mirino degli aggressori. Come è successo ieri sera a Herbron, dove due di loro sono finiti in ospedale. La situazione è insomma così esasperata da aver spinto il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir a chiedere l’intervento del governo. Ma se il leader militare li definisce «estremisti anarchici minorenni» ieri un lungo editoriale del quotidiano della sinistra israeliana Haaretz ha trovato il coraggio di chiamarli per quello che sono: «Terroristi con un piano chiaro. Qui è nato un Ku Klux Klan ebraico, altro che ragazzi perduti”.