Il principe e il presidente, Mbs torna alla Casa Bianca tra business e geopolitica
di Gabriella ColarussoOttant’anni fa fu il nonno, il re Abdulaziz, a suggellare l’alleanza con Washington che ha resistito al Novecento, tra guerre e choc petroliferi. Era il febbraio del 1945: sull’incrociatore USS Quincy, nel canale di Suez, il sovrano che aveva appena creato un nuovo regno unendo le tribù del deserto portò in dono a Franklin D. Roosevelt, il presidente che aveva guidato l’America in guerra, un pugnale tempestato di diamanti. Il quarantenne principe erede al trono, Mohammaed Bin Salman (Mbs), l’uomo forte di Riad, arriva a Washington con altri doni ma non minori ambizioni.
È la sua prima visita americana dal 2018, l’anno dell’uccisione brutale dell’insider diventato dissidente Jamal Kashoggi, eseguita, secondo la Cia, con l’approvazione proprio del giovane principe. Quell’omicidio gli costò la reputazione pubblica: Biden lo definì un paria, ma continuò a farci affari, a testimonianza del ruolo imprescindibile che l’Arabia Saudita gioca per gli interessi americani in Medioriente. Mbs tor…
Ottant’anni fa fu il nonno, il re Abdulaziz, a suggellare l’alleanza con Washington che ha resistito al Novecento, tra guerre e choc petroliferi. Era il febbraio del 1945: sull’incrociatore USS Quincy, nel canale di Suez, il sovrano che aveva appena creato un nuovo regno unendo le tribù del deserto portò in dono a Franklin D. Roosevelt, il presidente che aveva guidato l’America in guerra, un pugnale tempestato di diamanti. Il quarantenne principe erede al trono, Mohammaed Bin Salman (Mbs), l’uomo forte di Riad, arriva a Washington con altri doni ma non minori ambizioni.
È la sua prima visita americana dal 2018, l’anno dell’uccisione brutale dell’insider diventato dissidente Jamal Kashoggi, eseguita, secondo la Cia, con l’approvazione proprio del giovane principe. Quell’omicidio gli costò la reputazione pubblica: Biden lo definì un paria, ma continuò a farci affari, a testimonianza del ruolo imprescindibile che l’Arabia Saudita gioca per gli interessi americani in Medioriente. Mbs torna dunque da vincitore, portando in dono un regno apparentemente liberalizzato, dove le donne possono guidare, lavorare, mescolarsi con gli uomini, ma dove il dissenso viene represso, il boia non si è fermato, i potenziali rivali sono messi a tacere. Mbs è per Trump la chiave di un doppia scommessa: disegnare un nuovo Medioriente a trazione israeliano-saudita-americana e contenere le mire cinesi nella regione.
Il principe non si sottrae all’abbraccio americano, ha ripreso le relazioni con l’arcinemico Iran e si offre come mediatore discreto, sostiene la Siria di al Sharaa, su cui Trump ha deciso di puntare, è disposto a parlare di normalizzazione con Israele, ma memore dell’America che non intervenne dopo gli attacchi iraniani alle raffinerie Aramco del 2019, ha stretto anche legami anche con Pechino.
A Trump chiederà diverse contropartite. La prima riguarda il conflitto in Medioriente: per Riad non ci sono ancora le condizioni per entrare negli accordi di Abramo, che nel 2020 portarono alla normalizzazione tra Israele e quattro Paesi arabi, senza un impegno concreto e tangibile da parte di Israele per la nascita di uno Stato palestinese, e comunque non col governo dell’ultradestra di Smotrich e Ben Gvir. Ma la questione palestinese non è il solo perno dell’incontro di oggi alla Casa Bianca, come osserva l’analista dell’Eurasia Group Firas Maksad: «Questa visita riguarda meno Israele e più la convergenza strategica tra Arabia Saudita e Stati Uniti, alimentata dalla competizione con la Cina».
Se Trump aspetta di concretizzare la promessa di 600 miliardi di investimenti che Mbs gli ha fatto nella sua ultima visita in Arabia Saudita, per il principe la priorità è la sicurezza, dopo l’attacco israeliano al Qatar: l’obiettivo è garantirsi un patto di difesa più solido di quello che il presidente americano ha concesso all’emiro al Thani, che impegna Washington a proteggere Doha, e vorrebbe che l’intesa fosse ratificata dal Senato Usa, dove però la maggioranza non è sicura. Dunque è possibile che Trump opti per un ordine esecutivo.
Del pacchetto difesa fanno parte anche gli F-35: il presidente Usa ha promesso ieri che i sauditi potranno acquistarli, ma questo significa sottrarre a Israele la supremazia dei cieli in Medioriente (è l’unico paese della regione ad averli) ed esporre tecnologia americana allo sguardo indiscreto di Pechino, che in Arabia ha molti affari. Nel 2020, in cambio della normalizzazione, gli Emirati ottennero la stessa promessa sugli F-35, ma l’accordo non si è mai concretizzato proprio per le condizioni poste dagli Usa sull’utilizzo. Certo Riad non è Abu Dhabi, e nell’incontro di Washington, si incrociano diverse partite.
Altre due partite si giocano nell’incontro di Washington. Mbs vuole chip avanzati per sviluppare l’intelligenza artificiale su cui i rivali emiratini hanno già siglato accordi con gli Stati Uniti (Abu Dhabi sarà il data center Usa in Medioriente) e vorrebbe strappare a Trump un’intesa sul nucleare civile per competere, anche su questo, con emiratini e iraniani. I negoziati erano già iniziati con Biden, gli americani si oppongono all’arricchimento dell’uranio sul suolo saudita, che potrebbe aprire a una proliferazione nucleare militare. Trump potrebbe proporre una mediazione che escluda per ora l’arricchimento, subordinando altre intese all’obiettivo più grande: un accordo di pace tra Arabia saudita e Israele, 80 anni dopo il vertice di Suez che cementò l’alleanza tra Washington e Riad.