Ogni volta che nebbia e pioggia fermano i droni, i russi vanno all’assalto. È successo di nuovo e continuerà ad accadere per tutto l’inverno. Venerdì mattina una colonna con una dozzina tra tank e cingolati pieni di fanti ha superato un fiume su un ponte mobile, irrompendo di sorpresa nel villaggio di Novopavlivka: è avanzata per dodici chilometri, come una coltellata nelle linee di Kiev. Solo nel pomeriggio la foschia si è diradata e le macchine volanti sono andate a caccia degli incursori: più della metà dei veicoli corazzati - tutti molto vecchi come i carri T55 - è stata distrutta ma nel frattempo dalle loro pance sono uscite squadre d’assalto, subito asserragliate nelle case del villaggio.
Questa testa di ponte servirà alle brigate di Mosca per guidare i loro droni - che non hanno nulla da invidiare a quelli ucraini - ancora più avanti, cercando di aprire una breccia pure nella regione di Dnipropetrovsk: l’ultima in cui le forze di Putin hanno messo piede e quella meno munit…
Ogni volta che nebbia e pioggia fermano i droni, i russi vanno all’assalto. È successo di nuovo e continuerà ad accadere per tutto l’inverno. Venerdì mattina una colonna con una dozzina tra tank e cingolati pieni di fanti ha superato un fiume su un ponte mobile, irrompendo di sorpresa nel villaggio di Novopavlivka: è avanzata per dodici chilometri, come una coltellata nelle linee di Kiev. Solo nel pomeriggio la foschia si è diradata e le macchine volanti sono andate a caccia degli incursori: più della metà dei veicoli corazzati - tutti molto vecchi come i carri T55 - è stata distrutta ma nel frattempo dalle loro pance sono uscite squadre d’assalto, subito asserragliate nelle case del villaggio.
Questa testa di ponte servirà alle brigate di Mosca per guidare i loro droni - che non hanno nulla da invidiare a quelli ucraini - ancora più avanti, cercando di aprire una breccia pure nella regione di Dnipropetrovsk: l’ultima in cui le forze di Putin hanno messo piede e quella meno munita di fortificazioni. Un altro campanello di allarme, oltre a quelli che arrivano dal Donetsk e da Zaporizhzhia.
La situazione è simile in più punti del fronte. L’inverno mette in crisi il “muro di droni” costruito nel corso dell’ultimo anno dal comando di Kiev e rende nude le difese ucraine. Quando i quadricotteri-killer si fermano, la guerra riprende i vecchi schemi: la superiorità di cannoni, carri armati e soldati messa in campo dai russi diventa difficile da respingere. Una considerazione che condiziona le scelte sulla resistenza della sacca di Pokrovsk: la città offre una barriera dove imporre perdite drammatiche agli invasori, ma ormai le vie di rifornimento sono ridotte al minimo e di conseguenza pure quelle di fuga. Il varco sicuro si è ridotto a pochissimi chilometri: secondo alcune fonti resta una porta di soli tre chilometri per la ritirata.
Il presidente Zelensky ha detto che la decisione spetta ai vertici militari: “Nessuno costringe a morire per difendere delle macerie. Darò ogni sostegno ai nostri soldati, e soprattutto ai comandanti sul campo, sia che ci sia modo di controllare la situazione, sia che diventi troppo pesante. La cosa più importante per noi sono i nostri uomini”. Il dilemma del generale Syrsky, numero uno dell’armata ucraina, è valutare la mossa meno dolorosa. Pokrovsk era lo snodo logistico per il presidio di territori del Donetsk abbandonati da mesi: non ha più questa funzione.
Andare via concederebbe a Putin una vittoria da propagandare, ovviamente trascurando il fatto che gli è costata trentamila caduti e 17 mesi di combattimenti, e offrirebbe ai russi un trampolino per spingere i loro droni verso Kramatorsk, la capitale del quinto di Donetsk ancora in mani ucraine. Ma l’infiltrazione delle squadre di Mosca nei quartieri settentrionali ormai si è consolidata e permette comunque di allungare il raggio d’azione dei velivoli guidati con i cavi in fibra ottica. Insomma, l’unico vantaggio della resistenza di Pokrovsk è aumentare le perdite russe.
Il Cremlino però può continuare a ignorare l’ecatombe dei suoi cittadini mentre l’Ucraina invece vive un momento particolarmente difficile. Lasciare morire due-tremila uomini per la difesa a oltranza di Pokrovsk potrebbe dare una mazzata al morale di un esercito logoro, che viene lasciato in prima linea per mesi senza rimpiazzi e vede svanire le prospettive di vittoria. I numeri dei fanti che abbandonano i reparti a ottobre hanno segnato un record: non sono tutti disertori, una parte si unisce alle unità scelte come la Azov, ma il segnale è comunque preoccupante.
Lo scandalo della corruzione di governo e degli arricchimenti anche sulle commesse belliche crea ira in chi invece rischia la vita in battaglia. E chi indossa la divisa sa che la vita dei familiari a casa è altrettanto dura, tra assenza di elettricità e di riscaldamento.
La stampa più libera, come il Kyiv Independent, ma anche blogger militari, come il collettivo Tatarigami, danno voce alle critiche verso la gestione del conflitto: chiedono nuove strategie e nuovi leader, per impedire che ci sia un collasso nelle difese. Una prospettiva che resta lontana dallo scenario attuale, ma che rimane la priorità della guerra d’attrito di Putin: battere l’avversario non sul campo, ma piegando la volontà di combattere e privandolo di rifornimenti bellici. Al primo punto pensa l’armata russa con i bombardamenti sulle città e gli attacchi sul fronte; al secondo provvedono il blocco degli aiuti di Trump e la riluttanza europea nel sostegno all’Ucraina.