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Perché Starmer è diventato un "premier zombie"

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A 16 mesi dal trionfo alle urne, sono tanti i fattori che spingono, non solo l’opposizione, a chiedere le dimissioni del primo ministro britannico. Dall’economia agli scandali, dai dissapori all’interno del partito al rapporto con Trump
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LONDRA – “Un primo ministro zombie”, lo definisce il moderato Times: ovvero, un morto che cammina. “Downing Street non è all’altezza del compito”, sentenzia il filolaburista Guardian. “Fino a sette giorni fa l’opinione dominante nel parlamento di Westminster era che i deputati laburisti avrebbero aspettato le elezioni amministrative del maggio prossimo per sfiduciare il premier”, afferma il Financial Times, baluardo dell’establishment, “ma adesso cresce la prospettiva di una ribellione a breve termine”. Non sono più soltanto l’opposizione conservatrice e i giornali di destra ad attaccare il leader del Labour: a chiederne le dimissioni, ormai, sono il suo stesso partito e la stampa di centro-sinistra e più autorevole.

La settimana nera di “Zombie” Starmer era iniziata con piani per rilanciarlo dalle critiche che lo perseguitano praticamente da quando è andato al potere sedici mesi fa: invece le cose per lui sono ulteriormente peggiorate. Le indiscrezioni fatte filtrare, apparentemente …

LONDRA – “Un primo ministro zombie”, lo definisce il moderato Times: ovvero, un morto che cammina. “Downing Street non è all’altezza del compito”, sentenzia il filolaburista Guardian. “Fino a sette giorni fa l’opinione dominante nel parlamento di Westminster era che i deputati laburisti avrebbero aspettato le elezioni amministrative del maggio prossimo per sfiduciare il premier”, afferma il Financial Times, baluardo dell’establishment, “ma adesso cresce la prospettiva di una ribellione a breve termine”. Non sono più soltanto l’opposizione conservatrice e i giornali di destra ad attaccare il leader del Labour: a chiederne le dimissioni, ormai, sono il suo stesso partito e la stampa di centro-sinistra e più autorevole.

La settimana nera di “Zombie” Starmer era iniziata con piani per rilanciarlo dalle critiche che lo perseguitano praticamente da quando è andato al potere sedici mesi fa: invece le cose per lui sono ulteriormente peggiorate. Le indiscrezioni fatte filtrare, apparentemente da un suo fidato consigliere, per screditare gli avversari all’interno del partito laburista, accusati di cercare di rovesciarlo, hanno avuto l’effetto contrario: i presunti congiurati, tra i quali Wes Streeting, ministro della Sanità blairiano, e Ed Miliband, ministro dell’Ambiente ed ex-leader del Labour, le hanno pubblicamente smentite, denunciando l’operazione come divisoria per la salute del governo. E il dietro front della ministra del Tesoro Rachel Reeves, che dopo avere preannunciato un aumento delle tasse lo ha cancellato alla vigilia della presentazione del nuovo budget, spaventata dall’accusa di tradire la promessa elettorale di non toccare le imposte dirette, ha danneggiato la sterlina e confuso i mercati.

Distanziato nei sondaggi da Reform, il nuovo partito populista di Nigel Farage (l’ex-promotore del referendum sulla Brexit), il primo ministro sembra sempre di più alla guida di una nave alla deriva, incapace di farne una giusta. “A che cosa servirebbe aspettare ancora sei mesi a scaricarlo?”, confida un membro del suo governo alla Bbc.

Non è detto che la rivolta scoppi immediatamente, ma il terreno su cui poggia i piedi sir Keir appare più fragile di giorno in giorno. Suscitando un interrogativo: come è stato possibile che un uomo politico capace di ottenere nel luglio 2024 una trionfante vittoria alle urne, conquistando una maggioranza di 174 seggi, di un soffio inferiore a quella record di 179 ottenuta da Tony Blair nel 1997, sia caduto tanto rapidamente così in basso? La lunga lista degli errori commessi e dei problemi incontrati da Starmer rappresenta una lezione per tutti i progressisti che sperano di rimpiazzarlo, in questo Paese, o di seguirne le orme, nel resto d’Europa.

Il carattere

Era noto che non ha il carisma di Blair e nemmeno l’approccio istrionico di Boris Johnson. Ma le capacità comunicative di Starmer, sotto i riflettori di Downing Street, sono diventate ancora più evidenti. Non ha mai brillato nel tradizionale duello del mercoledì alla camera dei Comuni contro la pur scarsa leader conservatrice Kemi Badenoch. È apparso opaco ai summit e nei colloqui internazionali. E negli incontri con il proverbiale uomo della strada, come nelle interviste con la Bbc e altri media, è sempre sembrato legnoso, privo di guizzi.

