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Onu, Israele e Anp soddisfatti della risoluzione su Gaza. Hamas la boccia

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L’orgoglio di Trump dopo il sì al suo piano, facilitato dall’astensione di Russia e Cina. Ma i problemi restano
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GERUSALEMME – Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato ieri - nel pomeriggio newyorchese, quando in Israele era già notte - il piano di pace statunitense per Gaza: cruciale strumento per fornire sostegno politico e legale, ma anche pratico, alla strategia mediorientale di Donald Trump. La risoluzione dà infatti modo ai Paesi terzi di inserirsi nella cornice disegnata dagli americani, tanto più che finora - proprio in mancanza di una ratifica Onu - nessuno si è fatto avanti per partecipare alla Forza di Stabilizzazione internazionale che dovrà garantire l’equilibrio della Striscia. Sarà pure istituito un “Consiglio di Pace” con mandato di due anni, che avrà alla guida una serie di leader mondiali, Trump in testa. La risoluzione ha ottenuto 13 voti favorevoli e nessun contrario, visto che Russia e Cina si sono astenute, abdicando al loro potere di veto. Una posizione, che hanno spiegato con le pressioni ricevute da numerosi Paesi arabi loro alleati. Com’è noto, le risoluzioni On…

GERUSALEMME – Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato ieri - nel pomeriggio newyorchese, quando in Israele era già notte - il piano di pace statunitense per Gaza: cruciale strumento per fornire sostegno politico e legale, ma anche pratico, alla strategia mediorientale di Donald Trump. La risoluzione dà infatti modo ai Paesi terzi di inserirsi nella cornice disegnata dagli americani, tanto più che finora - proprio in mancanza di una ratifica Onu - nessuno si è fatto avanti per partecipare alla Forza di Stabilizzazione internazionale che dovrà garantire l’equilibrio della Striscia. Sarà pure istituito un “Consiglio di Pace” con mandato di due anni, che avrà alla guida una serie di leader mondiali, Trump in testa. La risoluzione ha ottenuto 13 voti favorevoli e nessun contrario, visto che Russia e Cina si sono astenute, abdicando al loro potere di veto. Una posizione, che hanno spiegato con le pressioni ricevute da numerosi Paesi arabi loro alleati. Com’è noto, le risoluzioni Onu sono vincolanti. Violarle innesca provvedimenti e sanzioni.

L’esultanza di Trump

Il primo ad esultare è stato subito dopo il voto proprio colui che più ha spinto per la sua approvazione: il presidente Donald Trump che d’altronde ancora aspira al Nobel della Pace. «Congratulazioni al mondo per l’incredibile voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite» ha scritto sul suo social, Truth. «Riconoscendo e appoggiando il Board of Peace, presieduto da me, con i più potenti e rispettati leader abbiamo scritto la Storia. Porterà a ulteriore pace ovunque nel mondo». Pure l’ambasciatore americano all’Onu Mike Waltz, grande tessitore del consenso intorno al documento finale, ha ringraziato tutti: «Delineiamo insieme un nuovo corso per gli israeliani, i palestinesi e i popoli della regione».

La reazione israeliana

La reazione israeliana è arrivata di prima mattina. E quella del premier Benjamin Netanyahu è incredibilmente positiva: «Il piano del presidente Trump porterà pace e prosperità: perché insiste sulla completa smilitarizzazione, il disarmo e la de-radicalizzazione di Gaza» ha scritto su X. Mandando un messaggio velato pure alla Casa Bianca che proprio oggi accoglie Mohammed Bin Salman: «Il piano porterà a un'integrazione più ampia di Israele e dei suoi vicini, oltre che all'espansione degli Accordi di Abramo» scrive. Con buona pace del fatto che il principe saudita non sembra affatto essere pronto al riconoscimento di Israele. «Il coraggio e il sacrificio dei nostri coraggiosi soldati, insieme agli sforzi diplomatici del presidente Trump, hanno contribuito a riportare a casa tutti gli ostaggi ancora in vita e la maggior parte di quelli deceduti», conclude.