Nei discorsi ai due congressi laburisti che hanno fatto seguito alla vittoria elettorale ha guadagnato sì e no la sufficienza, pur potendo vantare uno storico risultato in termini di voti. La prova che un uomo indubbiamente intelligente e preparato, con un passato di illustre avvocato dei diritti umani e di determinato procuratore capo, non è necessariamente un politico di successo.

La squadra

Il portone di Downing Street è diventato una porta girevole: è vero che sotto i governi dei Tories, nei nove anni tra il referendum sulla Brexit e la vittoria elettorale di Starmer, ne sono usciti ben cinque primi ministri, ma in poco più di un anno del nuovo governo laburista c’è passata una pletora di consiglieri. In particolare, due capi di gabinetto, Sue Gray, una diplomatica di carriera costretta a dimettersi per conflitto d’interessi (aveva presieduto l’inchiesta sui party illeciti di Boris Johnson durante i lockdown per la pandemia del Covid), e l’attuale Morgan McSweeney, di cui ora molti nel partito chiedono la testa, indicandolo come l’autore delle indiscrezioni di questa settimana contro i rivali di Starmer dentro il partito (sebbene lui smentisca).

Il premier è corso ai ripari richiamando in servizio alcuni dei pezzi da novanta della squadra di Blair, ma se Jonathan Powell, ex-capo dello staff di Tony, nominato consigliere per la sicurezza nazionale, si è subito dimostrato un valido acquisto, al contrario Peter Mandelson, nominato ambasciatore a Washington, si è dovuto dimettere per i suoi legami con il pedofilo miliardario Jeffrey Epstein. Come è possibile, si chiedono in tanti, che Starmer e i suoi collaboratori non lo avessero saputo con le necessarie verifiche prima di arruolarlo?

Non meno fragile è la squadra di governo, con la vicepremier Angela Rayner costretta anche lei a dare le dimissioni, per una questione di imposte sulla casa non pagate, innescando una campagna per sostituirla che ha lasciato emergere profonde divisioni nel Labour. Polemiche analoghe hanno accompagnato la ministra del Tesoro Rachel Reeves: non si è dimessa, ma ne è uscita indebolita, al punto da mettersi a piangere durante una seduta del parlamento. Rispetto a Starmer, specie nel suo primo mandato Blair aveva una squadra di ferro, con un ministro del Tesoro rispettato e sicuro di sé quale Gordon Brown, uno spin doctor efficace in Alastair Campbell e uno stratega luciferino come Mandelson.

Gli scandali

Anche se di piccola entità rispetto a quelli che hanno accompagnato i precedenti governi conservatori, particolarmente con Johnson premier, gli scandali che hanno segnato fin dall’inizio il governo Starmer hanno contribuito a sporcarne l’immagine. Non ne è stato immune nemmeno il primo ministro, quando si è scoperto che insieme alla moglie aveva usufruito di biglietti gratuiti per concerti e partite di calcio, abiti firmati e altri benefici.

Un leader che prometteva onestà, dopo anni di sospetta corruzione e conflitti di interesse, avrebbe dovuto essere più bianco del bianco. Invece sia su Downing Street che sul governo si sono allungate ombre di carattere etico, diffondendo l’impressione che i politici, in fondo, sono tutti uguali, pronti ad approfittarsene.

Lo scontento di sinistra

Dopo quattordici anni di governi conservatori, il ritorno a Downing Street di un governo laburista portava con sé speranze di una politica progressista. È vero che Starmer ha vinto alle urne conquistando consensi al centro, con una svolta riformista o moderata rispetto al radicalismo socialista di Jeremy Corbyn, il leader che lo aveva preceduto, responsabile nel 2019 della peggiore sconfitta elettorale in novant’anni per il Labour.

Ma ciononostante c’erano legittime aspirazioni che dicesse e facesse “qualcosa di sinistra”, per dirla con la nota battuta di Nanni Moretti. Questo non si è visto. Anzi, talvolta, come in occasione del taglio dei benefici assistenziali alle famiglie che hanno più di due figli, o con certi provvedimenti sull’immigrazione, seguendo il governo italiano di Giorgia Meloni nella ricerca di centri di deportazione all’estero tipo l’Albania, Starmer è stato accusato di fare una politica di destra, non dissimile dai governi dei Tories, deludendo una parte dei propri sostenitori, in particolare i più giovani. Quanto alla politica nei confronti dell’Europa, si è riavvicinato alla Ue ma ha escluso tassativamente qualsiasi progetto di rimangiarsi la Brexit: e anche questo ha creato delusioni e critiche, specie tenuto conto del riconoscimento che il divorzio britannico dal continente è alla base della stagnazione economica nazionale.

Le divisioni nel partito

Determinato a dimostrare una tempra risoluta, Starmer è stato implacabile con il dissenso interno nel Labour. Ha espulso Corbyn, con accuse di antisemitismo che non tutti giudicano realistiche. Ha sospeso o cacciato mezza dozzina di deputati che

hanno votato contro la sua politica di tagli all’assistenza sociale. Ha contribuito in ogni modo a dare ragione alla tesi di Andy Burnham, sindaco di Manchester e uno dei pretendenti alla futura leadership laburista, secondo cui il Labour non è più una casa in cui c’è posto per tutte le correnti, dai riformisti ai radicali. In effetti, con una maggioranza così ampia in parlamento, Starmer poteva permettersi un certo livello di dissenso nel partito. Con la mano dura, invece, ha spinto Corbyn e altri dissidenti a formare un nuovo partito (per ora denominato Your Party, il Vostro Partito), di linea dichiaratamente socialista, che potrebbe portargli via voti alle prossime elezioni. Anche Blair aveva, dentro al Labour, avversari che gli remavano contro, incluso Corbyn, ma li sopportava meglio. Il bisogno di dimostrarsi forte ha finito per indebolire Starmer invece di rafforzarlo.

L’economia anemica

Il punto debole più concreto è che Starmer non è riuscito a rilanciare l’economia britannica. L’inflazione rimane alta, la disoccupazione cresce, il pil è anemico, le statistiche rivelano addirittura che il reddito medio polacco ha superato quello del Regno Unito. Il premier contava su una robusta ripresa economica per rimpinguare le casse dello stato senza bisogno di alzare le tasse, ma non si è realizzata. Ne dà la colpa ai governi conservatori, sostenendo che ci vuole tempo per cambiare rotta e che i risultati si vedranno entro le prossime elezioni, nel 2029. Sommato agli altri errori e problemi, tuttavia, il degrado economico fa squillare campanelli d’allarme, con richieste di soluzioni a breve termine. Non si può incolpare sempre chi c’era prima, dopo un anno e mezzo che è cambiato il governo.

L’immigrazione clandestina

L’altro tasto dolente è che sotto Starmer non è diminuita l’immigrazione clandestina attraverso la Manica: un problema che l’opposizione conservatrice e i populisti di Reform agitano a più non posso. La polemica sugli alberghi che ospitano migranti illegali, a spese dello stato, uno dei quali è stato incriminato per molestie sessuali, ha innescato proteste in varie città, con gente che dice di non volere persone del genere come vicini di casa.

A ciò si sono aggiunte situazioni paradossali, quando proprio l’immigrato incriminato per reati sessuali, per accettare di essere deportato senza fare ricorso, ha ricevuto dallo stato 500 sterline in contanti: anche quelle soldi dei contribuenti. Sul più ampio tema della sicurezza, Starmer ha pagato inoltre il caso dei detenuti rilasciati per errore, uno dei quali, pure in questo ambito, condannato per reati sessuali: il premier si è giustificato notando giustamente che il fenomeno era in corso da tempo e che è conseguenza dei tagli alla spesa pubblica operati dai governi conservatori, ma al governo ormai c’è il Labour.

Il rapporto con Trump

E poi c’è il rapporto con il presidente americano, con le sue intemperanze, con le sue minacce sui dazi, anche nei confronti di un alleato storico come il Regno Unito, a cui Washington è legata dalla cosiddetta “relazione speciale”. In parte, Starmer ha evitato il peggio, ottenendo un aumento dei dazi meno alto di quelli imposti dalla Casa Bianca ad altri Paesi occidentali, ma per farlo ha assoldato perfino re Carlo, costringendo il sovrano a invitare per la seconda volta Trump a una visita di stato nel Regno Unito, un onore senza precedenti per un presidente americano, visita che si è dovuta svolgere quasi interamente dentro al parco di Windsor per evitare dimostrazioni di protesta.

Un atteggiamento che alcuni hanno giudicato umiliante. In alcune occasioni, il premier è apparso eccessivamente deferente nei confronti di Trump: davanti alle accuse di Trump alla Bbc di averlo diffamato con il montaggio improprio di un documentario, per esempio, Downing Street ha difeso debolmente la radiotelevisione pubblica. Bisogna ammettere che altri leader europei vivono un problema simile: ma Starmer non lo ha gestito meglio.

Le conclusioni

“Si sapeva che Keir Starmer non sarebbe stato un leader entusiasmante, ma la speranza era che garantisse stabilità e un governo di adulti, ciò che era disperatamente mancato ai suoi predecessori conservatori”, ha scritto sabato il Financial Times, in un editoriale della direzione che ha il sapore di una condanna senza appello. “La crisi auto generata di questa settimana sulla leadership del premier e sulla retromarcia in materia di tasse ha definitivamente mandato in frantumi la sua pretesa di offrire maggiore competenza. A causa dei propri errori, il governo laburista ha bruciato il capitale politico che aveva guadagnato con la vittoria elettorale di sedici mesi or sono. Le turbolenze di questi giorni aumentano i rischi per il posto del primo ministro e per il Paese”. Concetto che il Times riassume in due sole parole: un premier zombie.

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