D’altronde, scrive Israel Hayom, Gerusalemme è stata coinvolta nella formulazione della risoluzione, compresa l'inclusione della frase “percorso verso uno Stato palestinese”, che prosegue il piano in 20 punti di Trump presentato a ottobre, in cui quel concetto appariva in una formulazione meno decisa. Nei colloqui di Kushner, Rubio e Trump con Netanyahu, Dermer e l’ambasciatore Leiter fu chiarito che «i principi di tale Stato saranno in linea con l'Accordo del Secolo del 2020, ovvero che tale Stato verrà istituito solo su una parte del territorio di Giudea e Samaria con divisione in cantoni, smilitarizzazione, ecc». Il patto è servito a spingere Turchia e Qatar ad esercitare la pressione necessaria su Hamas per accettare il rilascio degli ostaggi. L’accordo prevede anche che gli Stati Uniti non limiteranno Israele se Hamas rifiuterà di disarmarsi. In quel caso, Israele potrà dunque riprendere la guerra, a condizione di coordinarsi con gli americani.

Qual è la vera posizione di Israele lo rivelano le parole dell’ambasciatore all’Onu Danny Danon: secondo cui la smilitarizzazione di Hamas resta condizione fondamentale per il proseguimento verso la fase due del piano: «Non ci fermeremo finché Hamas non sarà più una minaccia», ha detto ieri sera. Stamattina, parlando alla radio israeliana, ha chiarito: «La risoluzione non ha forza. È una narrazione, non sostituisce la sezione 7 che richiede sanzioni e applicazione delle leggi. È un invito all'azione volto a consentire a vari Paesi di inviare truppe nella regione». Ha poi aggiunto che non c'era bisogno della risoluzione, ma che per gli americani era importante , perché senza alcuni Paesi non avrebbero accettato di inviare truppe in Medio Oriente e partecipare alla Forza di Stabilizzazione.

Naturalmente queste posizioni non sono condivise, almeno a parole, dalla destra messianica di governo. Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha addirittura chiesto «l’arresto del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas» se davvero ci sarà il riconoscimento dello Stato palestinese. Poi, insieme al collega di estrema destra, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ha promesso che bloccherà con ogni mezzo «la soluzione a Due Stati».

Pure l’opposizione appare poco convinta: Yair Lapid, ha scavalcato a destra Netanyahu sostenendo che «accettare uno Stato palestinese significa ricompensare Hamas e il terrorismo». E, comunque, «l’Autorità nazionale palestinese non ha il sostegno interno sufficiente per ratificare e attuare l'accordo».

La reazione dei palestinesi

L’Autorità Palestinese esprime il suo parere attraverso la ministra degli Esteri Varsen Aghabekian Shahin, che, impegnata in un viaggio nelle Filippine, da Manila fa sapere che «la risoluzione è un primo necessario passo di un lungo cammino verso la pace». Affermando pure che ci sono molte questioni da affrontare, compresa l’autodeterminazione palestinese e l’eventuale indipendenza. E che il processo di attuazione del piano di Trump deve essere regolato dal diritto internazionale.

Per niente soddisfatto è invece Hamas: che ha respinto la risoluzione, già prima del voto, perché «non affronta le richieste dei palestinesi». Lo ha detto il portavoce Hazem Qassem ad Al Jazeera: «Gli emendamenti alla bozza – graditi agli stati musulmani e pure all’Autorità Palestinese – non contribuiscono alla stabilità di Gaza». Avvertendo che la proposta «sostituisce l’occupazione israeliana con una internazionale». Hamas avrebbe gradito piuttosto una risoluzione Onu che dispieghi sì, una forza internazionale. ma «solo per il mantenimento della pace, piuttosto che dare ad esterni autorità dirette sul governo palestinese». Affermando pure che si opporranno a qualsiasi clausola che includa il loro disarmo (di fatto vanificando tutto). Questo significa che, anche se venisse istituita una forza multinazionale, non entrerebbe nella Striscia e, pure un'amministrazione civile, non sarebbe in grado di controllare le aree in cui Hamas è presente. Per questo il piano americano è per ora quello realizzare aree umanitarie per gli sfollati e marcare la differenza fra una Gaza ricostruita e una distrutta.

La soluzione “old” e “new” Gaza

Nella città meridionale di Rafah sono in corso i lavori per la realizzazione di un enorme quartiere con infrastrutture, scuola, ospedale, acqua, elettricità, fognature e stazione di polizia. A controllarla dovrebbero essere milizie armate composte da membri di clan locali, insieme a ex dipendenti dell'Autorità nazionale palestinese. L’obiettivo è mettere pubblicamente a confronto la qualità della vita in quest’area con quella nel territorio controllato da Hamas, che rimarrà privo di ricostruzione fisica e di campi per la vita a lungo termine. L’idea è spingere chi vive nella “vecchia” Gaza a trasferirsi in quella “nuova”, controllata da Israele.

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